Cento di queste stagioni – Rashard Lewis

Nel giorno del suo 37esimo compleanno, ripercorriamo la sua miglior stagione in carriera.

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Se qualcuno chiedesse in giro tra esperti e veterani del gioco quale esempio di carriera perfetta portare a chi vuole fare di questo sport la propria professione ecco, quella di Rashard Lewis sarebbe tra le più serie candidate: idolo delle folle con Ray Allen in una città nelle cui vene scorre basket come Seattle; centrale nel mirabile progetto tecnico degli Orlando Magic versione Stan Van Gundy, corroborato da un contratto monstre da 118M per 6 anni; sposo alla splendida Giovanni Fortes nel 2011 e, quando proprio sembrava aver ricevuto il massimo a lui accessibile dal basket, ecco che nel 2013 arriva l’anello con la maglia dei Miami Heat, a premiare la scelta di rinunciare a tanti soldi per firmare un contratto da veterano con la franchigia della Florida. Ubi maior minor cessat, la squalifica per doping nel 2010 è una macchia trascurabile per uno che, come un Chuck Norris dalla mano dolce, ha azzeccato quasi tutte le mosse nella sua vita cestistica e non. Risulta comunque alquanto semplice scegliere, tra le 16 disputate, la stagione con il miglior rendimento individuale al servizio di un collettivo: quella 2008/2009 in maglia Magic, impreziosita dalla seconda convocazione all’All-Star Game.

Le caratteristiche di Rashard Lewis erano tanto rare quanto funzionali al basket in netta trasformazione della fine del decennio passato, e il lauto stipendio ottenuto si giustificava con il fatto che il prodotto della Alief Elsik High School incorporasse tutte quelle abilità richieste ad una Power Forward, quel ”Three and Rebounding” che apriva le difese e garantiva solidità sotto le plance, il desiderio di tutti gli allenatori più all’avanguardia del periodo. Probabilmente Lewis è stato uno dei lunghi più moderni della sua epoca. Il talento è sempre stato tra i più cristallini, i numeri con la casacca di Seattle sono sempre stati considerevoli e il duo formato con Ray Allen era tra i più entusiasmanti dell’intera lega, ma di titoli (eccezion fatta per uno di division) neanche a parlarne.

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Spedito via sign-and-trade alle dipendenze di coach Van Gundy, l’ex All-American trova la perfetta dimensione nel sistema di Orlando, dove si intende a meraviglia con l’altra ala titolare Hedo Turkoglu ai lati dell’unica versione di Dwight Howard degna del soprannome ”Superman”. Mettere punti a referto è sempre stato l’ultimo dei problemi per Lewis, ma il vero salto di qualità lo fa nella metà campo difensiva, suo storico tallone d’achille e motivo principale per cui il suo nome non può iscriversi nel novero dei grandissimi del ruolo. 17.7 punti e quasi 6 rimbalzi a partita rappresentano anche un passo indietro rispetto alle ultime stagioni coi Supersonics ma l’impatto sulle partite è di tutt’altro spessore, diventando addirittura pedina fondamentale nel quinto scacchiere difensivo NBA per punti concessi che, tra le altre cose, ha consegnato ad Howard, rivelatosi in seguito piuttosto modesto nella propria metà campo, il premio di miglior difensore dell’anno. La cavalcata dei Magic è tortuosa, a tratti sfortunata, ma elettrizzante fino al titolo della Southeast Division. Lewis, etichettato fino ad allora come perdente di successo, imprime a fuoco il proprio nome nella vittoriosa serie di primo turno contro Philadelphia, soprattutto nell’ultimo episodio in cui si carica la squadra sulle spalle con 29 punti in contumacia Howard. Orlando era la gioia di giocare a basket, e l’atteggiamento di Lewis, che fino ad allora era stato considerato indolente, in quel momento era eleganza sotto pressione e concretezza. L’improbabile alchimia col turco rappresentava il principale ingrediente dei ribaltoni di pronostico nelle serie successive contro le più accreditate Boston e Cleveland, con Rashard mai al di sotto dei 15 punti in ciascun confronto. La sopracitata pressione schiaccia, però, i Magic alla porta d’entrata nella storia, e Lewis non ne esce indenne con la pessima prova dell’infausta gara 4 di finale contro i Los Angeles Lakers, spartiacque di una serie in cui Orlando aveva molte più possibilità di quanto il 4-1 conclusivo raccontasse.

Kobe Bryant (con Derek Fisher) fu il granello che fece saltare l’ingranaggio, e il nativo di Pineville non fece differenza visto che fu scambiato, destinazione Wizards, con Gilbert Arenas, non più di un anno dopo, in seguito alla sconfitta nelle finali di Conference 2010 per mano dei Celtics. Di lì a poco passerà dallo stato perdente di successo a quello di vincente di insuccesso ma, aldilà di premi e riconoscimenti, vedere Lewis giocare in quel 2009 era davvero un piacere per gli occhi.

 

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