Cento di queste stagioni – Ricky Davis

Cento di queste stagioni – Ricky Davis

Oggi Ricky Davis compie 37 anni. Riviviamo la sua stagione più memorabile, quella in maglia Celtics che si concluse coi playoff 2005.

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Quando pensiamo a Tyree Ricardo Davis, per gli amici Ricky, ci vengono in mente tre highlights. Il primo è questo:

 

A un rimbalzo di distanza dalla tripla doppia, il buon Ricky non sa che i tiri verso il proprio canestro non contano tra le statistiche e s’inventa questo gioiello che, fosse accaduto ai giorni nostri, avrebbe monopolizzato i video di Shaqtin’ a fool. Per non farsi mancare niente, si becca la smanacciata – del tutto meritata – di DeShawn Stevenson, una multa dalla squadra e il soprannome Wrong Rim dalla stampa locale. C’è da immaginare che lui preferisse quello con cui era sbarcato nella lega, Get Buckets. Ad appena 18 anni si ritrova a giocare tra i professionisti, senza passare dal college, e lui si difenderà dalle accuse chiamando in causa proprio gli errori di gioventù. Non era un giocatore egoista, i 5 assist abbondanti di media registrati proprio negli anni di Cleveland lo dimostrano; è solo che ci metteva un po’ di tempo a imparare.

I canestri, in effetti, Ricky sapeva segnarli. Nel secondo highlight della sua storia, però, si ritrova attore non protagonista. LeBron James, lanciato in contropiede, si ferma ad aspettarlo e lo serve per la schiacciata con gli effetti speciali. Nulla di straordinario, se non fosse che il calendario segna 29 ottobre 2003; per i profani, è il debutto in NBA di King James.

 

“I thought LeBron James was just going to be another addition to help me score”, ebbe a dire qualche tempo dopo. No, Ricky Davis non era il più brillante dei pensatori, però dovunque andava lasciava il segno. Da Charlotte a Miami, poi ai Celtics passando per Cleveland, infine tra Minnesota, Miami e Los Angeles sponda Clippers, Davis finisce sempre dal lato sbagliato delle trade. È il tipico giocatore di cui ti puoi liberare senza patemi quando cerchi di risalire la china, ed è merce preziosa per le franchigie in smantellamento perché ad aprile ci devi comunque arrivare con un briciolo di onore, mettere la palla nel cesto aiuta. Dopo la discesa in terra di LeBron lui è ormai un corpo estraneo a Cleveland, e da titolare inamovibile con 20 punti di media sul tabellino si ritrova a finire la stagione sulla panchina di Boston. Avrà un assaggio di playoff, i primi in carriera, quattro sconfitte secche contro i Pacers. Ma i Celtics viaggiano a un ritmo più alto del previsto. Antoine Walker è tornato a dare man forte a Paul Pierce e sotto canestro c’è il rookie Al Jefferson. L’obiettivo playoff è nuovamente centrato con un onesto record di 45-37 e stavolta c’è anche la firma di Davis, alla stagione più concreta di sempre. I suoi 16 punti di media sono tutto grasso che cola, gioca ognuna delle 82 partite di regular season, parte come sesto uomo ma coach Doc Rivers lo lascia sul parquet per più di 30 minuti. Gli esigenti tifosi di Beantown l’avevano salutato con una pioggia di critiche, ma lui li conquista con una stagione da colletto blu. Un momento di follia doveva pur concederselo, però, per tenere fede al proprio nome. È il terzo highlight da tramandare ai posteri.

 

Davis non era certo un dilettante della schiacciata, ne ha realizzate di roboanti in carriera tra cui una between the legs in partita, più fortunata di questa. Nel suo ruolino di marcia ci sono anche due partecipazioni allo Slam Dunk Contest edizioni 2000 e 2004. Qui, comunque, raccoglie il rimbalzo e conclude indisturbato. Con un appoggio? Ci mancherebbe: con una windmill. Questo, per un’eventuale tripla doppia, sarebbe contato.

Nella sua annata di grazia c’è un exploit da 34 punti e 7 assist contro i Clippers, poi se la prende con gli Atlanta Hawks a cui ne rifila 30 e 36 in due separate occasioni. Di rado scende sotto la doppia cifra, specie nei due straordinari mesi dopo l’All-Star Break che cementano il suo ruolo in un team in crescita. L’appuntamento al primo turno dei Playoffs è ancora con gli Indiana Pacers, stavolta col fattore campo a proprio vantaggio. Dopo un discreto esordio nella vittoria di gara 1, Doc Rivers lo dimentica in panchina e seguono due sconfitte. C’è bisogno di lui per suonare la carica e Ricky risponde presente. Parte addirittura in quintetto e nelle tre partite successive è il primo alfiere di Paul Pierce nella difficile missione di riportare la serie in parità. Gara 5 è solidissima: 19 punti, 7 rimbalzi, 3 assist, 4 rubate, ma i Celtics perdono di misura. Gara 6 è un capolavoro: ne mette 22 con l’eccellente plus/minus di +15. La tavola è apparecchiata per uno scontro decisivo al Fleet Center, triste nome con cui all’epoca era conosciuto il Garden, ma la partita per i verdi non comincia nemmeno. È dominio Pacers fin dalla palla a due con Stephen Jackson sugli scudi, la verve di Ricky si spegne con 8 punti in sette tentativi.

Il 2006 comincia col piede giusto ma a metà stagione Wrong Rim Ricky è impacchettato nell’ennesima trade. A Boston cominciano le grandi manovre che porteranno, due estati dopo, alla nascita dei Big Three. Finisce l’annata ai Timberwolves dove ha licenza di tirare, ammonticchia buone cifre ma di soddisfazioni se ne toglierà poche. La sua parabola discendente culminerà con una sospensione per violazione dell’anti-drug policy, poi la sua carriera s’invischierà in un vagabondare inquieto tra Europa, Cina e Portorico. L’occasione in D-League sembrava quella buona per strappare l’ultimo contratto nel basket che conta, 40 partite con gli Eerie Bayhawks, ma siamo già nel 2014 e Ricky non ha più la dinamite nelle gambe. Ora è scomparso dai radar. L’ultima sua traccia? Il volantino di un celebrity game truffaldino, mai realmente organizzato, di una chiesa a Sugarland, Teaxs. Con oltre 43 milioni guadagnati in carriera, però, non se la passerà così male come suggerisce questo desolante fermoimmagine da piccola provincia americana.

Buon compleanno, Get Buckets. Fosse dipeso da noi, quella tripla doppia avrebbe contato.

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