Cento di queste stagioni (e vite) – Red Auerbach

Cento di queste stagioni (e vite) – Red Auerbach

Cade oggi il decennale della scomparsa di Red Auerbach. Tra gli innumerevoli successi di quest’icona, spicca quello della stagione ’64/65.

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A morire son buoni tutti, ma per lasciare ai posteri le tracce della propria presenza come ha fatto Arnold ”Red” Auerbach troppo poche sarebbero cento vite per la maggior parte di noi. L’allenatore più vincente della storia del basket, il primo a mostrare una via per il successo nella neonata NBA e tutto senza mai ergersi a unto dal Signore, proprio lui che forse può essere considerato il primo grande artefice di un sistema-squadra, cosa per nulla scontata in un’epoca dove le strutture erano perlopiù a forma piramidale fissa, con il supercampione e il resto del roster al suo servizio. La sua filosofia nacque probabilmente da un limitato talento cestistico; non che Red fosse una frana con la palla in mano, ma un fisico sotto la media e un debilitante problema d’asma gli preclusero la strada verso l’eccellenza tecnica, per quanto l’inossidabile forza di volontà lo fece diventare comunque un discreto giocatore.

Crebbe con negli occhi le prodezze di Nat Holman, Rusty Saunders e Red Conaty, alcuni dei più virtuosi cestisti dei tempi che si ritrovarono spalla a spalla nei Brooklyn Visitation alla fine degli anni ’20 in una delle squadre facenti parte del fenomeno Barnstormers, ovvero quelle squadre che portavano in giro per il paese lo spettacolo del basket, della musica e altre forme d’intrattenimento in una kermesse all’epoca già molto avanzata in termini di marketing. Difatti il giro di moneta sonante che gravitava attorno a questi eventi era considerevole e il buon Red, figlio di un astuto piccolo imprenditore ebreo di origine russa, fin dalla tenera età mostrò importanti capacità manageriali, in un contesto, la sua Williamsburgh, adiacente ai campetti e alle scuole di Lower East Side, crogiolo di grandi menti e grandi atleti che diedero un’importante spinta evolutiva all’universo della palla a spicchi, dentro e fuori dai 28 metri.

Da lì nacque il mito, quello che l’ha proiettato nell’Olimpo del basket, e oggi 28/10/2016 è passato il primo decennio da quando un infarto lo colse di sorpresa; ma gli anni trascorsi dalla sua scomparsa sono ben lungi dal superare in numero i titoli vinti prima da allenatore, poi da GM e infine da presidente dei Boston Celtics. Come accennato, il suo basket fu di matrice corale, basato sulla corsa e sulla resistenza, retaggio questo dell’esperienza ai playground del George Washington College, dove misurò l’importanza di un passaggio lungo dopo il rimbalzo per creare un immediato e consistente vantaggio all’attacco tradotto in un 2 contro 1 o 3 contro 2. Per mettere in pratica tale precetto, non poté prescindere dalla figura di un rimbalzista capace di calamitare qualsiasi oggetto volante nello spazio aereo difensivo. Al contempo, un ragazzone uscito da dominatore da San Francisco College non chiedeva altro che un coach capace di valorizzare questo tipo di doti e, magari, di chiudere un occhio su qualche defiance offensiva. E fu così che, nel 1956, le strade di Auerbach e Bill Russell si incrociarono ponendo, con Bob Cousy e Bill Sharman, la pietra angolare per la ”Dinasty Era” biancoverde. Il pragmatismo di Red trovò il suo perfetto contrappunto in campo nella concretezza di Russell, lo spirito dei due congiunto poteva spostare le montagne, cosa comunque più facile che spostare Bill in post basso. Non a caso i due insieme persero una sola finale, nella stagione ’56/’57 per mano dei St. Louis Hawks di Bob Petitt.

In una squadra di grandi talenti (almeno in 6 avevano la doppia cifra di punti nelle mani) l’opera di Auerbach convinse i giocatori ad accettare un ruolo di asservimento al fine comune superiore, sacrificando qualche statistica individuale; lui, fervente antagonista del basket letto tramite i numeri (in questo molto uomo del suo tempo), convinto che attraverso questi non si potesse scorgere il cuore di un atleta e di un gruppo. I Celtics sono stati i meno imbattibili tra gli imbattibili, non ne avevano i connotati, arrivavano sempre in quelle situazioni di partita dove l’ago poteva pendere da una o dall’altra parte ma, per bravura o un pizzico di fortuna, Boston la vinceva sostanzialmente sempre. Nacque il Celtic Pride, quel sentimento che fascia e armonizza una molteplicità di coscienze in un’unica e inscindibile all’interno del Boston Garden. Detto della striscia di otto titoli consecutivi, quello della stagione ’64/’65 rimane probabilmente oltremodo memorabile.

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I Celtics fecero registrare in regular season un record di 62-18, il secondo più alto dell’era Auerbach, ma all’interno delle 18 sconfitte ben 5 arrivarono dai loro più accreditati avversari, i Philadelphia 76ers di Wilt Chamberlain, e le strade delle due superpotenze dell’Est si incrociarono, come logico che fosse, nella finale di Conference, dando vita a quanto di meglio la preoccupata America dell’epoca potesse chiedere dal basket.
L’esito della serie, in particolar modo dell’epica gara 7, fu racchiuso in due celebri frasi di coach Red, quasi una premonizione: 15 aprile 1965, Boston, gara 7 tra Celtics e 76ers, 5 secondi sul cronometro della partita e padroni di casa avanti di 1 grazie ad uno stellare Sam Jones da 37 punti, rimessa dal fondo nelle mani di Bill…”You got to be lucky. Like, for example, one time in the seventh game of a playoff, somebody took a shot — I think it was Nelson or Ramsey or Sam — and it hit the backboard, hit the rim, rolled around, went in, and made me a hell of a coach. You know what I mean?” Auerbach era già un ” hell of a coach”, ma rende l’idea, il cammino per la leggenda è significativamente condizionato dal ruolo della dea bendata.
Russell, a cui l’uomo del Jersey avrebbe affidato macchina, codici bancari e la custodia della castità della figlia, per fatalità colpì lo spigolo del tabellone e capovolse la rimessa in favore degli avversari, che avrebbero potuto tirare per vincere… ”Did I ever tell you about Chamberlain? Chamberlain was the most unbelievable physical specimen ever. There wasn’t anything he couldn’t do on the basketball court. One year he scored fifty points a game. Another year he led the league in assists. He was so strong it was frightening. But there was one thing he couldn’t do. He couldn’t beat us.”  E anche quella volta fu così, marcatura a uomo, nessuna speculazione, tutti uguali gli avversari, come lui considerava i suoi, e il passaggio verso l’esterno effettuato da Hal Grerr diretto nelle mani di Chet Walker venne intercettato con un balzo clamoroso da John Havlicek, un talento cristallino, la futura stella del titolo 1974, che immolò il proprio fisico in una giocata difensiva, e quel tiro per la vittoria non fu mai scagliato.
L’Hoyo de Monterrey tenuto fin troppo a lungo nel taschino, ardendo, poté finalmente respirare, e così fece il popolo del Garden, corroborato dal roco e leggendario ”Havlicek stole the ball!” di Johnny Most alla cronaca. La finale di campionato, mai banale contro i Lakers di West, fu stranamente comoda, quasi che gli dei del basket fossero a corto di momenti iconici da dare in pasto ai fruitori dell’epoca.

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Dopo quell’anno, un altro titolo ancora, l’ottava sinfonia prima di lasciare, e poi l’addio alla panchina, ma non senza rivoluzionare il sistema una volta di più, affidando a Bill Russell la prima guida tecnica afro-americana , che fece doppietta al suo secondo e terzo anno da coach. Perché? Perché, oltre Red, solo Russell poteva allenare Russell. Poi i ruoli dirigenziali, svolti col massimo della competenza, l’unico modo che conosceva per fare le cose.
E la morte, che in questi casi ha il solo ruolo di sublimare una vita eccezionale.

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