Cento di queste stagioni: Kareem Abdul-Jabbar

Cento di queste stagioni: Kareem Abdul-Jabbar

Nel giorno del suo compleanno, riviviamo una delle annate più importanti di un giocatore simbolo di questo sport.

di Marco Lacava

Kareem Abdul-Jabbar è stato uno dei più importanti giocatori nella storia del basket americano. Nato il 16 aprile 1947 a New York con il nome Ferdinand Lewis Alcindor Jr., fin da piccolo ha dimostrato le sue ottime doti nel gioco della pallacanestro, portando la sua squadra del college (la University of California-Los Angeles, UCLA) a tre titoli durante la sua permanenza nel team. Alto 218 centimetri, giocava nel ruolo di centro e ha militato per 20 stagioni consecutive in NBA, con addosso due casacche: quella dei Milwaukee Bucks, che lo selezionarono come prima scelta nel Draft del 1969, e quella dei Los Angeles Lakers, con cui vinse 5 anelli e scrisse pagine importantissime nella storia della lega. Attualmente, con i suoi 38387 punti, è il giocatore che ne ha segnati di più nella storia del campionato statunitense.

La stagione che ci sentiamo di raccontare è quella del 1970-71, sia per quanto fatto sul campo che quanto successo fuori.

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I Milwaukee Bucks della stagione 1970-71. Tra le sue fila ci sono due giocatori immortali dello sport, Oscar Robertson, Mr. Tripla-Doppia prima dell’avvento del numero 0 dei Thunder, e proprio Lew Alcindor, Rookie of the Year la stagione precedente. Uno playmaker e l’altro centro. La regular season va bene, la squadra gioca e i risultati arrivano, come la serie di 20 vittorie consecutive tra il 6 febbraio e l’8 marzo. Il record a fine stagione segna 66-16 e primo posto nella Midwest Division. Alla sua terza stagione il NBA, i Bucks, fondati nel 1968, raggiungono per la seconda volta il post-season.

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I play-off vanno ancora meglio, semifinale di Conference vinta 4-1 contro i San Francisco Warriors e la finale di Conference finita con lo stesso risultato a scapito dei Los Angeles Lakers. Questo vuole dire finale NBA. Ciò che tutti i giovani amanti del basket americano sognano fin da piccoli.

Pure Ferdinand Lewis la sognava da piccolo, piccolo solo anagraficamente visti il suo metro e settantadue a soli nove anni. Un predestinato arrivato su questo pianeta solo per giocare partite importanti come questa. Davanti loro i Baltimore Bullets. Al terzo incontro della serie, il tabellino segna 3-0 Bucks. Gara 4 va nel migliore dei modi possibili. I Bucks comandano l’incontro fin dai primi minuti e alla fine giocano gli ultimi con l’anello “già al dito”, visto il cospicuo vantaggio accumulato. “The Big O” è ispirato e conclude la partita con 30 punti segnati e 9 passaggi vincenti per i compagni. Il numero 33 fa ancora meglio, oltre ai 27 punti messi a segno, porta a casa 12 rimbalzi e 7 assist, ricordando che stiamo parlando di un centro. Finisce 118 a 106. Milwaukee sul tetto del mondo e Lew Alcindor eletto MVP sia della regular e sia delle Finals. Il giusto compenso ad un giocatore stellare.

 

 

Il 1971 non è solo l’anno della vittoria del primo anello. Fino ad ora abbiamo chiamato il numero 33 di Bucks e Lakers sempre col suo nome di battesimo. In questo anno stravolge la sua vita, cambia religione e cambia nome. Si converte all’Islam e modifica il suo appellativo in Kareem Abdul-Jabbar, in lingua araba “il noble servitore dell’onnipotente”. In un’intervista del 2015 per AL Jazeera America racconta il perché della sua scelta. Fino a quel momento “ero Lewis Alcindor, il pallido riflesso di ciò che l’America bianca si aspettava da me. Oggi sono Kareem Abdul-Jabbar, la manifestazione della mia origine africana, della mia cultura e della mia fede”. Fin da giovane ha dimostrato un certo avvicinamento al Corano e all’Islam, cosa che lo portò a ripugnare la notorietà acquisita giocando a basket e ai riflettori sempre puntati su di lui. Riteneva che tutti volessero che lui fosse “il chiaro esempio di uguaglianza razziale. Il manifesto di come chiunque, proveniente da qualsiasi condizione, potesse arrivare a vivere il sogno americano. […] Io sapevo invece che erano i miei 218 cm di altezza e il mio fisico atletico che mi avevano portato lì dov’ero, non certo le pari opportunità”. Una faccia dell’America, che esiste da sempre, in cui tutto viene strumentalizzato per inculcare nel popolo una credenza in particolare, in questo caso il raggiungimento del fantomatico “sogno americano”.

 

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Trasportando quanto fatto dal gigante newyorkese ai giorni nostri, vengono in mente le restrizioni di tipo razziale attuate dal governo americano. Ecco che Abdul-Jabbar diventa attuale, simbolo dell’avvicinamento tra culture diverse. Però, come sottolinea il cestista, bisogna tenere in mente che “abbiamo bisogno di una forte motivazione per abbandonare le tradizioni della nostra famiglia e della nostra comunità per abbracciare delle credenze estranee”. Sostanzialmente, più facile a dirsi che a farsi. Nonostante ciò, non è detto che per avvicinarsi ad una cultura diversa dalla propria bisogna stravolgere la propria vita, cambiare nome e studiare per anni libri come il Corano. Ognuno lo fa come si sente di farlo. Prendendo come esempio colui che invece ha “stravolto la sua vita” per questo ideale di parità razziale e culturale. Ecco perché Ferdinand Lewis Alcindor Jr./Kareem Abdul-Jabbar è stato molto di più che un semplice campione del basket statunitense, ma anche un esempio di uguaglianza e rispetto tra popoli. Detto ciò, non possiamo far altro che fargli i migliori auguri per il suoi 70 anni.

Auguri Kareem! E grazie…

 

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