Cento di queste stagioni: Rafer Alston

Cento di queste stagioni: Rafer Alston

Ripercorriamo, nel giorno del suo 40° compleanno, le vicende di ”Skip to My Lou”, al secolo Rafer Alston.

Commenta per primo!
complex.com

Ci fossero statistiche, resoconti affidabili e omologazioni varie relative alle partite di Rucker Park ad Harlem, occorrerebbe scegliere tra quelle per rendere omaggio ad uno dei più grandi streetballer di sempre: Rafer ”Skip to My Lou” Alston. Sarebbe impresa ardua pescare tra le mirabolanti gesta di un fenomeno da playground, così come complicata risulta la scelta su quale possa essere stata la sua migliore stagione a livello NBA, in una carriera da girovago con molte ombre e alcune luci.

D’altronde il personaggio è di quelli tosti da decifrare, per via di una discontinuità che non pochi grattacapi ha creato a chi ha cercato di gestirlo. La stessa discontinuità che, tradotta e sublimata nel complesso e funambolico repertorio da campetto, nella strabiliante abilità al palleggio, nel ritmo spezzettato con bruschi cambi di ritmo e direzione e nel famoso palleggio yo-yo, ha fatto di lui una leggenda dei campi in cemento alla giovane età di 20 anni. Fin troppo calzante la canzoncina che lo speaker di Rucker Park intonava ogni qual volta Alston porta palla saltellando, niente di più che una filastrocca da bambini qual era ”Skip to My Lou”, che piace tanto al buon Rafer al punto di canticchiarla in modo compulsivo tutte le volte che irrideva l’avversario con uno dei suoi giochi di prestigio. Qualcosa di endogeno, di inscindibile dal gesto tecnico atto a creare il perfetto momento estetico, come Mr. Blonde nel film ”Le Iene” con la celeberrima scena della tortura sulle note di ”Stuck In The Middle With You”, solo che qui è Alston a recitare la parte del cattivo, dell killer babyface del morale e delle caviglie di chi prova ad arginarlo e che di conseguenza imponeva la sua legge su quei palcoscenici.

Dal dominio nello streetball newyorchese alla tanta panchina vissuta nei primi anni di basket professionistico con la casacca di Milwaukee, non senza strascichi dato che il suo approdo in NBA fu uno dei più chiacchierati nell’anno 1999. Poi Toronto gli consegna le chiavi di una macchina che perdeva i pezzi per strada, ed essere conducente in quel contesto era la cosa peggiore che potesse capitare ad uno che grondava talento ma con l’estremo bisogno di essere incastonato in un disegno tattico soddisfacente. La famiglia Van Gundy (Stan a Miami, Jeff a Houston) gli darà ampia fiducia, ripagata soprattutto con la stagione 2006-2007 in maglia Rockets, chiusa dopo l’eliminazione al primo turno di playoff contro Utah a 13.3 punti e 5.4 assist di media a partita. Ma non sono mai stati i numeri il problema di Alston, il suo personale cruccio era quello di attenuare l’inamovibile convinzione di essere il miglior giocatore di pallacanestro sulla faccia della terra, e l’impatto con la realtà dei fatti molto spesso lo faceva ricadere nei demoni del passato (dentro e fuori dal campo). Fino a che, in un Orlando-Dallas di inizio febbraio 2009, il play titolare dei Magic Jameer Nelson si fa male alla spalla destra…

magicbaketballonline.com

Ebbene sì, la miglior stagione di Rafer Alston nella sua lunga militanza in NBA è in realtà una mezza stagione, alla corte di coach Stan Van Gundy, giuntovi al seguito di una trade a tre squadre, tra cui gli Orlando Magic. La franchigia meno nobile della Florida non è così competitiva dall’era Shaq, e proprio nella stagione in cui Turkoglu insegna basket, Lewis decide di difendere e Howard furoreggia nei pitturati di tutta America, viene privata della propria point-guard in procinto di partecipare all’All-Star Game. Il solo Anthony Johnson non può sopperire a quest’assenza, e con il poco tempo a disposizione per imbastire una trade, SVG si ricorda di quel fromboliere avuto 6 anni prima a Miami con il quale, seppur in una sola stagione, aveva costruito un buon rapporto di stima professionale. Accolto con freddezza dal pubblico di Orlando, Alston si riscopre uomo della provvidenza trovando una inaspettata alchimia con i nuovi compagni, perlopiù merito del suo allenatore, capace di indottrinarlo ma di riconoscere l’ultimo stadio della formazione: lasciare che l’allievo si esprima. Per un uomo abituato a fare cose straordinarie, a comportarsi da pesce grande nel piccolo stagno, essere normale rappresenta il più grande successo. Così i Magic hanno il loro giudizioso playmaker, una guida sapiente consapevole che il demiurgo dell’attacco è soprattutto ”Brother Hedo”, ma con qualche sprazzo di genialità assolutamente all’interno di un discorso corale principale. ”Skip” è quindi parte del quintetto titolare di una squadra campione della Southeast Division, mettendo insieme cifre di tutto rispetto quali la doppia cifra di punti a partita insieme a più di 5 assist, meno di 2 perse e, soprattutto, una difesa accettabile. Mostra anche doti da leader quando in una delicatissima gara 6 di primo turno contro Philadelphia, senza Howard sospeso dalla lega, va in doppia doppia con 21 punti e 10 assist, risultando decisivo in una vittoria esterna che chiude la serie, gettando le basi per una storia che poteva essere prima tra le romantiche.

I Magic continuano a stupire eliminando le più quotate Boston e Cleveland, resistendo ai colpi di campioni del calibro di Paul Pierce e LeBron James e conquistano la finale per la seconda volta nella loro storia, 14 anni dopo la prima apparizione. E qui avviene un drammatico scontro tra sensi di giustizia: quello di Stan Van Gundy, che ritiene di dover rimettere il volante in mano ad un miracolato, in quanto a tempi di recupero, Jameer Nelson, e quello di Rafer, che rivede in questa Orlando anche una sua creatura. Alston non perde il posto in quintetto ma vede il suo minutaggio drasticamente ridotto, fin che la crepa nel rapporto col suo coach, reo di aver tradito la sua fiducia, diventa una voragine impossibile da ricucire, come dimostrano gli ultimi 18 minuti passati in panchina, con gli occhi letteralmente fuori dalle orbite, nella nodale gara 4 di finale. Gli dei del basket prendono a cuore la sua storia e “puniscono Van Gundy” mediante la pessima difesa di Nelson nell’ultimo possesso della suddetta gara 4, con la tripla di Fisher che manda la sfida all’overtime, poi vinto dai Lakers. In cambio ”Skip” offre una guida nervosa nella successiva gara 5, come se avesse realizzato che non ci fosse più nulla da fare per quelli che non erano più i suoi Magic e per sé stesso in quel palcoscenico che tanto aveva faticato a guadagnarsi salvo poi vederselo, a suo modo di intendere, scippato dalle mani.

Una forte delusione, difficile da assorbire, ma ad uno come Rafer Alston sarà bastato tornare nei playground tra la 155esima strada e Frederick Douglass Boulevard, a calcare i campi sulle orme di ”Dr. J”, Earl ”The Pearl” e ”Goat” Manigault per ricordare quali sono le cose che contano veramente nelle estati americane, per uno nato nel Queens.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy