Cento di queste stagioni – John Starks

Cento di queste stagioni – John Starks

Oggi l’ex #3 dei Knicks compie 51 anni, andiamo a ripercorrere quella che è stata la sua miglior stagione in carriera.

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Dall’inferno al paradiso, con svariate andate e ritorni. La carriera di John Starks è costellata di alti e bassi, di momenti in cui tutto sembrava finito e di altri in cui il cielo è il limite, come dicono da quelle parti.
Ragazzo problematico, nel 1990 strappa un contratto con i Knicks grazie a un cavillo (aveva un decadale durante il quale si è infortunato, così per regolamento se lo sono dovuto tenere alla Grande Mela), ma l’anno dopo arriva Pat Riley sulla panchina di New York; il nuovo coach vede qualcosa in lui e da lì in poi diventa un idolo del Madison.

La stagione 1993/94 è quella della definitiva consacrazione: fino ad allora era partito in quintetto in sole 61 delle 259 partite giocate, ma per la corsa al titolo (Jordan è occupato sul diamante, non c’è occasione migliore per puntare all’anello) coach Riley rompe gli indugi e gli appunta al petto il ruolo di titolare.
Starks ringrazia e parte subito fortissimo: nelle prime 10 gare stagionali supera per due volte quota 30 punti (37 con 7/10 da tre contro Miami e 35 con 15/26 dal campo contro i Bucks) mettendone 20.7 di media, con 4.8 assist e il 41.1% da 3; i Knicks aprono le danze con un buon 8-2 di record.

A dicembre ne infila 35 nella sconfitta casalinga contro gli Houston Rockets e mette a referto le sue due prime doppie doppie, che a fine stagione saranno cinque in tutto. Nel primo mese del 1994 alza ancora il livello delle sue prestazioni, andando in doppia cifra in tutte e 16 le gare e facendo registrare 22 punti, 7.4 assist e 1.9 rubate di media; non a caso, i Knicks tornano a casa con una L in sole 4 occasioni.
Febbraio vede un calo per Starks, le cui cifre si abbassano leggermente; la mazzata però arriva il 9 marzo, nella vittoria contro Atlanta: infortunio al ginocchio per John, l’operazione chirurgica è necessaria se vuole tornare in pista per i Playoffs.
Il 14 marzo va infatti sotto ai ferri e i tempi di recupero, dapprima previsti intorno alle 3 settimane, purtroppo raddoppiano; un brutto colpo per i Knicks, che dovranno fare a meno della loro guardia titolare e del miglior tiratore da 3 almeno fino alla fine della stagione regolare. Mani piene quindi per Hubie Davis e Rolando Blackman, visto che Doc Rivers è out per tutta la stagione sempre a causa di un infortunio al ginocchio.

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I Knicks chiudono con un record di 59-25, al pari di Atlanta ma secondi a Est a causa degli scontri diretti favorevoli agli Hawks.
Al primo turno dei Playoffs trovano i cugini d’oltrefiume dei New Jersey Nets, capitanati dalla coppia Kenny Anderson/Derrick Coleman; e proprio gara 1 segna il ritorno in campo di Starks, seppur per pochi minuti. La serie finisce 3-1 per i Knicks, e il nostro ha rodato i motori per quella che nelle ultime stagioni è stata una sfida cruciale per i suoi: arrivano i Chicago Bulls.
Seppur orfani di MJ, i Bulls vendono carissima la pelle vincendo tutte le gare casalinghe, e portando i newyorkesi fino a gara 7: 2/11 al tiro per Starks nella partita decisiva, ma +10 finale per New York e Finali di Conference conquistate. Ad aspettarli, gli Indiana Pacers dell’odiatissimo Reggie Miller.
I primi quattro episodi della serie seguono il copione e vedono due vittorie per ciascuna compagine, rispettando il fattore campo, ma Indiana va a strappare un’importantissima vittoria al Madison in gara 5, in cui Starks mette sì 16 punti e 8 assist, ma tira con un deludente 5/16 dal campo
I Pacers fino a quel momento tra stagione regolare e Playoffs hanno perso solo 12 delle 47 gare casalinghe, ma i Knicks arrivano a Indianapolis col coltello tra i denti e un solo obiettivo: le NBA Finals.
Miller ne mette 27 ma il suo diretto rivale John Starks pesca dal cilindro una prestazione clamorosa: 26 punti con 8/11 dal campo (5/6 da oltre l’arco), 6 assist e 3 rubate; New York pareggia la serie sul 3-3 e si riprende di forza l’inerzia della serie.
Gara 7 è sofferta, Starks tira ancora male (5/16) nella gara decisiva ma i suoi la portano a casa: dopo tanti anni è ancora finale per la Grande Mela.

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In finale Starks & co. trovano gli Houston Rockets dell’MVP stagionale Hakeem Olajuwon, già avversario di mille battaglie con Pat Ewing.
I Rockets hanno un record migliore e quindi il fattore campo, che onorano vincendo una gara 1 in cui Starks non brilla per nulla (11 punti con 3/18 al tiro). In gara 2 New York fa il colpaccio e sbanca Houston, grazie anche ai 19 del nostro eroe.
Ora si torna al Madison per 3 gare consecutive, ma nonostante il 20+9 di John i Rockets si riprendono subito il fattore campo, portandosi di nuovo in vantaggio sul 2-1.
Ispirati dai New York Rangers dell’hockey, freschi (è proprio il caso di dirlo) vincitori della Stanley Cup, i Knicks rimettono la testa avanti vincendo gara 4 e gara 5 con uno Starks da 19.5 punti, 5 assist, 4.5 rimbalzi e 1.5 rubate di media.
Gara 6 è tiratissima, a 5.5 secondi dal termine i Knicks 2 punti da recuperare e una rimessa laterale; la palla va ovviamente al miglior tiratore da tre di NY, ovvero John Starks: pick ‘n roll con Ewing, un paio di palleggi verso il fondo e un arresto e tiro da tre, che però viene parzialmente stoppato dal sopradetto MVP di origini nigeriane. 86-84 Rockets, per i Knicks si profila l’ennesima gara 7 di questi Playoffs.

Ed è una gara 7 che John Starks non dimenticherà mai, così come buona parte di tifosi dei Knicks: il suo 2/18 al tiro (0/10 nel solo ultimo periodo) con 0/11 da tre ha trasformato in incubo quella che poteva essere una notte da sogno, dando una bella mano alla conquista del primo titolo nella storia degli Houston Rockets. Chiaramente sarebbe ingeneroso dare a lui tutte le colpe per la sconfitta, ma altrettanto miope non ammettere che la sua prestazione nella gara più importante della stagione sia stata a dir poco pessima.

Una piccola consolazione arriverà nella stagione successiva, quando alla prima trasferta a Houston il nostro John sfodera una gara da 22 punti e 7 assist, compreso uno schiaccione in testa a The Dream:

 

Resta comunque il ricordo di una stagione super, peccato non sia stata coronata come avrebbe meritato…

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