Cento di queste stagioni – Bonzi Wells

Cento di queste stagioni – Bonzi Wells

Per festeggiare i 40 anni del co-capitano dei Portland Jail Blazers, ripercorriamo la stagione migliore della sua carriera

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Conoscete Gawen DeAngelo Wells? Probabilmente no. E se vi dicessi Bonzi Wells?
Nei primi anni 2000 i soprannomi delle star NBA non mancavano certo di fantasia, ma quello del nostro spicca tra i più memorabili di sempre. Bonbon, lo chiamavano da piccolo, perché la madre aveva voglie di dolcetti prima del parto, avvenuto questo stesso giorno di 40 anni fa. Da lì a Bonzi il passo fu breve. È singolare come un nickname così tenero sia finito per ritagliarsi intorno un personaggio poco raccomandabile. Bonzi Wells sarà schedato per sempre insieme ai famigerati Portland Jail Blazers, che contribuì a capitanare con a Rasheed Wallace. Oltre a lui condivideva lo spogliatoio con stinchi di santo quali Damon Stoudamire, Zach Randolph, Shawn Kemp, Qyntel Woods e Ruben Patterson: lui si faceva chiamare Kobe Stopper, ma la polizia lo conosceva come sex offender.

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Dal punto di vista dei successi gli anni in Oregon furono i migliori per Bonzi Wells. La squadra inanella record positivi e prosegue la striscia di apparizioni consecutive ai playoff; si fermeranno a 21 nel 2004, un primato nella lega. Il pubblico del Rose Garden però si disaffeziona ai suoi beniamini, esasperato dagli screzi in campo e dagli scandali fuori. Bonzi Wells era un ragazzo turbolento già nei quattro anni, dominanti, a Ball State; con tale compagnia non si trasforma certo in un agnellino. È proprio lui a fornire alla stampa la risposta alle critiche dei tifosi. “Loro non ci interessano” disse a Sports Illustrated nel 2002. “Possono fischiarci ogni giorno, ma alla fine verranno sempre a chiederci l’autografo se ci trovano per strada. È per questo che loro sono tifosi e noi siamo giocatori NBA”. Dalle parole passò ai fatti. Multato per aver rivolto il dito medio a uno spettatore, sospeso per due partite dopo un diverbio con l’impotente coach Mo Cheeks. La lista continua: sospeso per sputi e insulti razzisti, per aver aggredito un arbitro, citato in tribunale dopo una risa in un night club.
Prima che la città di Portland decidesse di ripulirsi l’immagine e spedire i bad boys in giro per il paese, Bonzi Wells fece in tempo a registrare la sua migliore stagione. Nel 2003 gioca 75 partite, quasi sempre da titolare, e contribuisce con 15 punti abbondanti di media a un record di 52-20, il quinto a pari merito coi Lakers in una Western Conference estremamente competitiva. Bonzi ha sempre avuto il fiuto per il rimbalzo e a questo giro ne cattura più di 5 a partita, poi completa il tabellino con 3.3 assist, il massimo in carriera.
Ai playoff c’è subito una sfida coi Dallas Mavericks di Dirk Nowitzki e Steve Nash. Saranno due settimane di grazia per Bonzi, che guida l’attacco dei Blazers elevando le proprie medie stagionali. Gara 2 è un tiro al bersaglio; 45 punti su 24 tentativi, 5/6 dall’arco in uno sforzo inutile che si chiude con la vittoria dei Mavs. In gara 3 il tedesco e soci si guadagnano il match-point, e lì ha inizio la rimonta che si conclude a un soffio dall’impresa. Bonzi flirta con la tripla doppia in gara 5, restando sul parquet quasi per l’intero tempo regolamentare, poi contribuisce al pareggio di gara 6. Il tie-break dell’American Airlines Center va a favore di Dallas che passa il turno col brivido, 4-3. Bonzi Wells quella notte non incide, ingabbiato da Eduardo Najera e Michal Finley.
Qualche mese dopo eccolo accapigliarsi di nuovo con coach Cheeks e, puntuale, segue la trade punitiva che lo spedisce nel purgatorio di Memphis. Hubie Brown prima e Mike Fratello poi sono allenatori vecchia scuola, non vogliono grane con una testa calda come lui, e non sfruttano il suo buono stato di forma come potrebbero.
Ci vuole una situazione problematica per spingerlo a dare il meglio, ed ecco che col trasferimento ai Kings Bonzi torna a ruggire. Se la intende alla grande con Ron Artest, gioca spesso da 4 facendo leva sull’abilità in post e il fisico massiccio. Raccoglie un career-high di 7.7 rimbalzi in stagione, poi nei playoff fa impazzire Ginobili e Bowen portandoli a spasso nel pitturato. Saranno 23 punti e 12 rimbalzi di pura maestria cestistica in sei partite che, però, consegnano vittoria e passaggio del turno agli Spurs.
Il fuoco di paglia è già bruciato. L’agente lo spinge a rifiutare il rinnovo con Sacramento ma non arrivano offerte migliori dei due milioni l’anno proposti da Houston. Il matrimonio coi Rockets è pessimo, tra assenze ingiustificate, la pancetta da inattività che cresce e i soliti battibecchi col coach. Jeff Van Gundy lo invita a non presentarsi più al Toyota Center; più avanti la panchina passerà a Rick Adelman ma le cose non andranno meglio.
La carriera di Bonzi Wells, virtualmente, finisce qui. Ci sarà ancora spazio per un paio di apparizioni tra Portorico e Cina dove mostra di aver perso il pelo ma non il vizio. Si fa cacciare dagli Shanxi Brave Dragons per non essere rientrato in tempo dalle vacanze, poi ritorna per un’amichevole con altri internationals e l’arbitro lo manda sotto la doccia dopo nemmeno un quarto; Bonzi però non lo ascolta e preferisce sedersi tra il pubblico.
Di solito si augura che gli anni portino saggezza, ma poi ripensiamo a quanto erano poetici, a modo loro, quei Portland Jail Blazers e vorremmo che, almeno nei nostri ricordi di appassionati, Bonzi Wells non cambiasse mai. Altri cento di questi anni!

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