Cento di queste stagioni – Kenny Anderson

Cento di queste stagioni – Kenny Anderson

Quarantasei anni fa nasceva Kenny Anderson, leggenda dei playground. La sua carriera in NBA è stata povera di successi ma noi lo festeggiamo ricordandolo nei New Jersey Nets di inizio anni ’90; prima e dopo Drazen Petrovic

Se a quei tempi l’NBA avesse previsto per i rookie la possibilità di saltare il college ed entrare per via diretta nei professionisti, la punta di diamante della leva cestistica 1988 sarebbe stata Kenny Anderson, davanti persino a Shaq.

Per i più giovani di noi il ragazzo prodigio per eccellenza è LeBron James; the chosen one, titolavano su di lui quando aveva meno di diciotto anni. Chi è nato un po’ prima, o chi è appassionato di basket d’essai, ricorderà anche un altro predestinato. Kenny Anderson impazzava sulle copertine dei giornali quando era a malapena adolescente, raggranellava premi e mobilitava legioni di scout. La sua fama raggiungeva l’intera nazione, figuriamoci nella sua New York City. Nativo del Queens, era riuscito nell’intento di costruirsi una duplice reputazione. Imperversa nei playground, è tra le leggende di LeFrak City, Rucker Park e The Cage, e domina i campionati locali con la sua scuola superiore. Non in molti possono vantare un simile curriculum. Uno fra tutti? Kareem Abdul-Jabbar, o Lew Alcindor come lo conoscevano ai tempi.

slamonline.com

Dopo due anni da star a Georgia Tech le sue quotazioni non sono calate e i New Jersey Nets lo scelgono con la pick numero due nel draft primeggiato da Larry Johnson. Il trasferimento dall’altra parte del ponte George Washington non gli fa bene, la prima stagione è stentata, anche per via di politiche da spogliatoio. I Nets però sono frizzanti, futuribili, una squadra hipster ante litteram. Accanto a lui ci sono il burrascoso Derrick Coleman e l’artista Drazen Petrovic, in panchina Chuck Daly con un bagaglio di cultura difensiva che si porta dietro dai Bad Boys di Detroit. Per Kenny iniziano gli anni migliori, che si spegneranno come un fuoco di paglia. La stagione 1993 prende una brutta piega – salta i playoff per infortunio – e si conclude in tragedia. Nell’estate, quella maledetta estate, Drazen Petrovic perde la vita su una strada tedesca. Elaborato il lutto, Kenny Anderson prende pieno possesso dei Nets. L’anno successivo li guida a un record di 47-35 sfiorando i venti punti e i dieci assist di media. Parte in quintetto in ogni partita. È una point guard tosta, devi esserlo per sopravvivere nei playground di New York quando non superi il metro e ottanta. Da quelle parti il basket è uno sport di contatto, se chiami fallo ti ridono dietro. Rifila 32 punti a Miami, 42 a Washington, 45 a Detroit; mette a referto trentotto doppie doppie e tre triple doppie, di cui una sontuosa sempre contro gli Heat. Una testa dell’idra se n’è andata, tagliata via di netto, e con essa i Nets hanno perso la magia, ma lui e Derrick Coleman rimangono un’accoppiata temibile. Non per i Knicks di Ewing e Starks, però, lanciati al vano inseguimento dei Bulls del back-to-back. Il primo turno è una Caporetto. L’unico successo dei Nets è quello casalingo di gara 3, ma serve un tempo supplementare per rosicchiare un punto di vantaggio. New York concede qualcosa nel pitturato a Coleman ma ingabbia Anderson nelle maglie della sua difesa. I Nets non segneranno più di 93 punti, il nostro è limitato sotto il 40% dal campo. Coach Daly non lo toglie quasi mai dal parquet, in un paio di occasioni lui riempie il tabellino tra rimbalzi e assist, ma non è sufficiente.

L’anno dopo l’idillio coi Nets si spezza, la convivenza si fa difficile, le cifre calano e i playoff non si concretizzano. Kenny Anderson è nella lega da appena tre anni eppure la sua parabola discendente è appena iniziata. Sarà inesorabile. Da lì impara a vivere con la valigia sempre a portata di mano. Spedito a Charlotte a metà stagione, vive una rinascita nel ’97, dall’altra parte del continente. Coi Portland Trail Blazers raggiunge di nuovo i playoff; stavolta sono i Lakers a deluderlo, ma almeno ci sono i 30 punti d’orgoglio in gara 3. Non gli bastano per conquistare la fiducia della dirigenza. In Oregon vogliono Damon Stoudamire in cabina di regia, lui rifiuta di trasferirsi a Toronto e i Raptors sono costretti a girarlo a Boston. Ci rimarrà per quattro scialbi anni in cui s’infortunerà e si ridimensionerà a giocatore senza pretese, per riempire minuti in squadre mediocri. Lo stillicidio passa da Seattle, New Orleans, Atlanta, Los Angeles, Indiana e si conclude con una puntatina in Lituania.

Kenny Anderson è una delle migliori definizioni di potenziale inespresso, di hype che si è perso nei sogni. La sua idea di pallacanestro è comunque un piacere per gli occhi ma rimane, per l’appunto, un’idea. Estrema, per giunta. Per i figli della Grande Mela il basket è una questione esistenziale, possiede i connotati della tragedia. L’ha scritto lui stesso in un prezioso contributo, recentissimo, su The Players’ Tribune: “we eat, sleep and breathe basketball”. Difficile piegare questo mantra alle logiche di una stagione da 82 partite, alle beghe contrattuali, ai tatticismi dei coach, all’esposizione mediatica che l’NBA divorava negli anni di Jordan. Dal suo passaggio tra i professionisti, qualcosa nella testa di Kenny Anderson non ha fatto clic. È successo anche ad altri new yorkers famosi. Stephon Marbury, per citarne uno. Ron Artest, finché non ha trovato un’incarnazione del Buddha come Phil Jackson che ne raschiasse il fondo del barile prima che fosse troppo tardi.

imgrum.net

A riprova del fatto, un anno dopo il ritiro Kenny Anderson vantava un ruolino di mogli e figli in costante crescita, non necessariamente collegati fra loro, e soprattutto i conti in rosso. I 63 milioni guadagnati erano finiti in bancarotta.

Negli ultimi tempi si è diviso tra ospitate in tv e inverosimili stint da allenatore, nel tentativo di racimolare qualche soldo. Vi ricordate lo Slamball? Quel basket giocato tra tappeti elastici e pareti in plexiglass che spezzava la noia di certi pomeriggi post-adolescenziali, con l’ingrato compito di commentatore affidato all’eterno Dan Peterson? Nel 2008 il faccione di Kenny spuntava pure lì, sulla panchina degli Hombres, a snocciolare chissà quali disposizioni tattiche.

Insieme al buon compleanno noi gli auguriamo il meglio per i prossimi 46 anni, da trascorrere se possibile con compagnie più raccomandabili di Dennis Rodman, che l’ha voluto con sé come ambasciatore in Corea del Nord. Per noi sarai sempre quel ragazzino che arrivava ai playground del Queens all’alba, tre paia di calzini dentro le Chuck Taylor per non friggersi i piedi sull’asfalto, spazzava il campo dalle bottiglie rotte nelle risse notturne e fino al tramonto meravigliava gli spettatori col suo ball-handling.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy