Cento di queste stagioni – Antonio McDyess

Cento di queste stagioni – Antonio McDyess

Il racconto di quella volta che Antonio McDyess, quello bravo e sfortunato, fu bravo e fortunato

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Per tutti gli amanti del basket d’oltreoceano nati negli anni ’90, probabilmente il nome di Antonio McDyess è associabile solo a quel tipo di giocatore dalle capacità atletiche limitate, dalla difesa di primissimo livello e dal mid-range shot più che affidabile mostrate nella sua brillante apparizione da riserva dei Wallace in quel di Detroit nell’arco temporale che va dal 2004 al 2009. In realtà, come la seconda chiamata al Draft del 1995 davanti a discreti interpreti del gioco come Rasheed Wallace e Kevin Garnett testimonia, attorno al nativo di Quitman nel Missisipi gravitavano aspettative diametralmente opposte a quella di giocatore di supporto che è stato nel secondo pezzo di percorso nella lega. Prima dei due gravissimi infortuni al ginocchio McDyess era di un atletismo imbarazzante, con piedi veloci e discreta tecnica di base e, sebbene leggermente undersize rispetto ai suoi pari ruolo, molto spesso recitava la parte del leone alfa in quella giungla che risponde al nome di pitturato NBA, grazie ad un’impressionante elasticità muscolare che gli conferiva una rara verticalità. Il problema di Antonio, malgrado costruzioni di roster interessanti (vedi l’asse con Kidd in casacca Suns), erano i risultati delle sue squadre: nonostante le sue prestazioni, non riuscì mai nell’intento di condurre la sua amata Denver fino alla postseason, impresa completata invece con Phoenix nel ’97-’98, salvo poi essere eliminato al primo turno dagli Spurs di Tim Duncan.

I mammasantissima del ruolo di PF di quel periodo storico sempre lì, ad un centimetro dalla portata della mano di McDyess, che non poté mai sedersi al loro stesso tavolo. Quei tre nomi, Wallace-Duncan-Garnett, gli hanno fatto da sfondo per una carriera intera. ”Sheed” diceva di lui: <<He’s damn near impossible to stop>> – che detto da uno dei migliori difensori dell’ultimo ventennio non lascia certo indifferenti. Come se tra i grandissimi ci fosse una linea empatica invisibile in cui ognuno vuole portare l’altro con sé nell’Olimpo della propria epoca, Tim Duncan, che aveva battuto McDyess alla sua prima esperienza ai playoff, s’infortunò poco prima dell’inizio dei giochi di Sidney 2000. Era la prima estate del nuovo millennio, e il telefono di Antonio squillò…

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La prima persona che Coach Rudy Tomjanovic volle come sostituto di ”The Big Fundamental” fu proprio l’allora lungo dei Nuggets. Non a caso ”persona” e non ”atleta”, perché McDyess piaceva a tutti proprio per la sua umiltà e quel basso profilo unito alla dedizione per gli allenamenti e per il basket facevano di lui il tipo di giocatore che ogni tecnico avrebbe voluto allenare. La sua miglior stagione, al netto delle cifre, fu quella che culminò con l’alloro olimpico, titolo che prima di allora l’uomo di Alabama, ancorché 26enne, non aveva nemmeno pensato di sfiorare. Antonio si mise in mostra sin dalla fase a gironi calandosi alla perfezione nel ruolo di comprimario (l’ironia che muove il mondo ha poi deciso che quello doveva essere il suo ruolo di lì a 10 anni), mettendo anche a referto una prestazione da 20+10 nella sfida con la Francia. Team Usa procedeva sul velluto nel torneo, fino alla semifinale contro i temibili lituani, già superati a fatica nella prima fase. La partita era molto più equilibrata di quanto ci si potesse aspettare fino a che, nell’ultimo minuto, McDyess decise che il ruolo di gregario dovesse essere trasportato ad altra dimensione, mettendo in mostra anche una caratteristica che non guasta nello sport, ma che lo abbandonò per il resto della sua vita agonistica: la fortuna. Con il punteggio in parità, Antonio commette un’inusuale ingenuità facendosi cogliere in fallo sull’azione di tiro da 3 di Siskauskas, con conseguenti tre tentativi dalla lunetta per un uomo che fin lì non aveva sbagliato nemmeno un libero nel torneo. Il risultato fu 1/3 e possibilità ancora intatte per gli statunitensi.

Mancava Garnett all’appello tra gli involontari traghettatori verso la gloria, ma si farà perdonare il ritardo col ”gesto” più importante di tutti. Qualche azione dopo con Team Usa avanti di 1, ”KG” si guadagnò due tiri dalla linea della carità, ma la sua mano tremò e, oltre che il primo, sbagliò anche il secondo, dando così la possibilità a McDyess di farsi largo a rimbalzo con un imponente tagliafuori e di depositare il più facile e importante dei canestri. Fu il crocevia del successo, dato che gli americani non si voltarono più indietro né con i lituani, né con i francesi in finale, in una partita più agevole di quella precedente e per McDyess, si pensava, la prima di tante soddisfazioni.

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Giungiamo così all’Antonio che meglio ricordiamo, quello della rivisitazione post duplice crac al ginocchio, quello della Bad Boys 2.0 in quel di Detroit, caldeggiato proprio dal vecchio amico-rivale Rasheed Wallace. Resta l’amaro in bocca per quello che poteva essere, resta forte tanto quanto l’ammirazione per un uomo dalla fede inossidabile che ha fatto tesoro di quell’esperienza vincente per reinventarsi una carriera che sembrava ormai troncata.

 

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