Cento di queste stagioni: Kobe Bryant

Ripercorriamo l’indimenticabile stagione 2009-10 di Kobe Bryant, culminata con il repeat dei Lakers in finale contro i rivali dei Celtics.

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Kobe con l’8 o Kobe con il 24? Scegliere la stagione “statisticamente migliore” o una terminata con l’anello al dito? Non è semplice sfogliare il curriculum di Kobe Bryant e dover selezionare una singola stagione come superiore alle altre.
Considerando di chi si parla e l’importanza data dal Black Mamba alla vittoria dei suoi 5 titoli NBA, la scelta ricadrà su una stagione in cui il figlio di Jelly Bean ha portato a casa un anello: le stagioni 2005-06 e 2002-03 gridano vendetta.
Nella prima (cronologicamente) Kobe ha per la prima volta nel suo arsenale un tiro da 3 affidabile e mette a referto 30 punti a sera, facendo registrare il career high in rimbalzi (6.9 pg) ed eguagliando il record di Michael Jordan di 9 partite consecutive con 40 o più punti. La seconda è l’emblema del Kobe primo e unico violino, chiusa con 35.4 ppg e 27 tentativi di tiro a partita; in più la (unica) serie dei Playoffs contro i Phoenix Suns di D’Antoni e i due buzzer beater decisivi di Game 4 ha rischiato di elevare ancor più la stagione di un Kobe il quale, però, appena un anno dopo, avrebbe chiesto ai Lakers di essere ceduto a causa di una squadra costruita non al meglio e non pronta a competere per l’anello (Smush Parker vi ricorda niente?).

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Il dubbio, considerate tutte le stagioni, era tra la 2000-01 e la 2009-10: la prima, probabilmente superiore a livello di produzione statistica, vede un Kobe in rampa di lancio dominare il gioco grazie al suo atletismo e al suo gioco sui due lati.
Personalmente, però, se dovessi scegliere di riavvolgere il nastro e rivivere una stagione del prodotto di Lower Merion, sceglierei la 2009-10, in cui un Kobe ormai consapevole conduce i Lakers al terzo repeat (considerato il threepeat 2000-02), e a tre anni dalla famosa trade request. Il tutto con il repertorio offensivo completo di un Black Mamba 31enne, maturo e più leader del suo younger self, trascina un ottimo roster al titolo contro i rivali di sempre, i Boston Celtics dei Big Three, senza contare Rondo e Doc Rivers.

Regular Season

I Lakers, freschi della firma di Artest (via Ariza) e del mantenimento della maggior parte del Roster che ha portato a casa il titolo 2009 a scapito dei Magic di Van Gundy e Dwight Howard, partono subito affrontando in un derby i LA Clippers del Barone: privi di Gasol, ci pensa proprio il Mamba (aiutato da Bynum) a trascinare i Lakers alla vittoria sui cugini, mettendo a referto ben 33 punti ed aggiungendo al suo bottino 8 assist e ben 4 steal.
I Lakers vincono 7 delle 8 gare d’apertura, 3 delle quali alla voce Kobe Bryant recitano almeno 40 punti.
Gli angelini, seppur dovendo far a meno, in momenti diversi, di Pau Gasol ed Andrew Bynum per 17 partite ciascuno, riescono a mantenere la leadership della Western Conference con 57 vittorie ed un Kobe da 27 a sera.
È proprio in questa Regular Season che si consolida il mito del feroce Black Mamba: in 73 partite giocate, Kobe mette a segno ben 6 game winner, uno più incredibile dell’altro.

His Clutchness

Se quello contro Sacramento nella prima notte del 2010 sembra facile (spinta “d’esperienza” su Casspi e bomba dall’angolo sul -2), il tiro su dalla media con Ray Allen addosso per regalare ai Lakers una “classic” come quella con Boston lo sembra molto meno e, vista la partita in cui si colloca, assume un sapore ancora più gustoso per la franchigia angelina.

Per completare il repertorio, in quel di Milwaukee, Kobe porta a scuola Khris Middleton e compagni che, sul 105-106 per i Bucks, lasciano il Mamba in 1v1 in post alto contro l’esterno ex-Texas, che ovviamente viene punito dall’inesorabile turnaround fadeaway, eterno marchio di fabbrica di Kobe.
Contro Memphis, sempre sotto di due, Kobe riesce a risolverla con una tripla wide-open costruita da un bel blocco di Pau Gasol, mentre i rimanenti due sono game winner “alla Kobe”.

Toronto Raptors@ LA Lakers, 9 marzo 2010

Dopo il pareggio di Chris Bosh a 19 secondi dalla fine del quarto periodo, i Lakers temevano la prima striscia di 4 sconfitte dalla trade che ha portato Pau Gasol in gialloviola; per non sbagliare, con la partita che si decide, Phil Jackson mette la palla in mano a Kobe.
I Raptors raddoppiano e provano la trappola sulla linea di fondo: Kobe si prende il tiro, anche se contestato e fuori equilibrio, e lo manda a bersaglio, interrompendo la serie negativa e facendo impazzire lo Staples Center.

