Cento di queste stagioni – Oscar Robertson

Cento di queste stagioni – Oscar Robertson

Oggi compie gli anni Oscar Robertson, forse il miglior giocatore all-around di tutti i tempi.

Commenta per primo!

Cento di queste stagioni, o meglio di queste vite, si augurerebbero a chiunque. Partire dal basso per diventare uno dei migliori, questa è la storia di Mr. Triple Double.

Robertson nacque a Charlotte nel 1938 nella povertà, in anni in cui la segregazione razziale era ancora molto forte (le leggi Jim Crow vennero abrogate definitivamente solo nel 1965), e crebbe a Indianapolis in un progetto di edifici destinato alla popolazione nera. Da piccolo avrebbe voluto giocare a baseball, come molti dei suoi coetanei, ma fu deviato al basket considerato uno sport “per poveri”, come lui. La sua famiglia non poteva permettersi di regalargli una palla da basket, quindi lui si allenava tirando una pallina da tennis o degli stracci arrotolati in un cesto di frutta appeso dietro a casa sua. Il ragazzo iniziò ad essere notato negli anni delle superiori: frequentò la Crispus Attucks High School, istituto solo per neri (senza la palestra) contro cui le scuole ‘bianche’ si rifiutavano di giocare prima del suo arrivo. Qui incontrò la disciplina di coach Ray Crowe, che era ossessionato dall’insegnamento dei fondamentali del gioco.

imagesL’istinto da gioco di strada di Robertson cassociato alla rigorosità dei fondamentali insegnati da coach Crowe, sfociò in una combinazione che portò il ragazzo a segnare 24 punti di media nel torneo nazionale, venendo nominato Mr. Basketball dell’Indiana. Nel biennio 1955-56 la squadra della sua scuola vinse 62 delle 63 partite giocate, con una striscia di 45 vittorie consecutive, portando a casa entrambi i titoli statali: la ‘scuola nera’ Crispus Attucks vinse il campionato dell’Indiana per la prima volta nella storia. La genialità che mostrava in campo e la discriminazione che subiva fuori dal campo continuarono anche al College, a Cincinnati. Negli anni collegiali Big O segnò un’impressionante media di 33,8 punti a partita, vincendo per tre volte il premio di miglior realizzatore diventando All-American e venendo nominato College Player of the Year. Nei suoi tre anni di NCAA Robertson guidò la squadra a due Final Four e a un record di 79-9. Nonostante il suo contributo in campo, il talentuoso ragazzo di Charlotte continuava però a provare sulla propria pelle che cosa volesse dire essere discriminati. Fino al suo anno da Junior, Robertson non potè usufruire della comodità degli hotel: Cincinnati non aveva mai avuto un giocatore nero, quindi per i primi anni di College, mentre i suoi compagni di squadra alloggiavano in hotel, quando la squadra andava in trasferta lui dormiva nei dormitori dei college.

Dopo aver guidato la nazionale americana (a detta di molti, la più forte nazionale costituita da giocatori-non-professionisti della storia) alla conquista del titolo olimpico vincendo le partite con uno scarto medio di oltre 42 punti, Robertson venne scelto con la prima scelta assoluta al Draft NBA del 1960 dai Cincinnati Royals tramite territorial pick (nei suoi primi 20 anni di esistenza, precisamente fino al 1966, la lega cercava di guadagnarsi il supporto dei tifosi che vivevano nei pressi delle arene di gioco. Per far questo fu inserita la regola della scelta territoriale, di cui una squadra poteva avvalersi in sede di Draft per selezionare un giocatore di talento proveniente da un college del medesimo stato, il quale grazie alla sua popolarità avrebbe portato il pubblico anche nei palazzetti NBA).

Il ragazzo che appena dieci anni prima era troppo povero per potersi permettere una palla da basket, aveva appena firmato un contratto che gli avrebbe garantito 33 mila dollari all’anno (una gran cifra a quei tempi). Al suo primo anno tra i pro, Robertson vince il premio di Rookie dell’anno e viene eletto MVP dell’All Star Game. A fine anno è già primo nella classifica dei passatori – superando la striscia di 8 stagioni consecutive in cui il miglior passatore era Bob Cousy – e terzo in quella dei realizzatori (i primi due erano due tali chiamati Wilt Chamberlain e Elgin Baylor, non esattamente due incapaci).

