Cento di queste stagioni – Rasheed Wallace

Cento di queste stagioni – Rasheed Wallace

La stagione più controversa e magnifica della carriera di Rasheed Wallace.

www.zimbio.com
www.zimbio.com

WWE World Heavyweight Champion! No, un attimo: come ci sono arrivate 5 cinture della federazione di Stamford dentro allo spogliatoio dei Detroit Pistons?

Partiamo da qualche anno prima, due figure chiave: Joe Dumars, ritirato nel 1999 e dal 2000 “President of Basketball Operations” della franchigia della Motown e Rasheed Abdul Wallace qualche migliaio di chilometri più a Ovest, incastrato nella versione più gangsta dei Trailblazers che tra arresti, gente beccata al metal detector dell’aeroporto con un’oncia e mezza di erba dentro ad un foglio di alluminio, gente beccata a combattere con i cani, minacce di sparatorie ecc… nel tempo libero arriva a due Finali di Conference.

Dumars per prima cosa scambia Grant Hill, inguaiato con la solita caviglia, ai Magic per Chucky Atkins e Wallace, l’altro Wallace, il Big Ben.

Successivamente, affiancando Jerry Stackhouse e il suddetto Ben, arrivano Rick Carlisle in panca, Chauncey Billups, Richard Hamilton e le scelte al Draft Darko Milicic (sì, ha vinto un anello anche lui) e Tayshaun Prince da Kentucky.

Contestualmente, all’alba della stagione 2003 i buonissimi risultati da Carlisle non sono abbastanza per confermargli il posto a causa di problemi interni e delle voci spuntate fuori durante i Playoff 2002 che lo volevano l’anno dopo sulla panchina dei Pacers.

Così fu, e coach Larry Brown andò ad incastrare il penultimo pezzo del puzzle di Dumars.

E Rasheed?

Lui è ancora a Portland, due volte All-Star, i soliti falli tecnici e la solita squadra di folli attorno.

Giocherà altre 45 partite con i Blazers poi arriverà la seconda trade della sua carriera… agli Atlanta Hawks.

Lui e Wesley Person per Dickau, Shareef Abdul-Rahim e Theo Ratliff.

La prima partita con gli Hawks è spettacolare: 20 punti in tre quarti, 6 rimbalzi, 5 stoppate, 2 assist e una rubata.

Tempo una settimana e succede l’incredibile: la prima partita di Wallace agli Hawks è anche l’ultima.

Una girandola di gente: Mike James e Wallace ai Pistons, Chucky Atkins Lindsey Hunter ed una first pick a Boston, Bob Sura, Zeljko Rebraca, Chris Mills ed un’altra prima scelta agli Hawks.

Il puzzle è finito.

Dopo due partite balbettanti i Pistons non si fermano più: 17 vittorie a fronte di sole 3 sconfitte, 15 vinte in doppia cifra di scarto per il 54-28 finale. Una squadra di 5 grandissimi giocatori ed una legge universale che metteva d’accordo l’universo del basket con il karma: “ball don’t lie”.

Rasheed si innesta nei meccanismi di coach Brown alla perfezione: si abitua a gestire con gli altri le responsabilità offensive prendendo i suoi piazzati di favolosa fattura e tenendo un’intensità difensiva a livelli da elite diventando un po’ il playmaker occulto della squadra, assieme ovviamente a Billups, ed il totem difensivo con Ben Wallace.

Inoltre, la sua versatilità difensiva fu un’arma letale per abbassare le serrande del canestro di competenza ed ali che si avventuravano fuori area, arma che Brown usò come chiave di volta del suo sistema difensivo sia in coabitazione con Tayshaun Prince, sia alternando le due ali.

Primo turno: Milwaukee Bucks di Ray Allen.

Va più o meno così: i Bucks ribaltano il fattore campo alla seconda poi ne prendono tante che ne sarebbero bastate metà. Sheed chiude con 4 doppie doppie e una mancata per un rimbalzo seminando stoppate e difese eccellenti qua e là, il suo solito fade away dall’angolo caratterizzato da un vertiginoso rilascio ed altri sprazzi vari di talento.

La seconda serie è molto più pericolosa: i Nets di Kidd, quelli che lo hanno privato della vittoria al Prudential Center nel suo one-off con gli Hawks.

