Cento di queste stagioni – Drazen Petrovic, what if…

Cento di queste stagioni – Drazen Petrovic, what if…

La storia che non è mai stata, quella della stagione 1993/94 di Drazen Petrovic.

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L’estate 1993 di Drazen era trascorsa nel migliore dei modi, con la qualificazione della Nazionale croata agli Europei e il susseguente podio (settima medaglia per lui, la seconda con la maglia della Croazia), intervallati dall’agognata proposta di prolungamento del contratto da parte dei Nets; sentendo puzza di altre offerte provenienti dalla Grecia, il GM Willis Reed aveva infatti preso il primo aereo per l’Europa e dopo un breve colloquio era tornato in patria con il croato ancora a libro paga (e che paga…), seppur solo per un altro anno. Dopotutto, Petrovic doveva qualcosa ai Nets che lo avevano cavato d’impiccio portandolo via da Portland, voleva trascinare quella squadra molto più in alto di quanto avesse fatto nelle prime due stagioni e mezza.
A completare un’estate da ricordare, Michael Jordan aveva appeso canotta e pantaloncini dei Bulls alla ricerca di una divisa da baseball. Questo forfait lasciava un grosso vuoto nella Eastern Conference, che Chuck Daly e i suoi erano intenzionati a riempire.

Pronti via, la prima di campionato era contro gli Houston Rockets, su cui Petrovic si era scatenato la stagione precedente: i punti da lui segnati nei due incontri furono 32 e 44, quest’ultimo career high. La sfida contro Vernon Maxwell lo esaltava, soprattutto dopo l’avventata dichiarazione dell’ex Spurs: “Deve ancora nascere un bianco europeo in grado di farmi le scarpe“… Ed ecco pronto un altro paio di Nike per Vernon, stavolta numero 38 a pianta larga (con 13/21 dal campo e 11/12 ai liberi).
La vittoria però fu dei texani e Petrovic lasciò il campo evidentemente irritato per il comportamento invidioso che (a suo dire) avrebbero tenuto i suoi compagni in campo; già alla prima partita? Beh, Drazen ha sempre avuto un carattere difficilmente trattabile e praticamente in ogni squadra in cui ha giocato ha avuto problemi con compagni e allenatori: il prezzo da pagare per avere una stella simile in squadra.

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Il mese di novembre si chiuse con un record di 8-6, un po’ scarso ma non c’era da demoralizzarsi: nelle 24 gare successive i Nets inanellarono ben due serie da sei vittorie consecutive per un totale di sole cinque sconfitte. Petrovic ovviamente sugli scudi: la media punti superava di poco quota 27 con uno straordinario 49% abbondante da oltre l’arco, oltre a quasi 4 assist.
Sembrava che i caratteri forti di Kenny Anderson e Derrick Coleman si stessero finalmente armonizzando con quello del croato, grazie anche alla sapiente opera psicologica di coach Daly che puntava a far capire a tutti l’obiettivo comune di ciascuno: vincere.
A metà campionato New York era ancora in cima all’Atlantic Division, ma i Nets tallonavano Ewing & co. a una gara e mezza di distanza. E i fans adoravano sempre di più questo #3.

Giunse febbraio e con esso il Giorno della Marmotta, il Capodanno cinese e l’All-Star Game.
Drazen aveva ricevuto ben 378.633 voti (fatti due calcoli, buona parte del milione abbondante di preferenze che solitamente era destinato a MJ finì a lui), che però non furono abbastanza per prendere il posto di B.J. Armstrong o di Kenny Anderson nelle posizioni di guardia in quintetto a Est. Anche Coleman era nei primi cinque quell’anno, il “rischio” di avere 3 Nets partenti all’ASG fu reale.
Il voto popolare non aveva quindi premiato fino in fondo la prima metà di stagione di Petrovic, ma ci pensarono gli allenatori NBA a metterci una pezza: Drazen aveva fatto loro paura quando avevano dovuto affrontarlo, e lo votarono in massa come riserva. Il primo non americano di sempre a partecipare a un All-Star Game, e ancora lui era incazzato perché era fuori dal quintetto base…

Giocò una ventina di minuti abbondanti quella sera, chiudendo con 5 assist e 15 punti (di cui 3 memorabili con uno step-back in faccia a Payton e all’amico Drexler che lo stavano raddoppiando). Ma non sono state certo le cifre a rendere storica quella partita, quanto piuttosto il saluto del Target Center di Minneapolis al suo ingresso in campo a metà del primo quarto e la visita negli spogliatoi da parte di un freschissimo giocatore dei Chicago White Sox…

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MJ ha sempre avuto un profondissimo rispetto per Drazen, e fece una capatina dietro alle quinte per salutarlo e scambiare due battute con colui che fino alla stagione precedente era stato un suo acerrimo rivale. Che non si parli di passaggio di consegne (anche perché Jordan tornò ai Bulls l’anno dopo), ma sicuramente l’attestato di stima era dei più nobili che ci si potesse immaginare. E non ci furono baci, abbracci e sorrisi, non era da loro: semplicemente rispetto tra due avversari con la stessa implacabile voglia di vincere e di competere.

Chiusa la parentesi delle stelle e tornata in patria la mandria di reporter slavi, si ricominciò a fare sul serio, e per davvero: appena due giorni dopo l’ASG i Nets dovettero affrontare i Knicks, che vendettero cara la pelle ma dovettero arrendersi alla banda d’oltre fiume (28 per Drazen in quell’occasione).
Poco più di due settimane dopo si giocò la rivincita di quella gara, stavolta a Manhattan. Le due squadre erano in testa all’Atlantic, e Drazen era in una di quelle sere dove si sentiva ancora più Petrovic del solito: coach Riley gli mise il suo mastino di fiducia alle calcagna, ma nemmeno il miglior Starks della stagione avrebbe potuto far nulla contro quel Drazen.
La partita andò ai supplementari e fu proprio un canestro dello stesso Starks a siglare la vittoria, nonostante i 53 (cinquantatré) di Petrovic con 15/26 da due, 3/5 da tre e 14/14 ai liberi. Nuovo career high e Madison a omaggiare il #3 dei Nets all’uscita dal campo, onore concesso a pochi avversari nella Grande Mela.

Nel prosieguo della stagione Petrovic dovette saltare qualche gara per problemi fisici, il che contribuì al calo di New Jersey: da 40-15 chiusero a 56-26, per il terzo posto a Est dietro a Hawks e Knicks. Il ginocchio di Drazen comunque sembrava essere tornato a posto per i Playoff e lui era carichissimo. Chiuse la stagione regolare con 25.9 punti di media, il 46.8% da tre e 4.3 assist a sera. Inoltre aveva dimostrato un’applicazione difensiva che gli era stata sconosciuta fino ad allora, aveva finalmente capito che per vincere non bastava essere grande solo in una metà del campo.

Il primo turno vide i Nets affrontare quei Cleveland Cavs che l’anno prima li avevano eliminati, sempre al primo turno, per 3-2; altra storia, stavolta l’eventuale gara 5 si sarebbe giocata nel New Jersey ma non ci fu bisogno nemmeno di arrivare alla quarta: 3-0 secco per i Nets e via al derby nelle Semifinali di Conference.

La serie contro i New York Knicks fu una delle più toste di quei Playoff, ma non serve dire che Petrovic non arretrò mai nemmeno di un passo: trash talking e canestri erano il suo pane quotidiano e non si lasciava certo intimidire da una gomitata di Oakley o da uno spintone di Anthony Mason…

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Gli uomini di Riley si portarono subito sul 2-0 e Petrovic soffrì la difesa coercitiva dei Knicks, chiudendo con 14 e 17 punti.
In gara 3 e 4 i ruoli s’invertirono, i Nets seppero imporre il loro gioco e Drazen non fu nemmeno costretto agli straordinari (20.5 di media). La quinta partita di una serie a 7 è spesso fondamentale, Petrovic lo sapeva e scese in campo con la sicurezza del leader che si vuole prendere la squadra sulle spalle: gara dominata sia mentalmente che tecnicamente dal croato, che chiuse a soli due rimbalzi e un assist dalla tripla doppia (23+9+8).
La sesta fu una partita ancora più nervosa delle precedenti e a punteggio molto basso, i 43 della coppia Petrovic-Coleman furono decisivi per l’84-78 Nets: avanti alle Finali di Conference.

L’accesso alle Finals era questione tra New Jersey e i Pacers di Reggie Miller, a proposito di trash talking e canestri; cosa pagheremmo per avere la trascrizione degli infiniti dialoghi e punzecchiamenti tra il Mozart dei canestri e “Hollywood” Miller…
New Jersey vinse le prime due in casa e anche una rocambolesca gara 3 a Indianapolis (32 per Drazen quella sera), per poi archiviare la pratica Indiana in sei partite.

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Non che i Pacers fossero carne da macello, anzi erano un’ottima squadra, ma quei Nets ormai andavano col pilota automatico e in testa alla carovana c’era l’uomo da Sibenik, che ne mise 28 abbondanti di media nella serie.

Se non ci furono abbracci con Jordan che s’era ritirato, non ci si stupì di vedere Reggie Miller uscire dal campo dopo gara 6 rifiutandosi di salutare l’avversario diretto. Tra lui e Petrovic era una guerra, forse non sarebbe corretto parlare di odio vero e proprio, ma nel senso sportivo non ci sarebbero altri termini. Dopo il ritiro però Miller non mancò di confessare che in realtà era geloso di Drazen e del suo rilascio velocissimo: “Petrovic è il miglior tiratore di tutti i tempi“, ha dichiarato.

E così l’impresa era compiuta, i New Jersey Nets alle NBA Finals, ma per il nostro quello era l’obiettivo minimo; c’erano gli Houston Rockets da battere e un trofeo da sollevare, per considerarsi appagati.
Nei giorni precedenti a gara 1, Drazen e Vernon Maxwell vennero ripetutamente interrogati riguardo al duello tra loro, ma Petrovic ha sempre preferito parlare in campo (in senso stretto e in senso lato) e Maxwell decise saggiamente di seguire il suo esempio, per non rischiare di doversi comprare un altro armadio.
Nella prima partita Hakeem Olajuwon e Otis Thorpe banchettarono sulla testa di P.J. Brown e Derrick Coleman, mentre Drazen non riuscì a trovare il ritmo desiderato: +8 finale Rockets e Petrovic fermo a 11 punti con il 27.3% dal campo. Due giorni dopo, fu tutto un altro Mozart.
Maxwell, Herrera, Smith ed Elie nulla poterono nella staffetta difensiva su un grande Petrovic, che ne mise 35 di cui 14 nel solo ultimo periodo; le ottime gare di Kenny Anderson e Chris Morris aiutarono i Nets fino al 97-83 finale, per il pareggio della serie. Ora ci si spostava a Est e i Nets avevano tre partite casalinghe consecutive, la tensione era palpabile. Petrovic tentò di smorzarla con le sue solite interminabili sedute di tiro.

Drazen viveva per partite come quelle, non sentiva pressione ma solo la voglia di vincere che si alzava sempre di più.
L’eroe di gara 3 fu quello che meno ci si sarebbe aspettati, tale Sam Cassell dalla panca: il rookie dei Rockets ne mise 15 in faccia alla difesa dei Nets, che resero inutili i 29 di Petrovic (forse troppo egoista, quella sera) e riportarono il vantaggio del fattore campo ai texani. Nelle restanti due partite in casa, Drazen tenne 27.5 punti e 6.5 assist di media e i suoi Nets si guadagnarono il primo match-point sul parziale di 3-2 nella serie.

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Si tornò tutti a Houston per una gara 6 che dopo il primo tempo sembrava già avere un padrone: +18 Rockets all’intervallo, Petrovic ben tenuto da “Mad Max” e fermo a quota 8; nel terzo periodo però si scatenò e ne infilò 13 di fila, trascinando i Nets di nuovo a contatto. A un paio di minuti dalla fine venne fischiato un contatto dubbio contro Petrovic, che gli valse il sesto fallo: tanto disperato quanto fuori di sé, venne trascinato a braccia fuori dal campo dai compagni, a evitare che si facesse espellere per proteste. I Nets persero per 92-88, ci si sarebbe giocati tutto a gara 7.

Negli allenamenti tra gara 6 e gara 7 la tendenza era quella di tirare un pochino il freno, per paura di infortuni; Drazen ovviamente andava ancora più a tavoletta, protestando con compagni e staff per quella che a suo dire era una blandizia dilagante.
Arrivò l’ora di gara 7 al Summit di Houston, i media croati dell’ASG erano tornati e nel frattempo si erano riprodotti, parevano il triplo. Drazen si presentò con la faccia delle grandi occasioni, così come i suoi compagni: una banda di Bad Boys spurii, con un uomo venuto da lontano a mostrare loro la via.

Il croato aggredì la partita fin dalla palla a due, voleva mostrare chi comanda, ma Olajouwon e i suoi non si fecero intimidire e la partita rimase in sostanziale equilibrio per tutto il suo svolgimento. I colpi proibiti non si contavano, ma i punti di Drazen sì: 18 a metà gara con 7/15 dal campo, 25 dopo i primi tre quarti.
Un suo canestro in uscita dal blocco in faccia a un impotente Maxwell fissò il +1 Nets a poco più di 40 secondi dalla fine, ma l’MVP stagionale Olajuwon portò di nuovo avanti i suoi nell’azione successiva, con il solito movimento da ballerino in post basso.
10.3 secondi alla fine, palla Nets sul -1. L’opzione offensiva non poteva che essere una e una sola: palla a Drazen.

E così fu, Petrovic la prese a circa 9 metri dal canestro con l’amico Vernon a mordergli i polpacci. Non ebbe bisogno di guardare il cronometro, quello ce l’aveva in testa: partenza a sinistra (7… 6…), cambio di direzione, palleggio dietro alla schiena (4… 3…), arresto al gomito e tiro, Mad Max si allungò ma senza arrivarci.
La sirena suonò mentre la palla era ancora a mezz’aria, rotazione perfetta come sempre, tutta l’arena trattenne il fiato, nella ripresa di spalle si nota un tifoso dei Rockets dietro al canestro che si copriva gli occhi…

What if…

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