Cento di queste stagioni – Earl Monroe

Cento di queste stagioni – Earl Monroe

Oggi Black Jesus compie 72 anni; nel 1973 vinceva il suo primo e unico anello coi Knicks di Walt Frazier

Se nella tua carriera NBA ti sei guadagnato un soprannome memorabile, merce sempre più rara al giorno d’oggi, vuol dire che hai lasciato il segno; col tuo modo di affrontare le partite prima ancora che con le vittorie. Vernon Earl Monroe ne può vantare addirittura tre. Il primo non è un granché: Thomas Edison, affibbiatogli ai tempi dell’high school perché, con la palla in mano, era un inventore. Gli altri due sono storia. The Pearl lo coniò un cronista locale dopo averlo visto giocare al college a Winston-Salem State; le perle erano i suoi canestri, ognuno diverso dall’altro. Black Jesus è il più iconico, quello nato dalla strada come le migliori leggende, quello che il libro di Federico Buffa ha contribuito a scolpire nella memoria di noi appassionati italiani.

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Scendiamo nel campo delle definizioni ed ecco che coi titoli da prima pagina si potrebbe riempire uno scaffale. Fu Magic quindici anni prima di Magic, scrivono alcuni. “Earl batterebbe anche Dio nell’uno contro uno”, esasperava il concetto il compagno Ray Scott.“Il giocatore da playground definitivo”, lo etichettò Bill Bradley, e in effetti la sua formazione era quella dei campi in cemento e acciaio di Philadelphia, i suoi sobborghi più inospitali per la precisione. Il suo repertorio acrobatico l’ha sviluppato lì, insieme a una capacità impareggiabile di vivere l’hic et nunc, di pensare una giocata alla volta. Era l’unico modo per guadagnarsi il rispetto in un habitat così severo. “La verità è che nemmeno io so cosa farò con la palla, e di sicuro non lo sa nemmeno il mio difensore”, spiegò una volta il suo modo d’intendere la pallacanestro.

Con un curriculum del genere Earl non poteva che esordire in NBA tra i Bullets, underdog dal grilletto facile capitanati da Wes Unseld, allora di stanza a Baltimora. Furono anni di medie realizzative abbaglianti – 25.8 punti ad allacciata nel 1969, una punta di 56 rifilati ai Lakers nell’anno da rookie – ma la vittoria non arriva. Sono i Bucks di Lew Alcindor e Oscar Robertson a dettare legge. L’NBA si stava evolvendo, Earl individua il punto di rottura e ci si inserisce. È una delle prime guardie capaci di concludere con efficacia al ferro e di sfidare i lunghi col suo atletismo, imita Jerry West e Dave Bing ma non perde mai il fiuto per lo showtime, la giocata che fa alzare in piedi gli spettatori.

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Serve il trasferimento a New York per concretizzare la sua arte in una squadra da titolo. Gli ci vuole del tempo per imparare a non pestarsi i piedi con Walt Frazier, maschio alfa del gruppo e primo vertice di un backcourt formidabile. Se oggi ci scandalizziamo per la firma di Kevin Durant ai Golden State Warriors, ricordiamo che quei due erano acerrimi rivali e i media non avevano preso bene la trade. Nella Grande Mela giocavano anche Phil Jackson, Willis Reed, Dave DeBusschere. Per il titolo era solo questione di tempo, e il 1973 è l’anno giusto. Monroe assimila il gioco di squadra richiesto da coach Holzman e si assesta su una rispettabile media di 15 punti a partita lambendo il 50% al tiro. I servizi ai compagni non sono mai stati il suo forte, preferisce mettersi in proprio, ma distribuisce comunque quasi 4 assist a partita. I playoff sono una cavalcata trionfale. Cadono i Bullets dei suoi ex compagni, li castiga con 32 punti in gara 2 e li sbatte fuori con altri 23 in gara 5, al turno successivo si arrendono anche i Celtics. Poi in finale ci sono i Lakers di Chamberlain e Jerry West. Bastano cinque partite, quattro vittorie di misura in rimonta dopo la sconfitta di gara 1. L’attacco disegnato da Holzman è bilanciato, Monroe sa quando lasciare il palcoscenico ai compagni ma si toglie la soddisfazione di chiudere la serie coi 23 punti di gara 5, frutto di un 7-11 al tiro.

Quei Knicks stellari poi si disgregheranno e Black Jesus godrà qualche stagione di ritrovata libertà, prima che gli infortuni ne accorcino la carriera. Oggi compie 72 anni e lotta con il diabete. Non sa cosa gli riserverà il futuro, ma quell’anello del ’73 e un posto nella Hall of Fame non glieli toglierà nessuno. “Spero che mi ricorderete come un giocatore che si divertiva e faceva divertire”, confidò in un’intervista. Puoi starne certo, Earl.

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