Cento di queste stagioni – Andrew Bynum

Cento di queste stagioni – Andrew Bynum

Nel giorno del suo ventinovesimo compleanno torniamo ai successi di Bynum coi Lakers di Kobe e Gasol

C’è stato un momento in cui Andrew Bynum prometteva di essere la nuova pietra angolare dei Lakers, il bastone per la vecchiaia di Kobe Bryant, il compagno d’armi di Pau Gasol sotto i tabelloni. Se sulla sponda purple & gold di Los Angeles si vivacchia da anni in attesa di una prima scelta al draft è anche perché Andrew Bynum ha smesso di essere un giocatore di basket troppo presto. Difficile affermarsi al top in NBA quando hai problemi ricorrenti a due parti del corpo indispensabili per questo giochino: le ginocchia, finite sotto i ferri del chirurgo a più riprese, e la testa. E non parliamo di commozioni cerebrali. Bynum si è bruciato la carta del rientro prima con Philadelphia, poi con Cleveland e infine con Indiana per comportamenti che non vorresti vedere da un professionista. Forse sapeva che le sue ginocchia non avrebbero retto agli sforzi di una stagione intera, e ha mollato il colpo. O forse non gli interessava più; i suoi titoli li aveva già vinti e le sue soddisfazioni se l’era già tolte. Bynum è tutt’ora meno che trentenne, eppure lo conosciamo da una vita; capita, quando entri in NBA senza passare dal college e ti metti in mostra fin dal tuo anno da rookie.

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Sul finire degli anni 2000 i Lakers erano una corazzata e Bynum la loro testa d’ariete. Insieme al nuovo arrivo Pau Gasol erano perfetti per contrastare la ruvida coppia dei Boston Celtics, Kevin Garnett e Kendrick Perkins, con Lamar Odom ad alternarsi fra gli spot di 3 e 4 in un’occasionale small ball che, per quei tempi, non era una scelta comune. Ma nel 2008 Boston ha gioco facile sotto le plance. Le ginocchia di Bynum fanno crac per la prima volta e lui salta metà stagione, playoff compresi. L’anno dopo stessa solfa, altro infortunio al ginocchio, peraltro sempre contro i Memphis Grizzlies in una sfortunata collisione con Kobe Bryant. Rientra in tempo per i playoff ma gioca col freno a mano tirato, forse una gestione più prudente della sua salute gli avrebbe allungato la carriera, ma ormai la frittata è fatta. Quel che conta è che arriva il primo anello, con Bynum che mette il suo mattoncino con 19 modesti minuti di media nelle Finals contro i Magic di Dwight Howard.

Nel 2010 gli dei del basket sembrano concedergli una tregua. È il suo anno migliore se consideriamo i risultati personali e i successi di squadra. È il centro titolare, considerato all’unanimità uno dei lunghi più forti della lega, non più un semplice prospetto. Parte alla grande con 26 punti e 13 rimbalzi nel derby vinto contro i Clippers e veleggia su quelle medie per tutto il primo mese. Poi si concede un piccolo calo, i Lakers viaggiano ai vertici della Western Conference senza troppi sforzi. C’è ancora spazio per migliorarsi; segna 27 punti a Indiana e cattura 18 rimbalzi contro Milwaukee. A fine stagione avrà registrato un 15+8 di tutto rispetto, col 57% dal campo. Nei playoff suona la carica da subito. Mette sotto scacco i lunghi di Oklahoma City dominando a rimbalzo, guida l’agile vittoria di gara 5 con 21 punti, 11 rimbalzi e 8/10 al tiro. Tutto troppo bello per essere vero. A metà gara 6 Bynum finisce a terra e fatica a rialzarsi. Stavolta è il menisco a cedere. Un infortunio fastidioso ma con cui si può convivere per qualche partita. Lo staff medico gli dà carta bianca e lui decide di stringere i denti. Pau Gasol, alla fine della vittoriosa stagione, canterà le lodi per il sacrificio del compagno, ma intanto Bynum non è più lo stesso. Ha uno scatto d’orgoglio quando regola Utah con un sonoro 17+14, ma alla partita dopo si prende appena un tiro in 20 minuti. Coach Phil Jackson lo preserva riducendo il minutaggio. Per fortuna dei Lakers i Jazz si arrendono allo sweep, ma i Phoenix Suns offrono una maggiore resistenza, serve che Bynum torni sopra quota 20 minuti per piegarli.

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Nelle Finals c’è la rivincita con Boston, non ci si può più risparmiare. Bynum zoppica ma gioca minuti da titolare, solo in gara 4 Coach Zen gli concede un po’ di respiro. A parte i 21 punti di gara 2 tira poco e male, ma si spende in difesa. Nelle ultime due partite ha dato fondo alle risorse, meglio puntare su Odom e Gasol, anche perché il karma ha dato una mano ai gialloviola. Anche i Celtics perdono il loro centro quando Perkins s’infortuna in gara 6. Il resto è storia. Nella rimonta di gara 7 Bynum ha un ruolo marginale, ma il secondo anello porta anche il suo nome.

Quel menisco ci metterà più tempo del dovuto a guarire, anche perché in estate Bynum se la prende comoda e rimanda l’operazione per andare a guardarsi i mondiali di calcio in Sudafrica. La stagione successiva è compromessa e finisce in dramma, col cappotto subito dai Mavericks e il brutto fallo su JJ Barea che gli costa quattro turni di squalifica. Il 2012 sarà il suo canto del cigno. In panchina arriva Mike Brown e lo prende in simpatia dal primo giorno. Vuole che tiri di più, ed ecco 18.7 punti di media conditi da 11 rimbalzi abbondanti, che gli valgono la convocazione all’All-Star game e la prima tripla doppia in carriera in una stagione, finalmente, sana. Ma i Lakers hanno perso lo smalto per competere con le migliori e provano a cambiare strada. Bynum finisce ai 76ers nella trade che porta Howard a Los Angeles. Tra incidenti sulla pista da bowling, tagli di capelli discutibili e un paio di procedure per contrastare l’artrite che gli ha attaccato le ginocchia, non gioca nemmeno una partita a Philadelphia. A Cleveland ne gioca una ventina, poi si fa cacciare dalla squadra perché in allenamento si era messo a tirare ogni volta che riceveva palla, anche da metà campo. Il Bynum che si presenta a Indiana sul finire della stagione è svogliato e visibilmente fuori forma; l’ultima sua immagine sul parquet lo vede ritratto in panchina, mentre urla in faccia a Roy Hibbert. Inutile dire che finirà allontanato dai compagni pure lì.

Si è parlato di rientro, come per ogni ritiro eccellente, e in fondo Andrew Bynum compie oggi soltanto ventinove anni, ma tutto lascia intendere che la sua carriera sia già finita. Un viaggio breve ma intenso.

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