Cento di queste stagioni – Elgin Baylor e il basket sopra l’anello

Ci sono record e record. Elgin Baylor ne ha fatti alcuni straoridinari, ma sostanzialmente trascurati. Un giocatore in anticipo sui tempi, che ha mostrato la strada ai suoi discendenti.

Commenta per primo!

Charlie burst his lungs to reach the speed
Of what the speedsters wanted
And what they wanted
Was his eternal Slowdown.

Jack Kerouak – Charlie Parker

Se togliamo alla NBA Wilt Chamberlain dal 1959 al 1964, sulla lavagna dei record rimane Elgin Baylor.

Non è una considerazione secondaria. Wilt è sempre stato “larger than life”, straordinario, un pezzo unico. E questa sua straordinarietà ha offuscato gli altri dell’epoca, che si sono accodati nella fila dei numeri che sanciscono la grandezza.

Ma i numeri di Elgin non sono da meno, così come l’influenza che ha avuto sul gioco. Perché Baylor, a dire dei suoi contemporanei, è stato il primo giocatore a veleggiare costantemente sopra l’anello, giocando con la forza di gravità come facevano i primi astronauti sulla luna.

Gli afroamericani entrano nella NBA a partire dal ’49, ma è dall’inizio degli anni ’50 che la lega chiude le porte alla segregazione sportiva per aprire quelle dello spettacolo. Così, al gioco dei bianchi, che nel momento di maggiore agilità sembra un’esibizione di ginnastica artistica, si affianca quello dei neri, caratterizzato dalla fisicità ma anche dal senso del ritmo, da una cultura musicale, poetica, ritmica, completamente diversa da quella dei bianchi.

stlsportshistory.com

Doveva davvero sembrare come la scoperta del be-bop per il protagonista di “Sulla strada”, andare a vedere uno come Elgin Baylor giocare. E uno come Wilt, e uno come Oscar Robertson. Un po’ come in Europa alla fine degli anni ’70 si guardava un Delibasic o più tardi ancora un Petrovic: alieni che hanno il compito di anticipare dove andrà il basket, liberandoci dai nostri abituali schemi mentali.

Insomma, dei missionari, dei predestinati, cosa di cui si parla molto oggi per LBJ, a cui gli allenatori si devono adeguare, piuttosto che il contrario. Baylor segnava in tutti i modi: tiro dalla media, entrata, saltando e decidendo in aria che cosa fare. Agli occhi atterriti degli atleti di allora, Baylor dilatava la dimensione del tempo in aria facendolo sembrare molto più lungo del normale, anche se era forse un decimo di secondo.

Ma Elgin Baylor era un giocatore oltre le possibilità degli strumenti che utilizzava. Le scarpe in tela, i parquet lungi dall’essere perfetti, le strutture, gli allenamenti, usurarono in fretta le ginocchia di un giocatore troppo avanti per il suo tempo e non robusto come Wilt (ma nessuno lo era), fino a romperle nella stagione ’64-65, dopo che i primi problemi si erano manifestati nel ’63.

Dopo, dissero che Elgin non fu più lo stesso. Fu abbastanza comunque. Fino al ’70 segnò comunque almeno 24 punti a partita, ma le due stagioni successive semplicemente non si reggeva in piedi.

Se cerchiamo la straordinarietà di Baylor, però, la troviamo principalmente nella stagione 61-62. Impegnato nel servizio militare, gioca 48 partite, tenendo una media di 38 punti praticamente senza allenarsi. Il ’62 è una specie di anno delle meraviglie. Il 2 marzo Wilt stabilisce il record di 100 punti contro i Knicks, ma batte anche il record di punti in una partita che era di Baylor con 74. Lo stesso Wilt tiene una media di 50 punti a partita giocando tutti i 48 minuti di media.

Ma Elgin non è da meno e sicuramente la sua prestazione in gara 5 delle finali è ancora oggi una delle più grandi di tutti i tempi.

