Cento di queste stagioni – Scottie Pippen

Cento di queste stagioni – Scottie Pippen

La stagione 1995-96 è quella che Pippen non dimenticherà mai. Fondamentale per la vittoria dei 6 titoli di Chicago, il valore di Scottie per i Bulls non era solo nelle cifre

Commenta per primo!

Non è facile essere il secondo violino di una squadra, specialmente se il giocatore a cui devi fare da “spalla” è Michael Jordan.

Quando Scottie Pippen approda a Chicago, la cosa fondamentale per coach e dirigenza è fare in modo che Jordan abbia attorno a se dei giocatori a lui complementari e in una NBA dal gioco ancora molto ruvido e fisico, le qualità del numero 33 vengono a galla fin da subito. Passano anni in cui i Bulls non riescono a imporsi nella Lega fino in fondo, ma dopo aver arginato lo scoglio dei Bad Boys di Detroit nel 1991, sembrano addirittura inarrestabili. 3 titoli in fila come da tanti anni non si vedeva in NBA, ma l’improvviso ritiro di Jordan e il roster che doveva assolutamente essere ringalluzzito se voleva continuare a puntare seriamente al Titolo, mettono in difficoltà la franchigia.

Pippen viene ritenuto il leader assoluto della squadra e senza MJ non può che essere così. La sua stagione 1994, dove raggiunge il massimo in carriera in punti a partita, con 22 di media, potrebbe sembrare a molti come la sua migliore in assoluto, ma per un giocatore che è abituato ad avere di fianco a se un colosso come il numero 23, che si caricava sulle spalle tutte le responsabilità del caso, venire improvvisamente massacrato dalla critica per non essere riuscito a riportare i Bulls in vetta alla NBA, è un boccone amaro da digerire.

“Pippen è solo un bluff, senza Jordan non vale nulla” o ancora “Pippen non ha saputo prendersi sulle spalle i Bulls proprio nel momento in cui avevano bisogno di lui”… se ne sono sentite tante e una peggio dell’altra. Critiche che a un certo punto puzzavano moltissimo di cattiverie gratuite, eppure Scottie aveva avuto una stagione strabiliante e le cifre lo dimostravano, ma è proprio questo il punto: Non era solo delle cifre che aveva bisogno Chicago, serviva una leadership forte, dei secondi violini solidi e dei gregari fedeli e tenaci.

Il ritorno al Basket di MJ da letteralmente ossigeno a Pippen, forse contento di non essere più a tutti i costi il bersaglio su cui far ricadere i fallimenti della squadra nei 2 anni di assenza del numero 23. Scottie riprende il ruolo di “braccio destro” che sentiva più nelle sue corde e nonostante il suo rendimento in termini statistici cali leggermente (complice il minor numero di palloni da gestire) e con una squadra che sbrana gli avversari sul campo, i Bulls tornano quelli del primo 3-peat.

Siamo nell’ormai famosa, o famigerata, stagione 1995-96, Chicago senza troppi complimenti sbaraglia il record di vittorie dei Lakers di 24 anni prima, vincendo 72 partite. Per Scottie non è comunque un anno facilissimo. In squadra ci sono Toni Kukoc e Dennis Rodman, il primo con il quale ha avuto qualche screzio un paio di stagioni prima; il secondo, dal carattere difficile, appena arrivato ai Bulls ma con qualche acciacco e a fare i conti durante la stagione con qualche squalifica. Tocca quindi non solo fare qualche straordinario in campo, ma anche tenere alla larga malumori e vecchi rancori dallo spogliatoio per evitare che la squadra ne risenta. Michael per di più, quell’anno, viene spesso utilizzato come playmaker, costringendo Scottie a giocare un po’ più lontano dal canestro, per favorire il gioco dei suoi Bulls.

Nel 1996 Pippen partecipa ancora all’ All Star Game, gioca alla grande e torna ai playoffs determinato ad arrivare fino in fondo. Si “vendica” prima dei Knicks che gli avevano soffiato il posto alle finali di conference 2 anni prima e poi di Horace Grant e degli Orlando Magic che la stagione precedente avevano eliminato proprio lui e MJ fresco di ritorno. Nel 1996 le Finals, nonostante finiscano dopo 6 partite, sembrano solo una formalità. Pippen è costante, forte, determinato, implacabile. Si inaugura quello che sarà il secondo 3-peat dei Bulls.

19,4 di media, 6 rimbalzi abbondanti e quasi 6 assist a gara per il numero 33, ma come detto, è nell’economia del gioco di Chicago che il vero, enorme, valore di Scottie si è sempre materializzato. Mai come quell’anno, poi, si è sentito parlare anche e soprattutto del valore di Pippen in ruoli che normalmente non sarebbero affidati a lui o di quanto sia una pedina fondamentale per Phil Jackson in chiave difensiva. Un giocatore che dimostra ancora più che in passato quanto sia versatile e utile in tutte le situazioni.
Lo stesso anno, prende parte alla Nazionale USA per i Giochi Olimpici di Atlanta 1996, vincendo la medaglia d’oro.Pippen non avrebbe mai vinto 6 titoli senza Jordan, ma è anche vero che Michael non ne ha mai vinto nemmeno 1 senza Scottie.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy