Cento di queste stagioni: Pau Gasol

Cento di queste stagioni: Pau Gasol

Nell’occasione del compleanno del Catalano, Basketinside ripercorre la sua migliore stagione, quella 2009-10, conclusasi con la vittoria del titolo dei Lakers contro i Boston Celtics dopo 7 gare.

Scegliere la miglior stagione tra quelle giocate da un campione come Pau Gasol è sempre un compito delicato: il primo anno da Finals appena arrivato ai Lakers? L’anno del titolo contro i Magic o nel repeat contro Boston?
Per l’importanza assunta dal catalano nella serie che ha deciso il titolo, la scelta verte proprio sull’annata 2009-10, quella che ha visto i Lakers prevalere sui Celtics nella revanche della serie persa appena 2 stagioni prima.

 

A fine estate 2009 Pau, reduce dal primo titolo in maglia gialloviola, si sottopone ad intervento chirurgico per riparare la frattura dell’indice della mano sinistra: i Lakers lo aspettano a stagione iniziata.

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Gasol rientra dopo 11 gare, con i suoi Lakers ben piazzati con un record di 8-3, compresa una striscia di 6 vittorie consecutive. Gasol torna, con Andrew Bynum, a formare le Twin Towers dei LA Lakers il 19/11 allo Staples Center contro i Chicago Bulls di un giovane Derrick Rose. Pau brilla insieme a Kobe (quest’ultimo quasi in tripla doppia) mettendo a referto 24 punti in 15 tiri e 13 rimbalzi, segnando 6 tiri liberi con il 100%.

Circa un mese dopo, Pau si mangia Kevin Love (ai tempi stella dei T-Wolves) concedendogli la miseria di 7 punti e raccogliendo 20 rimbalzi, conditi da ben 7 assist e 17 punti. La prestazione del lungo catalano serve a continuare (per poco) la striscia di successi dei Lakers che arriva a 11 vittorie consecutive. L’intesa con Kobe è spettacolare, sembra che i due siano stati plasmati appositamente per giocare insieme, e nella fattispecie Gasol ha proprio le sembianze del secondo violino perfetto, che riesca a complementare i punti di forza del Mamba. In più il suo gioco si sposa molto bene con la filosofia della triple post offense di Phil Jackson.

In effetti, lo skillset di Pau può essere considerato il prototipo di quello che si vuole da un lungo in un sistema di TPO: consapevolezza offensiva, iq, ottima visione e capacità di passare e grande abilità in post basso. Si vedeva già dalla prima stagione in cui il catalano è approdato alla città degli angeli in cambio di Javaris Crittenton, Kwame Brown e i diritti sul fratello Marc Gasol, che il lungo in arrivo da Memphis avrebbe fatto tutta la differenza del mondo in maglia Lakers.
Gialloviola che arrivano in postseason come primo seed ad Ovest, mentre ad Est meglio riescono a fare Cleveland con 61-21 e Orlando con 59-23.

Gli angeleni, lanciati verso il repeat, si trovano contro una OKC giovane e lanciata: i Lakers si portano sul 2-0 sfruttando il fattore campo, e Pau è decisivo con le sue doppie-doppie, specialmente in gara 2 dove si fermerà a 25 punti e 12 rimbalzi con il 57% dal campo. Ad Oklahoma, però, i Lakers cadono due volte sotto i colpi di un giovane dynamic duo formato da degli irreali Westbrook e Durant (sigh). In Gara 5 le cose tornano alla “normalità” e Gasol è il go-to-guy dei Lakers, e in questa gara c’è la testimonianza di tutto quello che Gasol può fare con una palla da basket in mano: no-look clamorosi in alto-basso, schiacciate e movimenti in post da capogiro, oltre che una sublime capacità di mettere palla per terra.
In Gara 6, al contrario, Pau va in difficoltà offensivamente, giocando una partita difficile come per tutti i compagni (tranne Kobe che mette a referto il trentello) ma, nel momento decisivo, con i Thunder avanti 94-93, cattura il 5° dei suoi 5 rimbalzi offensivi (18 totali) e segna i punti 8 e 9 della sua partita a 0.5 secondi dal termine, punti che chiudono la serie e mandano LA al secondo turno, dove incontreranno Utah.

