Cento di queste stagioni – Derrick Rose

Cento di queste stagioni – Derrick Rose

Prima degli infortuni, una macchina cestistica mai vista prima.

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“From Chicago, at guard, 6-3 Derrick Rose”; tante volte è risuonata questa voce allo United Center per presentare il pupillo di casa, il simbolo della rinascita di quei Chicago Bulls che potevano solamente vantare glorie sportive risalenti a più di vent’anni prima, perché dopo Michael Jordan nell’Ilinois ci si era abituati a perdere.

Nonostante abbia frequentato l’Università di Memphis, a Chicago Derrick Rose è e sarà sempre considerato l’eroe casalingo, per questo ricordato ad ogni sua introduzione al palazzetto: il suo essere cresciuto nella Chicago fatta perlopiù di pistole e droga, il suo essere scelto al Draft del 2008 come prima scelta assoluta proprio dai Chicago Bulls in cerca di una guida a cui aggrapparsi, il suo essere un personaggio silenzioso ed unico nonostante la sua rapida ascesa a superstar ed il conseguente breve dominio della Lega, il suo essere poi caduto, addirittura a tratti schernito per poi rialzarsi dopo gli infortuni, mostrando solo schizzi di quello che era prima.

Proprio recentemente, la stessa Chicago che lui in primis ha risollevato, onorato e riportato in linea di galleggiamento, ha deciso di cederlo a malincuore ai New York Knicks; Derrick ha apertamente accettato questa scelta, impaziente di misurarsi senza le pressioni cittadine.

Esistono due Derrick Rose: quello prima del 28 Aprile 2012, e quello dopo il 28 Aprile 2012; in quella data si sta giocando Gara 1 dei Playoffs, primo turno, tra la testa di serie numero 1 (i Bulls) e la numero 8 (i 76ers): mancano circa un minuto e venti secondi al termine della partita con i Bulls agilmente in vantaggio di 12 lunghezze, quando Derrick penetra per andare a canestro arrestandosi sull’ultimo passo; il suo ginocchio sinistro cede, e da quel momento incomincia la sua discesa dall’Olimpo NBA.

Ma prima di questa data, c’è stata una stagione che, per chi l’ha vissuta coi propri occhi, rimarrà indelebile nei ricordi: se anche oggi in giro per il mondo continuate a vedere persone per strada che indossano la canotta numero 1 dei Chicago Bulls con scritto “Rose” sopra, è per le formidabili prestazioni di un giocatore mai visto prima, culminate con il titolo di MVP: Nella stagione 2010/2011, a soli 22 anni (il più giovane della storia NBA fino adesso), Derrick Rose veniva premiato come MVP della Lega.

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Funambolico per certi versi come Allen Iverson, esplosivo forse come Russell Westbrook, Rose nel suo gioco coniugava potenza e fantasia: più volte andava verso il canestro dopo un paio di crossovers, spesso galleggiava in aria mandando fuori tempo la difesa avversaria, sul primo passo era capace di spiazzare anche il più abile dei difensori e comunque ha sempre avuto una mano educata, sia per tirare anche dalla distanza che per passare il pallone. Sotto la guida di Tom Thibodeau, i Bulls facevano della difesa il loro punto di forza per poi liberare l’estro di Derrick sull’altro lato del campo.

Queste le sue cifre nel dettaglio:

25.0 punti a partita (44,5% dal campo) in più di 37 minuti medi di utilizzo, 4.1 rimbalzi e 7.7 assist a fronte di 3.4 turnovers a partita, con un paio di tiri per vincere la partita (da ricordare quello contro i Lakers allo Staples Center nella partita di Natale).

Il record della squadra è stato 62-20, il migliore della Eastern Conference: ai Playoffs, dopo aver superato Pacers e Hawks, vengono sconfitti dagli Heat dei Big Three in cinque partite, anche per la superba difesa di un ottimo Lebron James su Derrick.

L’anno successivo è tormentato dagli infortuni (gioca solo 39 partite su 82 in stagione regolare), prima di quella sciagurata gara 1 di Playoffs contro i 76ers; da lì, l’inizio di un calvario: un anno completamente fermo e poi poco più di un centinaio di partite in 3 anni, ma mai sui livelli di quella macchina da punti che era.

Ora un altro nuovo inizio, ai Knicks: ha lasciato il suo numero 1 per il 25 indossato all’università (tributo a un amico, Ben “Benji” Wilson, anche lui giocatore promettente ai tempi del liceo ma assassinato da una gang), in una città in cui non ha le pressioni da figliol prodigo ma comunque non facile e sempre ricca di pretese.

Ma quel suo andare a centroarea, saltare sfidando i centri avversari e segnando comunque, quel suo penetrare come un rugbista al centro delle difese avversarie tenendo la palla sotto il braccio per poi lanciarla in aria facendo canestro con l’ultimo slancio, quel suo correre e letteralmente volare per stoppare l’avversario lanciato in contropiede, rimarrà molto probabilmente sempre e solo nei ricordi.

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