Cento di queste stagioni – Manute Bol

Cento di queste stagioni – Manute Bol

Nell’appuntamento fisso con i compleanni dei miti della lega, è il turno di Manute Bol, iconico centro sudanese e lungo perimetrale per caso.

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Risulta alquanto complicato sintetizzare in una singola stagione i giganteschi passi della carriera di un’icona del basket africano quale era Manute Bol. Su di lui è stato scritto di tutto, perché nella sua vita di tutto è accaduto, partendo dal presunto corpo a corpo vinto contro un leone a difesa del gregge nel suo villaggio Dinca, passando per l’inaspettatamente lunga avventura cestistica d’oltreoceano, apprezzato anche per la sorprendente capacità di tenere botta alla pesante ironia dei vari trash talkers disseminati per la lega (in particolar modo spassosi gli scambi di vedute con Sir Charles Barkley), concludendo sulle accuse di finanziamento a tribù ribelli in piena guerra civile sudanese. Un po’ meno sotto la lente d’ingrandimento sono state messe le sue imprese in campo, quasi a voler dire che su quello di 231 centimetri non ci fosse molto da aggiungere, una volta detto che era spaventosamente lungo e magro. Corretto solo in parte.

Sulla strada di Manute, le due svolte più significative (l’una esistenziale, l’altra tecnica) si devono a due Don. Il primo fu Don Feeley, allora coach della Farleigh Dickinson University nel New Jersey e in veste di scout in cerca del cavallo giusto nella stalla (apparentemente) sbagliata. L’occasione si presentò a un incontro con la nazionale sudanese. A Don il ragazzone piacque, a tal punto che lo portò con sé nella terra delle opportunità.

Il personaggio non passò inosservato, impossibile non notarlo, complice l’analfabetismo che gli impedì perfino di giocare nella squadra collegiale. Storia risaputa: da quelle parti puoi anche essere il dono degli Dei del basket al loro sport preferito, ma se non hai una media scolastica sufficiente la palla a spicchi te la fanno vedere solamente dalla tribuna. L’ambientamento fu anche più arduo del previsto. Solo al terzo anno un sostanziale miglioramento nei voti gli consentì di disputare il campionato NCAA. L’ilarità e lo scetticismo che accompagnarono il suo passaggio a Bridgeport College, Connecticut, lasciarono presto il campo a prestazioni dominanti suffragate da cifre irreali: 22,5 punti, 13,5 rimbalzi e 7,1 stoppate a partita che attirarono l’attenzione di diverse franchigie NBA. Pregiudizi, stavolta di natura tecnica e caratteriale, gravarono sulle sue spalle, e si tradussero in una scelta in doppia cifra al draft. Venne infatti selezionato solo al secondo giro, oltre la trentesima posizione, dai Washington Bullets, che nello stesso anno ingaggiarono il giocatore più alto della storia (Manute) e quello più basso, tale Muggsy Bogues da Baltimora, 158 cm di puro funambolismo. La mossa non fu certo priva di scopi pubblicitari, al punto che i due comparirono spesso insieme su copertine di vari magazine sportivi. Nel suo secondo stint nella capitale, fece brevemente parte dello stesso roster di Gheorghe Muresan, pivot rumeno capace di superarlo di qualche millimetro in altezza. I due sono i giocatori più alti della storia della lega.

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L’impatto emotivo di Bol fu sorprendentemente positivo, d’altronde di parallelismi tra la giungla africana e il mondo NBA se ne trovano, vuoi per la porzione di campo che lo vide impegnato (stoppare e strappare un rimbalzo sotto canestro ti espone a percosse di una certa entità), vuoi per il fatto che si tratta di una lega prevalentemente nera, ed essere uno che proviene da un contesto di dilaniante guerra civile e che una volta ha ucciso un leone con una lancia per difendere il gregge vuol dire essere uno del ghetto, un ghetto con qualche animale e un po’ di sabbia in più, ma pur sempre ghetto. E meriti rispetto. La sua stagione da rookie fu praticamente devastante, ma solo nella metà campo difensiva. Tutt’oggi infatti è, numeri alla mano, il secondo miglior stoppatore di sempre, in grado di rispedire al mittente quattro tiri in una singola azione difensiva. Meravigliose le immagini di lui che becca gomitate e spallate da avversari molto più piazzati, accusa i colpi, indietreggia, ma che quando va in piena estensione alare rimanda al mittente ogni cosa capiti nel suo raggio visivo. I Bullets decisero di cederlo per la sua inefficienza offensiva e fu a quel punto, all’alba della stagione ’88/’89, che entrò in scena il secondo Don, ovvero l’allora coach dei Warriors Don Nelson: quello che accadde nella baia fu disprezzato da qualche purista, ma indubbiamente lasciò il segno.

Il fatto che la bontà d’animo e l’estrema disponibilità di Manute lo rendesse argilla morbida nelle mani di chiunque volesse plasmarla (per dirne una, l’ex compagno ai 76ers Jayson Williams lo convinse che bere birra prima della partita aiutasse a metter su massa, risultato: il sudanese non giocò mai da sobrio una partita NBA) persuase il pioniere Don Nelson, creativo e anticonvenzionale per vocazione, resosi conto delle difficoltà del sudanese a convertire in punti il lavoro sotto canestro, a spedire Bol a giocare dietro la linea dei tre punti, nonostante la derisione degli addetti ai lavori e non, forse nella speranza che l’infinita lunghezza delle braccia lo portasse a schiacciare da dietro l’arco. Fatto poco usuale per un lungo all’epoca, impensabile per un centro di 2,31. La mossa del coach ottenne i risultati sperati solo in parte, perché Manute nell’annata qualche tripla la infilò, per la precisione 20 con un 22% discreto in assoluto, strabiliante in base alle aspettative, mentre il contributo da condizionatore delle parabole di tiro altrui sotto il proprio ferro restò eccellente (chiuse la stagione con 4.3 stoppate di media), ma apparve chiaro come per quel sistema di gioco servissero lunghi dalle caratteristiche ben diverse, al tempo difficili da reperire. Con gli anni, però, la trovata assumerà un clamoroso valore storico, in quanto primitiva variante del concetto di spread the floor (letteralmente ‘’allargare il campo’’), su cui si basa buona parte dei playbook offensivi degli allenatori odierni, con l’intento di far partire l’attacco con i propri lunghi atipici dietro l’arco per attirare fuori quelli avversari e liberare l’area per gli esterni bravi ad attaccare il ferro. L’anno dopo, con l’approdo di Richmond a Golden State e la formazione del trio Run TMC (Tim Hardaway, Mitch Ritchmond e Chris Mullin) i ritmi di gioco divennero forsennati (probabilmente con quella squadra nacque la small ball), impossibili da sostenere nel lungo periodo per Manute, che di lì in poi iniziò il suo declino.

Fu la stagione in cui fece registrare il record personale in termini di punti segnati, che non arrivava comunque ai 4 a partita, segno che ”The Center of Two Worlds”, come lo definì nel suo libro Leigh Montville, attuale colonnista del Boston Globe, fu apripista (e apriscatole offensivo) in tantissimi aspetti, ma non rappresentò di certo un’evoluzione per modi di fare canestro. Non fece in tempo a vedere il suo Sudan del Sud indipendente nel 2011, in quanto venuto a mancare un anno prima, ma resta davvero una delle pochissime cose a non essergli riuscita nella sua pazzesca vita.

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