Cento di queste stagioni – Jason Terry

Cento di queste stagioni – Jason Terry

Oggi il Jet compie 39 anni. All’alba della sua – chissà – ultima stagione, torniamo al suo momento migliore: il titolo 2011 coi Dallas Mavericks.

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Negli anni in cui è esplosa la moda di scaldamuscoli e calzamaglie, un uomo solo resiste stoico coi suoi calzettoni anni ’80, lunghi fino al ginocchio. Jason Terry è un giocatore d’altri tempi, un girovago dell’NBA che non si arrende al passare degli anni. A fine ottobre lo troveremo di nuovo ai blocchi di partenza, nonostante le trentanove primavere che compie proprio oggi, stavolta con la casacca dei Milwaukee Bucks. Difficile immaginarlo nel ruolo di chioccia se pensiamo allo stile schizofrenico degli esordi, quello con cui puntellò il titolo NCAA degli Arizona Wildcats edizione 1997, che gli valse la decima pick al draft di due anni dopo (solo quattro Seattlers sono stati scelti più in alto di lui). Lo stile con cui condusse gli sciagurati Atlanta Hawks di inizio millennio sfiorando i 20 punti a partita.

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Temuto per il trash talking e famoso per le superstizioni: di quei calzini ne indossa cinque paia, una sopra l’altra, e la notte prima di un match dorme in uniforme.
Quel Jason Eugene Terry era un giocatore molto diverso; le iniziali del nome ci sono, ma non era ancora il Jet. Una guardia pura dirottata a compiti di playmaking, uno specialista difensivo che col duro lavoro si era costruito un jumper di tutto rispetto. Ma oggi i defensive stopper vantano le braccia chilometriche di Kawhi Leonard, o una stazza maggiore dei suoi smilzi 188 centimetri. Il midrange game, suo habitat naturale, è in aperta obsolescenza. Un cestista intelligente e dotato di quel feel for the game, però, sa come reinventarsi; non a caso la sua stagione più memorabile è quella che corona con l’anello di campione NBA la lunga rincorsa dei Mavs e la maturazione di Terry, veterano fra i veterani.

È il 2011 e sembra che per Dallas le lune più prospere siano passate. Le Finals perse con la beffa cinque anni prima e la clamorosa eliminazione al primo turno nel 2007 bruciano ancora. Terry ha messo radici in Texas da più di un lustro e ha visto avvicendarsi sulla panchina Don Nelson, Avery Johnson e Rick Carlisle con alterne fortune. Arrivato come rimpiazzo del partente Steve Nash in dei Mavericks che puntavano tutto sul tedescone e sul fuoco di paglia Josh Howard, è rimasto pazientemente a guardare mentre perdeva il posto in quintetto a favore di Devin Harris.

Qualche mese di assestamento e si è ritagliato il ruolo di sesto uomo, e che sesto uomo: nel 2009 vince anche il premio dedicato alla categoria. Gioca minuti da titolare e spesso chiude le partite sul parquet, ma ha mansioni di guastatore. Guida l’attacco della second unit, aggredisce le difese avversarie nel momento in cui tirano i remi in barca: come il celebre Vinnie “Microwave” Johnson, si scalda in un amen.
La produzione statistica subisce soltanto un calo fisiologico: nel 2009 i punti a partita sono 19.6 come negli anni d’oro di Atlanta, poi si attestano sui 16 scarsi del 2011. Diminuiscono assist e rubate, quello sì. Libero da responsabilità in regia, Jason Terry è un’arma offensiva fatta e finita, specializzato nello sfogare il killer instinct nei minuti decisivi. A maggior ragione adesso che Jason Kidd è appena arrivato a Dallas. Un cavallo bolso, giudicano alcuni, ma la storia dirà altrimenti.

Fino ad aprile la stagione dei Mavericks è soporifera. Mark Cuban ha rotto il salvadanaio coi risparmi e ha rifornito la rosa di veterani: Tyson Chandler, Shawn Marion, Caron Butler, DeShawn Stevenson. Non esattamente basket champagne, figuriamoci col morale rasoterra per via delle cocenti sconfitte, ma il gruppo è solido e le rotazioni funzionano, chiudono terzi. Terry vive un anno tranquillo, in secondo piano; poi nei playoff accende i motori.
Ci vogliono comunque sei partite per superare gli ostici Trail Blazers e agli occhi dei tifosi appaiono i fantasmi dell’ennesima eliminazione prematura. Da lì sarà tutta discesa.

Le semifinali di Conference contro i Lakers campioni in carica sono un capolavoro, un cappotto dal sapore tennistico che Terry sigilla con una gara 4 da raccontare ai nipoti; 9 su 10 dall’arco alla sirena finale.
Poi tocca agli acerbi Oklahoma City Thunder, superati agilmente. Il Jet, ormai è chiaro, è pronto al decollo. Segna 24 punti in gara 1, 20 in gara 4, registra 6 assist in gara 3. Quando ormai nessuno più se lo aspettava i Mavericks tornano in finale, con Terry e Nowitzki unici reduci a riscattare la sconfitta del 2006. Gli avversari sono gli stessi, i Miami Heat, ma al contempo sono molto diversi. È la squadra di LeBron e di Bosh, oltre che quella di Wade, in più c’è il vecchio compagno ad Arizona Mike Bibby. Una corazzata appena eretta ma già favorita per il titolo. Terry però, lo dicevamo, ha la missione di rompere le uova nel paniere. Sotto 2-1 e con un Butler in meno, coach Carlisle ha l’intuizione della vita: mettere in campo JJ Barea e dare carta bianca a lui e a Terry per fare a fette la difesa muscolare degli Heat. Il piano funziona.

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Il Jet sfonda il muro del suono con 17 punti in gara 4, 21 in gara 5, 27 in gara 6. È in movimento perpetuo, specialmente senza palla, slalomeggia tra i blocchi fino a trovare l’angolo giusto per ricevere. LeBron finisce spesso e volentieri a marcarlo e lui lo fa impazzire coi piedi veloci di un trentaquattrenne. Nella migliore delle profezie auto-avveranti, Terry trasforma in realtà quel Larry O’Brien Trophy tatuato sul bicipite a inizio stagione.

Da lì in avanti la sua carriera vivrà fra alti e bassi. Vagabonderà tra Boston, Brooklyn e Houston e si stamperà un tatuaggio nuovo per ognuna di queste avventure – tra cui un altro trofeo, stavolta meno fortunato – perché per lui la pelle è un diario di viaggio. La prima pagina la scrisse dove tutto ebbe inizio, un 206 che si allarga sul petto: il prefisso della nativa Seattle. E nel suo stato di Washington Terry torna sempre più spesso, non fa eccezione a quella connessione speciale che gli NBAers dell’estremo nordovest mantengono fra loro e col territorio. Segue iniziative e tornei per i ragazzini, poi nel tempo libero allena il team estivo della figlia Jasionna, seconda ai campionati nazionali nel 2010.

La University of Alabama at Birmingham non ci aveva visto male nel proporgli la propria panchina qualche mese fa. Uno che vive di pallacanestro fin dalla più tenera età e che la comprende come il Jet non può che diventare un valido coach. Ma la carriera dall’altro lato del parquet dovrà aspettare, per almeno un altro anno al completo elegante preferirà fascetta, canottiera, pantaloncini e calzettoni alti fino al ginocchio.

 

– di Andrea Cassini

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