Intendiamoci, 100 punti sono cento punti, ma farli a Hershey in una sera qualunque contro una squadra che non va ai playoffs, è una cosa. Farne 61 contro la più forte squadra del decennio in una gara 5 di finale combattutissima, un’altra. E non basta pensare che solo MJ fece meglio di lui, ma giocando da star in una squadra mediocre, in un primo turno dei playoffs con due supplementari.

Ciò non per dire che Baylor fosse meglio di MJ o di Wilt, ma perché tutte le prestazioni necessitano di essere messe in prospettiva. Quella sera Baylor segna 18 punti nel primo quarto e 15 nel secondo. 33 a metà, sono tutti record. Tom Satch Sanders, uno dei più forti difensori della storia dei Celtics, non sa come fermarlo e, quando viene superato, anche il fenomenale Bill Russel è inutile.

Red Auerbach si muove furente sulla panchina, agita i fogli degli scout mentre il pubblico del Boston Garden scuote la testa incredulo. Elgin è tutto un fintare, girare sul perno, entrare ad altezze a cui gli altri non arrivano. Il suo corpo si muove come le note del sassofono di Charlie Parker, in modo incongruo, improvvisando un ritmo che, semplicemente, non è ancora contemplato nello spartito cestistico del tempo.

È un capolavoro che ha il suo zenit quando, sotto di due, 116 a 114, Elgin segna 6 punti consecutivi per portare lo score finale sul 120 – 117 per poi arrivare a un sudatissimo 126-121 finale.

siphotos.tumblr.com

Non basta. Quella dei Lakers contro i Celtics degli anni ’60 è una saga, una vera e propria Guerra di Troia che dura dieci anni, con i Lakers che inutilmente cercano di liberarsi dall’assedio dei Celtics, ma vengono sempre rigettati indietro all’ultimo dalla maggiore compattezza di squadra dei Bostoniani. La serie del ’62 finisce 4-3 per i Celtics. I Lakers la perderanno nel terzo quarto di gara-6, con un parziale di 34-16 e all’overtime di gara-7.

Elgin finirà la serie con una media di 40+18, che, per quello che oggi sarebbe un undersized small forward, la dice lunga sul cambiamento e l’evoluzione del gioco nel lungo periodo. Elgin sarà un Ettore ideale di tutta quella saga degli anni ’60 con Lakers e Celtics. Un carattere che si evidenzierà ancora di più a fine carriera. Elgin si ritira a ridosso dell’inizio della serie di 33 vittorie consecutive dei Lakers del ’72, ancora oggi record, nella stagione dell’unico titolo dell’incredibile carriera di Jerry West.

Ma Elgin, con le ginocchia distrutte, decide di non far parte di quell’avventura. E che abbia un talento per scegliere le squadre perdenti si capisce dal fatto che per 22 anni, dal 1986, sovrintese le operazioni cestistiche dei Clippers.

E che uno dei più straordinari giocatori della NBA sia stato costantemente messo in ombra, con i suoi record e le sue performance nascoste nelle pieghe delle pagine dei numeri, è in fondo la cosa più ironica di un uomo che ha trasceso in campo i limiti imposti, nel suo tempo, all’idea di cestista. Purtroppo non c’erano immagini, se non quelle sfocate di qualche partita impresse su pellicola poco resistente, che ancora oggi ci mostrano un basket in filigrana, con giocatori lenti, in bianco e nero, senza nessuna reale sensazione della velocità e dell’elevazione.

E non c’erano le scarpe, i contratti pubblicitari, i milioni. Lo straordinario avveniva in mezzo alla gente, senza che se ne accorgessero. Come Charlie Parker che a Denver suonava in un locale dimenticato da dio, indicando a chi lo ascoltava il sentiero del nuovo jazz, in cui le regole di prima venivano scardinate dai suoi potenti, e fragili, polmoni.

Buon compleanno, Elgin.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy