Cento di queste stagioni – Jamal Mashburn

Cento di queste stagioni – Jamal Mashburn

L’ultima stagione di Monster Mash fu anche la sua migliore, il 2003 in maglia New Orleans. Ripercorriamola nel giorno del suo compleanno

Chi è stato il giocatore più giovane a segnare 50 punti in una partita NBA? La risposta non è delle più emozionanti: Brandon Jennings, al primo anno coi Milwaukee Bucks. Ma il quarto della lista è Jamal Mashburn. La sua carriera era cominciata col botto. Uscito da Kentucky nel 1993 con tutti gli onori e le pistole fumanti, sfiora i 20 punti di media al primo anno e nel secondo ne rifila 50 ai Jordan-less Chicago Bulls. Peccato che è stato scelto da Dallas, e parlare dei Mavericks di quegli anni è un po’ come sparare sulla croce rossa. L’iconografia era quella giusta, c’era la tripla J di Mashburn insieme a Jim Jackson e al giovane Kidd, ma in due stagioni raccolsero appena 49 vittorie.

Jamal comunque segnava, era lì per quello. Una small forward pura come piaceva negli anni ’90, con la stazza adatta a fare il bullo in post-basso. Non gli si chiedeva di spendersi nella propria metà campo, di fornire un contributo all-around, di infastidire i lunghi avversari; il suo compito era mandare la palla in fondo al cesto e conosceva tutti i modi per farlo. Uno scorer nel vero senso del termine, ma anche quello che oggi chiameremmo volume shooter. Tirava da tre punti col 34.5%, un buon dato considerando l’epoca,, ma con un modesto 41.8% complessivo.

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I primi guai fisici ne frenano l’ascesa, è quella rotula che non lo lascerà mai in pace, i Mavericks lo danno per finito e capitalizzano spedendolo a Miami. Lì gioca i suoi i primi playoff ma l’amore non sboccia, in Florida ci sono Alonzo Mourning e Tim Hardaway a rubargli la scena, Pat Riley non ha bisogno del Jamal pistolero ma lo preferisce più disciplinato. Le ginocchia, intanto, continuano a scricchiolare.

Il trasferimento a Charlotte è un toccasana. La divisa è quella degli Hornets originali, prima che il North Carolina restasse senza franchigie e prima dei malnati Bobcats, Baron Davis è la spalla che gli è sempre mancata. Jamal torna a segnare come ai tempi di Dallas, la squadra lo cerca, lui stringe un patto col suo corpo e sopporta il dolore.

Sarà stata l’aria scanzonata della Big Easy, il vibe positivo della musica jazz o i rinomati gamberi della Louisiana, fatto sta che quando gli Hornets si trasferiscono a New Orleans Jamal Mashburn si esalta e disputa la sua migliore stagione. Siamo tra 2002 e 2003, in febbraio arriva anche la chiamata per l’All Star Game; tutti lo ricordiamo come l’ultimo di Michael Jordan ma per Mashburn è il debutto, una sorta di premio alla carriera. Non che non se lo sia meritato con le prestazioni sul campo, tutt’altro. Si muove più vicino a canestro e si scopre rimbalzista, ne cattura più di 6 a partita. Tira e segna a volontà, investe sulle conclusioni dalla distanza con 306 tentativi, sfonda di nuovo quota 50 punti in casa contro Memphis – siglando pure il canestro della vittoria – mentre ai Magic ne riserva 40 in un duello spettacolare col McGrady dei tempi d’oro. Coach Silas sa quanto sia vitale il suo ruolo per la squadra e ne ignora le ginocchia traballanti, lo tiene sul parquet più di 40 minuti a partita e il pallone è spesso nelle sue mani. Gli assist ai compagni sono una naturale conseguenza, insieme a un’idea di pallacanestro che si è fatta più smaliziata rispetto agli esordi; ne totalizza 5.6 a partita, il massimo in carriera, con due triple doppie a impreziosire il tutto.

L’eliminazione ai playoff è amara, cortesia dei Philadelphia 76ers in sei partite. Mashburn annusa l’aria del protagonista ma parte con le mani fredde, 28 punti in gara 1 conquistati in buona parte dalla lunetta, poi è costretto a saltare due sfide. Quando torna ha ritrovato la precisione, ma i 36 punti di gara 6 – con 3 su 4 dall’arco – non bastano a evitare agli Hornets la sconfitta di misura.

L’anno successivo le ginocchia faranno valere il loro diritto di riscatto. Si guadagna la convocazione al secondo All Star Game prima di cedere alle pressioni del chirurgo; si opera per risolvere una microfrattura e, di fatto, non gioca più un minuto di basket. Oggi compie 44 anni e si è costruito un piccolo impero tra tavole calde e concessionarie d’auto. Non avrà di certo problemi di finanze se lo conduce con lo stesso piglio che mostrava sul campo. Monster Mash era un giocatore onesto, merce rara; sapevi sempre cosa aspettarti da lui.

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