La questione si fa interessante, le prime due vinte senza problemi, le due fuori casa no. Neanche la quinta, viziata da un bug di nome Brian Scalabrine che segna 17 punti dalla panca con 4/4 da 3 punti. Servono 3 overtime per chiuderla, serve un Richard Jefferson da 31 punti e 11 rimbalzi per domare i Pistons e uno Chauncey Billups che ci ha provato in tutti i modi a tenere in piedi la baracca.

Statisticamente, l’80% delle squadre che vince Gara 5 poi vince la serie. La palla non mente, i numeri sì.

Gara 6 combattuta punto a punto vale il 3-3, la bella al Palace è un +21 Detroit che vale la Eastern Conference Finals contro gli Indiana Pacers di coach Carlisle.

Alle prestazioni mostruose di un inviperito Reggie Miller, Sheed fa da contraltare raggiungendo due volte quota 20 e due doppie doppie in altre partite chiudendo così la pratica per 4-2.

Manca solo una squadra tra loro e l’anello: i Lakers di Bryant, O’Neal, Malone, Payton ed uno dei bersagli preferiti dalla sempre attiva lingua di Sheed: Kwame Brown.

Un dejavù targato 2000, ancora i Lakers dell’era three-peat che tolsero ai Blazers le prime Finals del millennio in una Gara 7 surreale, recuperando 15 punti negli ultimi 20 minuti di partita.

Non succederà niente di tutto questo, 4-1 per i ragazzi di Brown, terzo titolo della storia per Detroit.

Gara 3 è stata il manifesto cestistico dell’ala di Philadelphia.

La situazione è più o meno questa: una partita tiratissima, 59-59, 16 cambi di leadership, massimo vantaggio 5 punti. Poi arriva giocata che cambia l’ordine delle cose: Sheed che finisce ai ferri corti con Slava Medvedenko. L’azione è più o meno questa: Shaq dal post basso serve l’ucraino, airball e mucchio di gente a rimbalzo. Con Medvedenko tornato in controllo del pallone, Sheed anticipa troppo la stoppata e commette fallo.

Fin qui sarebbe tutto a posto, a parte gli urli dell’ala dei Pistons faccia a faccia con l’ucraino che non la prende molto bene finchè una versione impassibile di Shaq non pianta una mano nel petto di tutti e due e li scansa via alla maniera di un degno seguace di Mosè.

Rasheed non la prende bene, per niente.

Nelle due azioni successive, post basso contro Medvedenko, finta a destra, giro dorsale a sinistra, semigancio. Il suo dirimpettaio aveva già perso il filo del discorso a post basso. 2 punti.

Ancora dopo, post basso, contro Medvedenko, finta a destra, giro dorsale a sinistra e fadeaway anticipando il recupero di Rick Fox… 2 punti e fallo.

Più avanti, Big Ben taglia fuori Shaq, palla a Billups in contropiede, alza la parabola per Sheed. 2 punti.

Hamilton, blocco e taglio di Rasheed servito alla perfezione. 2 punti.

Ancora Hamilton per Sheed in post basso. Stavolta niente finte, giro dorsale destrorso, fadeaway e 2 punti. Medvedenko non sa ufficialmente più che pesci prendere.

Scarico di Prince su Rasheed, pull up jumper dalla media, 2 punti. Siamo a 86, manca un minuto alla fine e i Lakers devono ancora sfondare quota 80. Serie sul 3-1 e il tabellino segna 26-2-13-2-2 con due palle perse e tre falli.

Gara 4 è una formalità, il Palace può esplodere.

Questa è stata la stagione del suo unico anello (che non mette sull’anulare quanto piuttosto sul medio), partita nel profondo Ovest e terminata dopo un giro immenso a Detroit, in una squadra che contro tutte le scommesse è arrivata fino in fondo tramite una difesa granitica e un attacco che a parte qualche battuta a vuoto ha sempre regalato grande spettacolo. Il basket ha messo lo smoking a una squadra di metalmeccanici.

Ah già, le cinture. Un suo regalo per tutti, un monito della difesa del titolo.

People lie, numbers lie, ball don’t lie.

Tanti auguri, RAW.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy