Cento di queste stagioni – JR Smith

Cento di queste stagioni – JR Smith

Compie 31 anni oggi uno dei protagonisti degli ultimi Playoffs. Riviviamo tutta la sua stagione appena trascorsa!

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Donne, tatuaggi ed auto. Pensiamo non ci sia inizio migliore per introdurre il personaggio di questo nuovo “Cento di queste stagioni” poiché queste tre passioni sono presenti e radicate nel genotipo di JR Smith.

Nell’annuario scolastico di solito i ragazzi fanno riferimento a frasi di poeti, scrittori o cantanti che in qualche modo hanno segnato la loro vita liceale, ma tutto ciò era troppo banale per un ragazzo (allora 15enne) già fuori da qualsiasi schema giovanile; infatti JR scelse questa frase: “Get chicks or die trying”. Insomma, il giovane Smith aveva le idee ben chiare già nei primi anni della sua adolescenza.

Insieme a questa “attrazione” verso il mondo femminile, crebbe anche la passione per i tatuaggi che al giorno d’oggi ricoprono quasi del tutto il suo corpo. Nonostante una sua prima riluttanza verso questo mondo, dopo aver visto concluso il suo primo tatuaggio, JR decise di continuare a coprirsi di inchiostro senza sosta. Ma quale fu il primo tatuaggio di JR? Le date di nascita e morte dei nonni? Il volto della madre? Il famoso “Through the fire”? Nessuno di questi. Il suo primo tattoo rappresentava egli stesso che schiacciava a canestro, perché oltre ad essere un “bad boy”, JR era anche un promettente giocatore di basket.

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Nel 2004 si dichiarò eleggibile al draft NBA dove venne scelto come 18a scelta dai New Orleans Hornets. A partire da quell’anno JR ha vestito le maglie di: Hornets, Nuggets, Knicks e Cavaliers, dove ha disputato sempre buone annate, ma sicuramente per livello di rendimento ed efficienza la sua migliore stagione è quella appena conclusa in maglia Cavs.

Arrivati a fine gennaio 2016 con un record di 30-11, i Cavs decisero di licenziare l’allenatore David Blatt per far posto a Tyronn Lue, creando un po’ di sbigottimento generale poiché il nuovo head coach non aveva mai allenato una squadra NBA e si ritrovava a dover dirigere una delle migliori franchigie. Nonostante questo cambio di allenatore, il ruolo di JR rimase sempre lo stesso: difendere e farsi trovare pronto (e libero) per un tiro da 3 punti. Con Lue, JR iniziò ad avere un ruolo di maggiore importanza in attacco, infatti tra le sue prestazioni più positive dall’arco dei 3 punti troviamo:

7/14 contro i Bulls

7/11 contro i Bucks

6/9 contro gli Hornets

6/12 contro i Kings

6/7 contro Clippers

5/8 contro OKC

Oltre ad un maggior contributo in attacco, JR perdeva meno palloni, dato che il ruolo che gli costruì Lue si limitava a passaggi semplici, tagli e tiro. Inoltre una maggiore attenzione alla zona difensiva del campo gli fece aumentare anche il numero di palle rubate.

Insomma il gioco di Lue invece di sminuirlo, rivitalizzò JR, forse meno coinvolto ma molto più concreto. A fine regular season le stats erano queste: 12.4 punti, 40% da tre punti, 41% dal campo, 1.1 palle rubate e 0.8 palle perse (la più bassa di sempre). I Cavs bissarono il successo della Conference e al primo turno incontrarono i Detroit Pistons. Il passaggio del turno doveva essere una pura formalità, dato che il numero 23 dei Cavs appena sente la parola “Playoffs” cambia marcia.

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Gara1 iniziò nel migliore dei modi per la squadra, anche se JR faticò a trovare il canestro chiuse la serata con 2/7 da tre punti, invece in gara2 Smith iniziò a bombardare la retina avversaria. JR contribuì in maniera più che evidente alla vittoria di Cleveland con ben 21 punti tirando col 63% da tre (7/11). Il suo contributo in questa partita fu decisivo poiché le sue triple tennero aggrappati i Cavs ai Pistons per tutta la partita. Nota di merito vanno alle due triple consecutive a fine 1° quarto, quando i Cavs erano sotto 26-17.

Gara3 fu una partita abbastanza tranquilla per JR che mise a referto solo 3 triple su 8 tentativi, ma tra queste va sottolineata l’ultima che spianò la strada per la vittoria. Sul 92-90, su invito di LeBron, piazzò una tripla delle sue che portò a 5 punti di vantaggio i Cavs, che allungarono fino al +10 finale, ma nonostante il vantaggio nella serie per 3-0 gara4 fu la più complicata e combattuta della serie, ma quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare. Reggie Jackson ricorderà a lungo questa partita, dato che JR gli mise in faccia ben tre triple dal coefficiente di difficoltà elevatissimo, tra cui ricordiamo quella sulla rimessa con 2.2 sul cronometro col risultato sul 92-86.

Smith chiuse la serie con 13.5 punti e col 51% da tre punti. In semifinale fu il turno degli Atlanta Hawks, furiosi del 4-0 subito l’anno precedente. Gara1 iniziò come da copione, con la guardia che bombardò il canestro con un 4/7 da tre punti, ma soprattutto piazzando una tripla pesantissima quando il risultato era 88-87 per Atlanta e gara2 fu addirittura migliore infatti chiuse con 23 punti, di cui 20 nel solo primo tempo con un 6/9 da tre punti.
In gara3 e in gara4 segnò pochissimo, rispettivamente 6 e 3 punti, ma tanto bastò ai Cavs per aggiudicarsi anche questa serie con un secco 4-0. Smith chiuse la serie con 11 punti e col 50% da tre.

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In finale di conference per i Cavs arrivarono i Raptors di Lowry e DeRozan, carichi come non mai per aver consegnato per la prima volta in assoluto la finale di conference a Toronto.
Gara1 fu l’unica partita in tutti i Playoff dove JR non segnò triple, infatti chiuse la partita con 5 punti e 0/3 da tre punti, ma nonostante ciò i Cavs vinsero di ben 31 punti mentre in gara2 segnò 12 punti con i Cavs che vinsero di 19 punti.
Gara3 rappresentò la prima battuta d’arresto per i Cavs, ma nonostante ciò JR fu uno dei migliori segnando 22 punti, invece in gara4 ci fu un ritorno alle origini di Smith con un 3/12 dal campo. Questa performance fu la peggiore di tutti i Playoff, e in conferenza stampa Smith si prese tutte le responsabilità per aver giocato male, poiché prese tiri che non gli spettavano.
Gara5 e gara6 rappresentarono due passeggiate per i Cavs, che distrussero i Raptors con scarti di +38 e +26, ma nonostante ciò JR diede il suo contributo con 7 e 15 punti. Smith chiuse la serie con 11.7 punti e col 40% da tre punti.

Arrivati a questo punto, come tutti avevano predetto da inizio regular season, la finale fu tra le due squadre che avevano dominato le rispettive conference: Cavs vs Warriors.
Forse un po’ per l’emozione della finale, un po’ per il tifo contro, i Cavs non riuscirono ad imporre il loro ritmo come avevano fatto in precedenza con Pistons, Hawks e Raptors e gara1 si concluse con un passivo di -15. Per il nostro giocatore sembrarono ritornare i fantasmi del passato e chiuse con una prova incolore con soli 3 punti e gara2 andò addirittura peggio della precedente, con i Cavs che persero di ben 33 punti. Per JR fu un’altra brutta prestazione con soli 5 punti all’attivo.

Tutti quanti si aspettavano un cambio radicale in gara3, e fortunatamente fu così. Trascinati anche da JR autore di un 20ello, i Cavs vinsero la gara di ben 30 punti, ma la franchigia non ebbe neanche il momento di gioire per la vittoria, poiché arrivò una doccia gelata in gara4. Nonostante il tifo della Quicken Loans Arena e i pronostici a favore, i Cavs persero di 11 punti, e in quel momento tutti si aspettavano un’agevole vittoria in gara5 da parte dei Warriors. Quando tutto sembrava perso, arrivò la fiamma che mantenne accesa la speranza dei Cavs: Draymond Green non giocò gara5. Condotti da un LeBron James autore di ben 41 punti i Cavs espugnarono l’Oracle portando la serie sul 3-2. Anche in questa gara JR si fece sentire sia in attacco che in difesa e gara6 fu un monologo Cavs. Sugli scudi sempre il solito LeBron (ancora 41 per lui) e Irving (23 punti) mentre per JR furono 14 i punti alla fine del match.

Insomma, la finale che tutti volevano arrivò all’atto decisivo, il più bello, il più importante, ma anche quello che incute più timore nei giocatori.

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Ad inizio terzo quarto il tabellino recitava 46-54 per i Warriors, con i Cavs in difficoltà a trovare la retina, ma nel momento più difficile della partita intervenne JR. Prima tripla, solo rete, 49-54. Difesa forte dei Cavs, errore di Barnes, palla a LeBron che sa già da chi andare. James spalle a canestro contro Curry, passaggio a JR che batte in palleggio Thompson, arresto e tiro da tre punti, SOLO RETE. Forse in quel momento i Cavs riacquistarono un po’ di speranza e trascinati dai solito LeBron ed Irving riuscirono nell’impresa di ribaltare la serie da 3-1 a 3-4, proclamandosi campioni NBA.

Smith chiuse la serie con 10.6 punti e 35% da tre punti, e chiuse i playoff 2015-2016 con queste stat: 11.5 punti, 43% dal campo e 43% da tre punti (la sua percentuale più alta di sempre ai playoff).

Una vita passata sotto i riflettori con l’etichetta di bad boy che sembrava destinata a durare in eterno, ma lo sappiamo, le favole presentano un lieto fine. Dopo la vittoria dell’anello queste furono le parole di JR in conferenza stampa:

“I mean, my parents, my family — that’s the biggest inspiration in my life. I’ve been in a lot of dark spots in my life, and if it wasn’t for them, I wouldn’t be able to get out of them. But they are who they are. They followed me. They yelled at me, they screamed at me. They loved me. They hugged me. They cried with me. They always stuck by my side, no matter right or wrong. And I know a lot of people don’t have their parents in their life — their mother or their father — but, I got the best two. You guys were, I swear. There’s six of us and they didn’t treat any of us different. They loved us the same. They treated us all the same, and I just want to be like them when I grow up. My dad is easily my biggest inspiration to play this game. To hear people talk bad about me, it hurts me, because I know it hurts him, and that’s not who I am. And I know he raised better, and I know I want to do better. Everything I do is for my parents and my family. The cars is nice, the houses is nice, but none of this matters without them. If it wasn’t for them, I wouldn’t be here. I don’t know where I would be. Honestly, if it wasn’t for them — if it wasn’t for the structure and the backbone that I have — I wouldn’t be able to mess up and keep coming back and being able to sit in front of you as a world champion”.

 

Dopo queste parole tutti pensavano che JR avesse finalmente appeso al chiodo le vesti di bad boy, ma il detto ci insegna: il lupo perde il pelo, ma non il vizio.

Per festeggiare la vittoria dell’anello i Cavs scelsero come località Las Vegas, e Smith pensò bene di festeggiare spendendo 23.000$ in champagne; inoltre verrà immortalato a torso nudo in più foto. Rientrati a Cleveland per festeggiare la vittoria dell’anello con la consueta parata per la città, le gente notò che anche in quel frangente JR girava senza maglia, e questo suo “stile” portò The Ringer a creare questo:

 

Inoltre anche il Presidente Obama disse due paroline: “Tell JR and everybody to put on a shirt, though. He can’t be just walking around without a shirt for a whole week”.

Amato, odiato, eccentrico, originale, pazzo, ecc., potremmo descrivere JR con mille aggettivi, ma per oggi limitiamoci a definirlo come un campione un po’ sopra le righe.

Tanti auguri, JR SMITH!

 

– di Lorenzo Schettino

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