Cento di queste stagioni – Magic Johnson

Cento di queste stagioni – Magic Johnson

Magic Johnson: il 1987, il junior sky hook e la fine di un’epoca, senza saperlo.

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Primo flash.

Un giocatore prende il rimbalzo in un’area dei tre secondi affollata. Non guarda lontano, comincia a palleggiare e prende la corsia centrale. Improvvisamente, intorno a lui si dispiega il contropiede, con le fasce laterali occupate da due compagni di squadra. Il giocatore arriva all’area da tre secondi avversaria, e senza guardarsi indietro fa partire un passaggio di tutto polso dal lato destro per l’ala che, solitaria, affonda nel canestro.

Secondo flash.

Gara 6 di finale. Il centro è infortunato. L’allenatore decide di far partire il play al suo posto, un rookie, che, senza paura, si carica la squadra sulle spalle, e la guida alla vittoria.

Terzo flash.

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Un’affollata conferenza stampa. La voce si è diffusa, AIDS, e lui non vuole essere distrutto dalle voci. Come ha sempre fatto, affronta le cose con chiarezza. Spiega, confessa e diventa un ambasciatore della lotta alla malattia.

All’inizio degli anni ’80 la contemporanea discesa di Magic e Larry sui campi dell’NBA cambia la storia dello sport. Per i ragazzini che si affacciano alla vita, le loro partite rappresentano la scoperta del nuovo, un nuovo incarnato da due talenti distinti, molto diversi nell’approccio al gioco ma con la stessa idea di creare, non essere solo dei terminali offensivi.

Per un adolescente il nuovo è la scoperta del proprio corpo, con i primi turbamenti, le domande filosofiche, gli amori, un turbinio dinovità che lasciano storditi. E sullo sfondo, Magic domina il campo con un gioco da all-around per via della sua altezza e per la visione in campo, che lo rendono sostanzialmente un play nel corpo di un’ala forte.

Magic sembra creare un nuovo parametro del ruolo di play. Gli allenatori guardano i loro lunghi con occhi diversi pensando che anche loro potrebbero essere delle guardie, se solo gli si insegnasse a palleggiare. Nelle palestre, i poveri pivot vengono portati lontani dal canestro, nella speranza che il prossimo Magic esca da lì.

Si sbagliano, Magic è Magic, non ce ne sono altri. Il suo è un talento unico, affinato in infiniti 1 contro 1 con il padre in fredde mattine del Michigan, e cresciuto dagli Spartans dell’università fino a renderlo, con Larry, la next big thing.

“Con Larry”, è un’aggiunta necessaria, quando si parla di Magic, come “con Magic”, quando si parla di Larry. Anche se Magic è più giovane, crescono in modo parallelo, dominando le competizioni scolastiche e arrivando velocemente sotto il radar del basket nazionale. Da French Lick, Indiana, casa di Larry, a Lansing, Michigan, casa di Magic, ci sono 564 chilometri e a metà strada si trova Fort Wayne, cittadina storica dei primi tempi della NBA. Una pianura sconfinata con strade dritte che tagliano i campi di grano e attraversano lugubri zone industriali.

Famiglie operaie, etica del lavoro e quel dono del talento che scende a così poca distanza l’uno dall’altro. Due università storiche, Indiana State e Michigan, ma due caratteri opposti. Musone Larry, a cui si tira fuori un discorso a gran fatica, e allegro, sorridente Magic, che diventa il primo modello di giocatore-marchio integrale, destinato a concepire la propria carriera come un prodotto cestistico e portandosi dietro anche Larry, spesso suo malgrado, per quel suo ruolo di dioscuro, gemello, immagine riflessa nello specchio e unico parametro di riferimento per Magic, che considera le sue vittorie contro Larry in un modo diverso da tutte le altre.

Ma Larry e Magic sono anche coscienti di essere due giocatori intimamente collegati. Sanno di appartenere a una squadra a parte, di cui sono i soli componenti. Il loro apparire contemporaneo sulla scena non è una sfortuna perché limita le vittorie dell’altro, bensì la molla che li porta a migliorare ogni aspetto del loro gioco.

Gli esempi non mancano nella storia dello sport: Coppi e Bartali, Chris Evert e Martina Navratilova, Messi e Cristiano Ronaldo, Borg e McEnroe. Due giocatori straordinari al livello più alto, nello stesso periodo e quella domanda eterna, che non ha risposta, su chi sia il più forte.

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Per chi cresce negli anni ’80 la loro rivalità E’ la crescita, l’adolescenza, i primi amori, le domande senza risposte, le domeniche mattina tagliando la messa per vedere se Dan Peterson commenta una loro partita. E quel 1987 in cui Magic gioca un’annata straordinaria da MVP, è un qualcosa che non si vede arrivare: la fine di un’epoca, la consapevolezza, lo showdown personale, che alla fine ti lascia ancora con una tua domanda, con un desiderio di vederli ancora in finale sapendo, intimamente sapendo, che non è possibile.

È arrivata la vita adulta. Sono arrivati i Detroit Pistons, e solo una storica rubata di Larry in gara 7 permette la perfezione della trinità cestistica delle finali tra Lakers e Celtics anni ‘80, dopo la vittoria Celtics nell’84 e Lakers nell’85. Sta arrivando Micheal Jordan, i suoi Bulls e l’addio allo showtime, con cui i Lakers hanno improntato il decennio.

E allora goderselo quel 1987, come un paio di scarpe da basket nuove, vedendo Magic dare la palla in post basso a Kareem e il suo gancio -cielo. Vedere un contropiede con la palla a Worthy che schiaccia dritto come un fuso, con il braccio destro dritto verso il cielo a portare una fiaccola ideale. E poi quel momento che definisce un’epoca, che rende Magic non solo l’eterno giovane che impara da Kareem, ma gli assegna quel posto a sé, con il Junior Sky Hook di gara -4, quando, sotto di uno, Magic esce in post basso a sinistra marcato da Kevin McHale.

Magic finta di andare basso e Mc Hale deve recuperare. Magic palleggia verso il centro dell’area dove viene raddoppiato da Parish e a quel punto non può far altro che ripetere il gesto di Kareem e far partire un dolcissimo Gancio-Cielo, che va a insaccare il 107-105. È la vittoria in trasferta e il definitivo spostamento del peso della serie a favore dei Lakers.

I Celtics vincono gara 5 in casa, si va sul 3-2 per i Lakers, poi a Los Angeles dove i Lakers portano a casa il titolo. Magic MVP della finale esprime una maturità cestistica e una leadership totale. Dai primi anni, in cui registra la doppia cifra nei rimbalzi di media nei playoffs, ha ancora affinato il suo gioco, migliorando la lettura delle situazioni, costretto dai suoi avversari.

I primi anni gli avversari si chiamavano Philadelphia 76ers, Doctor J, Maurice Cheeks, una NBA anni ’70 che cerca il suo trionfo e lo troverà nell’83, con i Lakers mezzi infortunati. Nell’84, i Celtics sono un livello superiore, una squadra che ha Larry, prima di tutto, e un gruppo di giocatori che può tenere i Lakers in ogni ruolo. Nell’85, la vittoria in finale contro i Celtics è un momento storico, la prima dei Lakers contro gli odiati rivali e rivelano la necessità per i Celtics di migliorarsi.

L’86 è un’anomalia della storia. Dei Lakers con Jabbar troppo coinvolto nel gioco, quindi poco lucido nei momenti chiave, non riescono a tenere a bada le torri gemelle e liberano il posto in finale per la vittoria dei Celtics. L’87, Magic vince la serie definitiva e il conto delle vittorie nelle tre serie degli anni ‘80 con i Celtics diventa 11-8 per Magic.

Dopo verranno i Pistons, proprio la squadra che discende dalla cittadina di Fort Wayne, posta a metà strada tra French Lick e Lansing, le città natali di Magic e Larry. Nell’88 una serie durissima di finale si conclude con una vittoria in gara 7 per i Lakers, ma si vede già l’alba di una nuova epoca, fatta di difesa asfissiante, numero di possessi in discesa e un gioco a metà campo illuminato, negli anni ’90, dalla straordinarietà di Micheal Jordan.

Magic giocherà fino al ’92, quando l’AIDS toglierà dal campo l’interprete più autentico dello spirito dello showtime del Lakers. Ma a quel punto il mondo è andato già avanti. Si affaccia il Dream Team e quei ragazzi che negli anni ’80 crebbero con Magic e Larry sono diventati uomini e hanno imparato a farsi una ragione delle cose.

Auguri, Magic.

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