Miami Heat@ LA Lakers, 4 dicembre 2009

Questo è forse, insieme alla “doppietta” contro Phoenix nei Playoff 2006, il più celebre tra i game winner di Kobe Bryant. Sotto 105-107, riesce a ricevere palla, anche se raddoppiato inizialmente da Wade e Haslem. Flash lo spinge verso il lato sinistro, e dal vertice dell’area Kobe lascia partire la tripla fuori equilibrio che, toccando il tabellone, entra e regala la W ai Lakers.
È incredibile come allo Staples, ancora prima che Kobe lasciasse andare il pallone, le braccia dei tifosi erano alzate in segno di vittoria, come se ci fosse una sorta di certezza che, se c’era da vincerla, Kobe la vinceva (e invece tra il 2008 e il 2010, nel clutch, con Kobe in campo, i Lakers erano un losing team).

Playoffs

Dopo un primo turno di alti (quando erano alti erano altissimi) e bassi con gli esplosivi Thunder, Kobe si assicura di massacrare a suon di trentelli gli Utah Jazz di Deron Williams, eliminandoli 4-0 in maniera spietata ed andando in tutte e 4 le gare sopra i 30 punti.
Contro i Suns di Alvin Gentry le cose si fanno più difficili: dopo i 40 di gara 1 e la vittoria in gara 2, 36 e 38 punti di Kobe non bastano per strappare una vittoria in Arizona, dove Amar’e Stoudemire schianta letteralmente gli uomini di Phil Jackson.
E sarebbero non potuti bastare i 30 di gara 5 se, per ironia della sorte, Ron “Don’t pass him the ball” Artest non avesse raccolto il mattone di Kobe per convertirlo nel tiro più importante della stagione.
Nella decisiva Gara 6 i punti a referto sono 37, con il kodak moment servito a 35 secondi dalla fine della partita, sul risultato di 105-100 in favore dei Lakers: palla ricevuta da Odom, isolamento contro Grant Hill, pump fake (in cui il difensore non cade) e long-two in sospensione. “Yes!” esclama il leggendario Marv Albert, nel vedere i Lakers di Bryant e Gasol che staccano il biglietto per la terza finale NBA consecutiva, ottenendo la tanto desiderata rivincita contro i Celtics.

NBA Finals

Sulla scia di una serie clamorosa contro i Suns, Kobe parte forte anche nelle finali: fanno 30 in Gara 1 dove né Tony né Ray Allen riescono ad arginarlo. I Lakers però non riescono a sfruttare il fattore campo, perdendo Gara 2 (Kobe tira il 40% dal campo, prendendo tiri discutibili in momenti chiave), ma riuscendo a riportarsi avanti in Gara 3 grazie alle gesta di Kobe e soprattutto di un Derek Fisher visibilmente commosso a fine gara.
Dopo una prestazione negativa in Gara 4, i Lakers perdono anche Gara 5, andandosi a trovare spalle al muro. Proprio in Gara 5 c’è l’altro momento kodak dei Playoff di Kobe, e, a mio avviso, un ottimo specchio dei pregi e dei difetti del 24: a cavallo tra secondo e terzo quarto, con dei Lakers molli e sotto di una manciata di punti, il Mamba mette a referto 19 punti consecutivi, giocando praticamente da solo gran parte della frazione senza ridurre di molto lo scarto.
Sebbene questo rimanga uno dei momenti di onnipotenza cestistica più chiari della storia delle Finali NBA, mette allo scoperto alcuni dei difetti del Kobe leader che, anziché provare a coinvolgere i compagni di squadra non in fiducia, si prende la responsabilità di riportare in partita i suoi senza chiederlo a nessuno.

In Gara 6, anche grazie ad una bella prestazione all-around di Kobe, i Lakers riescono nel blowout e portano alla settima la più classica delle finali, dove i Celtics devono fare a meno di Kendrick Perkins, infortunatosi al ginocchio in un duello in pitturato con Bynum.
Gara 7 non è la migliore della carriera di Kobe, testardo nel cercare “hero ball”con I Lakers che dovevano rimontare uno svantaggio considerevole.
In ogni caso, grazie alla difesa di Artest, Odom e Gasol e anche alla resilienza di un Mamba che mette comunque a referto 23 punti (in 24 tiri) e 15 rimbalzi, i Lakers la spuntano sui rivali di sempre e arrivano al repeat.

LA Times
LA Times

Delle buone finals e i 29.2 punti, 6 rimbalzi e 5.5 assist di media in Postseason gli valgono il secondo (e ultimo) Finals MVP della ventennale, incredibile carriera di Kobe Bryant, al quale per la prima volta facciamo gli auguri da ex giocatore di basket.
Tanti auguri Mamba!

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