Oscar-Robertson-2Nell’anno da sophomore viene scritta la storia. Big O termina la stagione 1961-62 con una tripla doppia di media (30.8 punti, 12.5 rimbalzi e 11.4 assist) ed è l’unico nella storia ad esserci riuscito: il soprannome Mr. Triple-double è inevitabile. Nello stesso anno conduce i Royals ai playoff dopo anni in cui la franchigia non riusciva a qualificarvisi; con lui Cincinnati era diventata una contender. Anche negli anni successivi Robertson si avvicina sempre alla tripla doppia di media, mancandola sempre di un non nulla. Nel ’63, dopo aver eliminato i Syracuse Nationals, arriva la finale di Conference contro gli imbattibili Celtics degli 11 titoli in 13 stagioni, che sono un ostacolo quasi insormontabile per tutte le squadre e anche quell’anno vincono il titolo.

Nonostante la sua squadra nel corso degli anni ’60 non riesca a raggiungere le finali, a causa di avversari come i Celtics di Russel e i 76ers di Chamberlain, il ragazzo cresciuto in Indiana si afferma come uno dei giocatori più dominanti della lega, vincendo nel 1964 sia l’MVP dell’All Star Game che quello della Regular-season e giocando ogni stagione a livelli altissimi, in mezzo a giocatori del calibro dei già citati Chamberlain e Russell (dal ’60 al ’68 Robertson è l’unico oltre ai due centri a vincere un premio di MVP e solo la vena relizzativa fuori da ogni logica al mondo del centrone di Philadelphia gli nega un titolo da miglior realizzatore), ma anche di stelle come John Havlicheck, Elgin Baylor e Willis Reed. Le capacità offensive del playmaker dei Royals erano riconosciute da tutti e a livello individuale era considerato da molti il giocatore più completo e l’attaccante più temibile. Il suo stile di gioco piaceva molto, anche per la sua voglia di lavorare sempre per migliorarsi. Dick Barnett, guardia dei Knicks dichiarò a proposito: “Se gli concedi un tiro dai 12 piedi lui lavorerà su di te finché non otterrà un tiro da 10 piedi. Dagliene 6 e lui ne vorrà 4. Concedigli un tiro da 2 piedi e sai cosa vorrà? Esatto, andrà a tirare in sottomano.”

Anche Red Auerbach elogiò la capacità di Robertson di adattarsi alle difese avversarie, quando scherzando disse “Dicevo ai miei giocatori di tenere le dita delle mani ben stese quando difendevano contro di lui… ma Oscar tirava attraverso le loro dita!”

Nella stagione 1969-70, dopo due anni di assenza dai playoff, i Royals assunsero l’ex playmaker di Auerbach, Bob Cousy, come allenatore. Per spronare il pubblico, nonostante i suoi 41 anni, Cousy scese anche in campo per sette partite formando un backcourt a dir poco altisonante in coppia con Robertson. Nel 1970 però i Royals sorprendono il mondo del basket, scambiando il loro giocatore di maggior talento ai Milwaukee Bucks in cambio di Flynn Robinson e Charlie Paulk. Certe voci narravano che il motivo di questa trattativa fosse la gelosia di Cousy nei confronti del suo playmaker, che dieci anni prima da rivale aveva infranto i suoi record negli assist. Certo è che Cincinnati fosse troppo piccola per accogliere le personalità di entrambi.

“Qualunque fosse la sua ragione” – dichiarò Robertson anni dopo – “per me aveva torto e non dimenticherò mai questo episodio.”

robertson_131125

Dopo aver preso parte, sempre nel ’70, a uno dei più grandi casi giudiziari della storia della lega, che vedeva coinvolta l’associazione giocatori nel richiedere maggiori diritti mentre NBA e ABA stavano raggiungendo un accordo per la fusione delle due associazioni, Big O si unì a Kareem Abdul-Jabbar ai Bucks. La coppia raggiunse facilmente le finali del 1971 e inflisse ai Baltimore Bullets di Wes Unseld il primo sweep alle NBA Finals degli ultimi 12 anni. Ora che Robertson aveva vinto il suo primo titolo, gli addetti ai lavori iniziavano a chiedersi se fosse il miglior giocatore di sempre. Col senno di poi possiamo dire con certezza che Big O sia stato uno dei migliori, sicuramente il più completo della “vecchia” NBA.

Dopo essersi ritirato, Robertson di dedicò al miglioramento delle condizioni di vita degli afroamericani a Indianapolis, la sua città, aiutando a costruire case a prezzi accessibili a tutti e rimase sempre molto attivo nelle politiche sociali in difesa delle minoranze. Nel 1979 etrò a far parte della Hall of Fame e nel 1997 venne inserito nella rosa dei migliori 50 giocatori di ogni epoca. Nel 1998 venne cambiato nome al premio di miglior giocatore collegiale, che in suo onore diventò Oscar Robertson Trophy.

Una carriera e una vita così passano una volta ogni 100 anni, lui oggi ne compie 78 ed è ancora l’unico nella storia ad aver disputato una stagione in tripla doppia di media. Tanti auguri, Mr. Triple Double.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy