Cento di queste stagioni: Jack Sikma – l’angelo biondo di Seattle

Cento di queste stagioni: Jack Sikma – l’angelo biondo di Seattle

Jack Sikma è stato l’unico giocatore di Illinois Wesleyan nella NBA, ma bastava… Un bianco combattente con buona tecnica adatto al clima del grande nord. Un giocatore spesso sottovalutato, ma allora considerato a poca distanza da Kareem, Moses e Parish. Uno dei primi tiratori da tre, dal ruolo di centro e campione NBA 1979.

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Se cliccate su “giocatori della NBA provenienti da Illinois Wesleyan University”, l’unica riga di statistiche sarà quella di Jack Sikma. Da un certo punto di vista basta, visti i 17000 punti e 12000 rimbalzi accumulati in tredici stagioni. Numeri importanti, per un giocatore che ha rappresentato sotto molti aspetti se non un unicum, almeno un esemplare insolito nel bestiario dei giocatori NBA, almeno fino alla fine degli anni ’80.

Scelto al numero 8 nel 1977, subito dopo Bernard King, Jack Sikma divenne per i Seattle Supersonics il simbolo della città e della squadra. I Sonics di quegli anni aspettavano solo un vero big man a cui ancorare la difesa e passare la palla in attacco, per diventare dei veri contender, in anni in cui le tradizionali superpotenze segnavano il passo e la strada per le finali si apriva a squadre, Seattle appunto, ma anche Phoenix, Golden State, Washington, di solito escluse dai grandi giochi.

E quel primo anno per Sikma fu subito importante. I Sonics erano una squadra completa e profonda. Come guardie Dennis Johnson, poi stella in tre titoli dei Celtics e già, nel 1976, in finale con i Suns, e Gus Williams, un contropiedista e uno dei giocatori più veloci della lega. Come ali John Johnson e Lonnie Shelton, una delle migliori ali grandi del suo tempo, con Paul Silas e Fred “Downtown” Brown dalla panchina. Come play titolare, in teoria, “Slick” Watts, uno dei giocatori più amati della squadra, una di quelle menti matte che alimentano leggende nell’NBA con la sua abilità a smazzare assist e rubare palloni.

Watts se ne andrà a metà stagione, troppo irregolare per stare nei rigidi meccanismi di Lenny Wilkens, e in caduta libera fisica, incapace di reggere i ritmi della NBA.

I Sonics, nel primo anno di Sikma, arrivano in finale contro i Washington Bullets ma perdono in 7 durissime partite. È un’NBA molto diversa da quella di oggi. Poco fashion, piena di giocatori duri, tecnici, cerca ancora quell’affermazione definitiva che solo l’arrivo di Magic & Larry prima e MJ poi gli donerà. In questa lega, piena di giocatori comunque fortissimi, Jack Sikma si ritaglia uno spazio come uno dei centri più forti e tecnici. È una lega con Kareem e Moses, con Parish e Walton, DanIssel e Bob Lanier e Artis Gilmore, ogni sera i grandi centri si scontrano in mezzo ad aree dei tre secondi affollate come Union Square a capodanno, per darsele di santa ragione con piedi perni che sembrano piroette di Nureyev, ma fatte da un elefante…

A Illiinois Wesleyan ha imparato un movimento stranissimo: quando riceve non si gira verso l’esterno per evitare il contatto con il difensore, bensì verso l’interno, con un movimento che spiazza l’avversario.

Il movimento in sé non è nulla di speciale, ma nell’esecuzione Jack condisce il tutto con un’esitazione che mette in difficoltà il difensore. È, infondo, la stranezza di ogni giocatore. Hai un bel fare lo scout o incontrarlo mille volte, i grandi giocatori hanno un movimento che ti inganna e che non riesci a fermare: il tiro di Oscar, il gancio di Kareem, il passaggio di Magic e via dicendo fino alla finta di Bodiroga, che milioni di allenatori hanno cercato di inculcare ai difensori, senza che nessuno non si facesse ingolosire da quel pallone, ingenuamente mostrato come una coscia di una ballerina da toccare…

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Jack non era una ballerina di certo. Arrivando da un piccolo college sapeva di non avere i quarti di nobiltà delle grandi scuole, e questo carattere gli rimase dentro tutta la carriera. Una carriera che, per le cose importanti, vittorie e play-off, si concentra tutta nei primi tre anni di carriera, con due finali NBA e una finale di conference.

Il 1978 – 79 si apre con i Sonics ancora favoriti e una concorrenza molto agguerrita a ovest. La coppia di guardie Williams – Johnson dà fisicità e tecnica al backcourt, mentre Sikma – Shelton e Paul Silas rendono i viaggi sotto canestro dei Sonics avventure da limitare il più possibile. Fred Brown e John Johnson assicurano velocità e range di tiro per aprire le difese, consegnando a coach Lenny Wilkens il tipo di gruppo che a un ex giocatore come lui, con la mentalità di squadra e un’idea di difesa e gioco organizzato, sembrano l’ideale per assaltare il titolo.

Sikma gioca un anno fantastico mettendo insieme ottimi numeri: 15,6 punti, 12,4 rimbalzi e 3 assist. I Sonics vincono la Pacific division e nel primo turno dei play-offs incontrano i Lakers di Jabbar. È una serie che fila via liscia con un 4-1 abbastanza netto, l’ultimo per i Lakers da lì alla fine della carriera di Magic.

Al secondo turno incontrano i Suns, e ne esce una serie all’ultimo sangue, sulla lunghezza delle 7 partite. I Suns hanno la possibilità di passare vincendo gara 5, ma perdono di un punto gara 6 e forse il lasciapassare di una generazione di grandi giocatori.

Dopo aver vinto gara-7, i Sonics si avventano sui Bullets per una serie che vogliono assolutamente vincere. In gara-1 un giovane play dei Bullets, tale Larry Wright, poi grande stella del Bancoroma di Bianchini nella coppa dei campioni del 1984, segna i liberi che sanciscono la vittoria dei Bullets. Dopo quella prima partita, i Sonics non si guardano più indietro e ne fanno quattro di fila. Jack segna 16,2 punti  a partita e tira giù 14,8 rimbalzi, vincendo un duello di forza con Wes Unseld, a oggi l’unico pivot di meno di  due metri a vincere un anello NBA.

Jack ha la vittoria della vita e dopo questo miracoloso 1979 si adatta a una vita da stella senza squilli. Arriva regolarmente ai play-off ma non più in finale, poi passa ai Milwakee Bucks dove gioca gli ultimi anni della carriera.

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Sikma negli anni aggiorna il suo gioco, aumenta il raggio di tiro e diventa uno dei primi lunghi a tirare sistematicamente da tre punti. Nell’88-89 ne mette uno a partita di media e, con Bill Laimbeer, è il progenitore di certi lunghi moderni alla Channing Frye che mettono in difficoltà le difese con un tiro più che affidabile.

“L’angelo biondo”, “il martello”, Jack è stato un giocatore di incredibile regolarità, ma non ha mai fatto parte di quella schiera di stelle che lasciano il segno. Un duro non appariscente, un giocatore su cui fare affidamento nei momenti difficili, ma oscurato nei suoi anni migliori da caratteri di maggior successo, come Kareem, Moses e compagnia.

A Seattle ancora rimpiangono lui e tutta l’epopea dei Sonics, di cui Sikma fa parte di un’ideale galleria di onore. Nel profondo nord i caratteri sono così: vanno al sodo, pensano alla realtà, e poco importa se non finiranno nella Hall Of Fame. Quello che contava è stato fatto, mettendo i mattoni mentre altri cantavano.

E forse era meglio così

Buon compleanno Jack.

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