Cento di queste stagioni – Rudy Gobert

Cento di queste stagioni – Rudy Gobert

Ripercorriamo la miglior stagione del centro francese, quella appena trascorsa, terminata alla penultima partita di regular season in NBA.

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Ci sono delle persone a questo mondo che amano agire nell’ombra, che hanno paura a venire alla luce. Agiscono in silenzio, in modo da non attirare l’attenzione, andando avanti per la propria strada. Ma questo non può essere il caso di Rudy Gobert. Anche se vorrebbe, lui è una di quelle persone che qualsiasi cosa faccia, anche la più banale, è e sarà sempre oggetto di attenzione di tutti. Tutta colpa di madre natura, che ha deciso di donargli un corpo che non può passare di certo inosservato.

Duecentoquindici centimetri portati con una mobilità fuori dal comune, che gli hanno permesso di costruirsi una carriera da cestista in Francia (sua terra nativa) proprio come suo padre Rudy Bourgarel – ha lo stesso nome di battesimo e all’anagrafe fa Gobert-Bourgarel. A differenza del padre, però, il figlio sarà molto più fortunato, perché dopo una trafila nella squadra giovanile della sua città (San Quintino) e nel Centre fédéral, lo Cholet decide di puntare forte su di lui, attratto dalle potenzialità fisiche del ragazzo. Rudy non gioca molto, ma quando viene impiegato in campo mette a referto sempre ottime prestazioni, che gli permettono di farsi un nome anche fuori dal territorio francese.

Sotto consiglio di suo padre e della sua famiglia, decide di dichiararsi eleggibile per il Draft 2013, con l’obiettivo di venire selezionato verso fine primo giro, per coronare il sogno di giocare oltreoceano, soddisfazione che il padre non è mai riuscito a togliersi – anche se ci è andato molto vicino.

Prima del grande giorno, però, i ragazzi che hanno deciso di provare a fare il grande salto devono partecipare alla Draft Combine, un evento molto importante dove la maggior parte dei prospetti sostengono interviste con giornalisti e membri delle franchigie NBA, partecipano a varie partitelle ma soprattutto effettuano test atletici e misurazioni. Ci vuole poco a capire che il nostro protagonista abbia attirato tutte le attenzioni su di sé in quei quattro giorni: un dato su tutti ha fatto impazzire gli americani, la sua apertura di braccia, la migliore registrata alle Combine.

Dennis Lindsey, general manager degli Utah Jazz, decide di chiamarlo via Denver Nuggets con la chiamata numero 27, intravedendo in lui un potenziale enorme. Per essere ben sviluppato, però, c’è bisogno di tempo, anche perché Gobert è molto grezzo e poco NBA Ready per avere un impatto immediato nella lega: ecco perché la prima parte di stagione gioca poco o nulla (9 minuti di media) nelle 45 partite in cui viene schierato. La situazione cambia decisamente nella stagione successiva: i Jazz sollevano dal proprio incarico Corbin e decidono puntare su Quin Snyder, alla sua prima esperienza su una panchina NBA. L’allievo di Krzyzewski e Popovich dichiara di voler puntare molto sul ragazzo sin dal training camp, soprattutto dopo averlo visto in azione al mondiale con la sua nazionale, dove ai quarti di finale ha effettuato una prestazione stellare (13 rimbalzi e una difesa eccellente su Gasol) trascinando i suoi alla vittoria.

L’incubo dei fratelli Gasol. Fonte: fiba.com

I minuti nel 2014 aumentano sempre di più: si passa dai 16 di media a novembre agli oltre 29 a gennaio, dove sfiora la doppia doppia più volte, stoppando circa 3 tiri a sera. La sua considerazione nella squadra continua a crescere, e le sue prestazioni spingono Snyder e Lindsey a non puntare più su Enes Kanter, che viene scambiato alla trade deadline agli Oklahoma City Thunder. È l’inizio di una nuova era per Gobert e per i Jazz, che dopo la pausa per l’All-Star Game si impongono come miglior difesa della lega, concedendo la miseria di 84.1 punti a partita. Merito del grande lavoro di Snyder, ma soprattutto della presenza sotto il ferro del lungo francese, miglior rim-protector della lega: i suoi avversari contro di lui tirano appena col 38%.

Chiuderà la regular-season disputando tutte le 82 partite, con una media di 8.4 punti, 9.5 rimbalzi e 2.3 stoppate a partita. Ma la sua miglior stagione non sarà questa. Quella attuale è una di quelle cento che lui si ricorderà per sempre, perché è la prima da centro titolare in una franchigia NBA. L’impatto che ha avuto nella precedente annata è stato maggiore, perché nessuna squadra si aspettava che un ragazzotto francese alle prime armi riuscisse a trasformare completamente una franchigia in così poco tempo. In estate le altre ventinove hanno cercato di capire come fermarlo, studiando delle contromisure adatte, mentre Utah perdeva per infortunio Dante Exum, la seconda ancora difensiva della squadra. La pressione e l’hype su Gobert erano giganteschi, e possiamo dire che in linea di massima il ragazzo non ha deluso le aspettative.

Subito 7 stoppate e questa schiacciata nella seconda partita contro i 76ers. Fonte: si.com

La stagione inizia bene: nelle prime 16 partite Utah ha un record pari al 50% e Rudy continua sul trend dell’anno scorso, con la sottile differenza che i minuti in campo ora sono quasi 35. Dopo la sconfitta del 30 novembre contro i Warriors, però, patisce un infortunio al ginocchio sinistro che lo costringe a saltare ben 18 partite, lasciando i Jazz in una cattiva situazione – che poi perderanno Alec Burks per quasi tutta la stagione. Torna il 7 gennaio contro gli Houston Rockets, giocando appena 15 minuti. Ha bisogno di tempo per ritrovare la condizione fisica, che dopo qualche partita di rodaggio si manifesta con una prestazione sbalorditiva contro i Los Angeles Lakers, dove registra 18 punti e 18 rimbalzi in una vittoria dei suoi larga e convincente.

Inizia un filotto di partite tra gennaio e febbraio in cui la squadra e il suo centro titolare danno il meglio di sé: questo grande momento culmina con 6 vittorie di fila prima dell’All-Star break, ultima e anche più importante quella contro i Dallas Mavericks in Texas, dove Rudy registra una doppia doppia di vitale importanza, sbagliando poco o nulla in entrambi i lati del campo. La pausa di 8 giorni non fa però bene ad un treno in corsa come quello di Salt Lake City che, complice anche un calendario poco favorevole, incombe in una serie di 5 sconfitte di fila dopo un’altra vittoria in Texas, questa volta ai danni dei Rockets, dove Gobert per motivi tattici vede pochissimo il campo. In quella striscia negativa, c’è da registrare una sua super performance (12 punti, 19 rimbalzi, 6 stoppate) nell’unica sconfitta evitabile in casa contro i Brooklyn Nets.

Marzo è il mese peggiore, sia per numeri che per prestazioni, perché il ragazzo incombe in continue ricadute al ginocchio che condizionano in negativo il suo impatto e la sua influenza sui suoi compagni di squadra. Non salta mai una partita, ma ricopre un ruolo marginale, giocando sui 20-25 minuti a partita. Ancora una volta, i Lakers lo aiutano a ritrovare fiducia nei propri mezzi, oltre che condizione atletica: i 19 rimbalzi messi a referto nella vittoria contro i gialloviola del 28 marzo (peggior sconfitta dell’era Bryant a Los Angeles) sono la spinta necessaria per chiudere in bellezza una regular season travagliata ma comunque molto positiva.

Purtroppo per lui e per i Jazz, nella partita decisiva per l’accesso ai playoff contro i Dallas Mavericks, nonché la penultima in stagione, è costretto a uscire dal campo ad inizio secondo quarto dopo che la sua caviglia ha ceduto cadendo a terra, nel tentativo invano di stoppare Salah Mejri al ferro. Utah perderà quella partita e anche le speranze di accedere alla postseason. Nella passerella finale contro i Lakers, match dell’addio di Kobe Bryant al basket professionistico, Gobert non scende nemmeno in campo e si gode lo “spettacolo” a casa. Per fortuna, la caviglia ora sta bene e gli permetterà di presentarsi al prossimo training camp in perfette condizione fisiche.

La stoppata clutch ai danni del suo connazionale Parker nella sconfitta di misura contro gli Spurs del 5 aprile. Fonte: deseretnews.com

Sono state 61 partite importantissime per la sua carriera: si è confermato ancora una volta il miglior rim-protector della lega, concedendo ai suoi avversari solamente il 41% al tiro. È finito terzo per numero di stoppate in media a partita (2.2) e settimo per rimbalzi catturati (11.0). Le sue percentuali ai liberi e dal campo sono leggermente calate, anche per via dei suoi continui acciacchi, che hanno limitato i suoi miglioramenti in fase offensiva, che saranno necessari in futuro per proiettarlo in un orizzonte più ampio rispetto a quello attuale. Perché giocatori come lui sono destinati a stare alla luce. E la sua giovane età (24 anni) ci porta a pensare che lo vedremo al top per molti anni in questa lega di superuomini.

Oggi compie gli anni: a nome di tutta la redazione di Basketinside, tantissimi auguri!

Fonte foto in evidenza: basketball-players.pointafter.com;

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