Contro Utah Kobe è straripante e Pau lo segue, superando abbondantemente il 20+10 di media, chiudendo la serie in 4 gare grazie ai 33 punti e 14 rimbalzi del catalano. Ad aspettare i Lakers ci sono i Phoenix Suns di Alvin Gentry, cliente scomodo per i gialloviola. I Lakers, sorretti letteralmente da Kobe & Pau, vanno avanti 2-0: in Gara 2 sono 29 i punti messi a referto dal lungo catalano a tenere lontani i Suns ed andare in Arizona sul 2-0. Da Phoenix però i Lakers tornano bastonati dai colpi della coppia Nash-Stoudamire e da alcune prestazioni non convincenti della panchina.
Gli uomini di Jackson la spunteranno, però, grazie a un pizzico di fortuna, specie in Gara 5: trascinati ancora da Kobe e Pau, i Lakers si trovano a 101-101 con una manciata di secondi da giocare. Si parla del famoso timeout di Jackson che dice “don’t pass him the ball” riferendosi ad un Artest da 1/8 dal campo. Ironia della sorte, a raccogliere l’errore di Kobe c’è proprio Artest, che segna e porta i Lakers sul 3-2, permettendo a Kobe di chiudere la serie alla sesta uscita.

 

Ma se la regular season e la postseason erano state già un successo per Pau Gasol, i tifosi Lakers lo ricorderanno ancora di più per il suo rendimento nelle finali NBA, dove i Lakers arrivavano con il vantaggio del fattore campo contro i Celtics dei Big Three. Il principe catalano è fondamentale e Jackson lo fa giocare oltre 46, prolifici, minuti in gara 1: Pau lo ripaga con 23 punti e 14 rimbalzi, il tutto con ottima efficienza, oltre alle 3 stoppate che aiutano i Lakers a portarsi 1-0 nella serie.
In Gara 2 al contrario i Lakers si arrendono alle 8 triple di He Got Game Ray Allen, che terminerà con 32 punti e vanificherà i soliti 25 di Pau, stavolta non aiutato da un Kobe che tira 8/20 e perde 5 palloni. Si vede che è una serie paradossale quando nella seguente partita Ray Allen tira 0/8 da 3 punti; allora, la doppia doppia da 13 + 10 di Pau, il clutch di Fisher e i 29 di Kobe portano nuovamente avanti i Lakers, salvo poi essere nuovamente raggiunti sul 2-2 in gara 4, dove a scendere in campo sono stati in pratica solo Odom, Gasol e Bryant.
Lo stesso problema mette i Lakers alle corde sul 3-2, nonostante il Kobe solo sull’isola sia quasi riuscito a vincerla uno-contro-cinque, Pau è sembrato in grosse difficolta sia offensive che difensive, rievocando i problemi avuti nelle finali di 2 stagioni prima contro gli stessi Celtics.

Ed è proprio con le spalle al muro che Pau dà il meglio, mettendo a referto in Gara 6 una quasi-tripla doppia da 17 punti, 13 rimbalzi e 9 assist con soli 2 turnovers: come al solito un Gasol al 100% permette ai Lakers di ottenere una comoda vittoria e forzare una Gara 7 allo Staples.
Gara 7 è quello che dovrebbe essere il testamento di Pau ai Lakers: una partita di sofferenza, cuore, concentrazione. I Lakers e Gasol partono molli, con Boston che si porta avanti anche di 10 punti nell’arco della partita. Non è scontato rimontare tale svantaggio in partite complicate come Gara 7, specialmente se a decidersi sono le Finali NBA.

Nel terzo periodo Odom e Gasol difendono per 4 e, insieme ad Artest, tengono a galla i Lakers.
Pau è in tutte le giocate chiave: serve dal gomito il taglio di Artest che porta i Lakers ad essere distanti un solo possesso; serve a Derek Fisher il pallone per la tripla del 63 pari, segna con 3 giocatori addosso un tiro impossibile in post per il +6 a 90 secondi dal termine.

Finirà con 19 punti e 18 rimbalzi, oltre a tante cose che il tabellino non mostra, ma che Kobe Bryant, Phil Jackson e i tifosi Lakers ricordano e ricorderanno.

Tanti auguri ad uno dei migliori europei ad aver mai attraversato l’oceano, il neo-Spurs Pau Gasol!

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