Father Playoffs – “It ain’t over ‘till it’s over”

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Giovedì mattina intorno alle 7 ora italiana, questa serie era finita. L.A. avanti di 15 o più, i Rockets senza il loro miglior giocatore, tutto sembrava congiurare per un passaggio ormai acquisito dei Clips in finale di Conference. I Clippers giocavano agili, Redick metteva una bomba, Paul dribblava gli avversari e una palla persa non sembrava un grosso problema. Poi Griffin faceva uno dei suoi movimenti in area, si lanciava in uno dei suoi lay-up che entrano sempre, che rimbalzava beffardo sull’anello. Jordan sbagliava una schiacciata che mette ininterrottamente dall’età di 14 anni e, in un amen, una brigata Brancaleone messa assieme per compiacere l’unica stella, peraltro in panca per un forse diplomatico, visto a posteriori, problema alla caviglia, ritrovava il suo orgoglio e segnava l’impossibile. Ariza, Terry, Brewer, Smith – questi ultimi due 29 punti totali nel solo ultimo quarto – tiravano delle bombe da tre che, fino al terzo quarto, non sarebbero mai entrate, Howard riusciva per una volta a saltare più di Jordan e, insieme ai 17 tiri sbagliati in fila dei Clippers, il parziale dei Rockets li portava avanti in un modo impossibile da recuperare. Per i Clips non era nemmeno possibile provare tattiche di falli o altro. Usciti troppo presto dalla partita, non si erano resi conto che, davanti a loro un gruppo che si sentiva forse umiliato per quello che avevano detto di loro ritrovava dignità e unità in campo e si era deciso a giocare il suo basket. McHale, annusando la situazione, non faceva nulla per cambiare. Rivers, altrettanto cosciente, capiva che non si poteva fare realmente nulla, anche se provava disperatamente a ruotare gli uomini per cercare una scintilla che non veniva…
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Qualcuno potrebbe tirare fuori il concetto di Hybris, l’arroganza dell’uomo verso gli dei dell’antica Grecia. Forse gli dei del basket si sono indispettiti per quell’esultanza, addirittura un high five con Ballmer durante la partita, dribblare, provare cose che sono sul manuale dell’esibizione e non del gioco. Succede, quando sei convinto di avercela fatta, che gli dei del basket si indispettiscano e ti mandino qualche forma di punizione: i tiri non entrano più, entrano ai tuoi avversari, una certa spossatezza, dovuta al fatto che credi di avercela fatta e hai messo la partita in naftalina, ti fa reagire in ritardo, e, prima che tu te ne accorga, è tutto finito, gli avversari tornati e tu non riesci più a fare nulla. Una semifinale di parvenu produce questo. Quando un giocatore non ha quella fiamma del campione, quella dei Kobe, dei Micheal, e si illude di avercela fatta, succedono queste cose. I grandi, i veri grandi, non le lasciano succedere, azzannano la partita fino all’ultimo, gridano nelle orecchie dei compagni coprendo il canto suadente della vittoria immaginata, con quello della rabbia del capo branco. Ma è perché se lo sentono dentro, perché la loro anima di campioni gli dice di non smettere. È lo spirito di LeBron, in fondo, quello spirito per cui Mozgov, Dellavedova, Smith, Shumpert, sentono di dover combattere, che vale la pena di combattere.
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Il pericolo per i Rockets è illudersi di poter fare meglio senza Harden. Quei Clippers, negli ultimi dieci minuti, non avrebbero segnato contro Reggio Emilia, con tutto il rispetto per i Reggiani. Se Harden potrà giocare, dovrà essere ancora lui il perno della squadra. Sappiamo bene che il gruppo che ha battuto i Clips negli ultimi dieci minuti non avrebbe forse fatto i playoff, ora devono esserne coscienti e tornare al loro piano di gioco, crederci, perché è l’unica possibilità che hanno. I Clips devono riprendersi e devono avere un leader in campo che li tenga sempre sul filo dell’incertezza. Paul e Griffin in certi momenti si amano troppo, si illudono di aver già fatto qualcosa mentre, in carriera, non sono mai andati oltre il secondo turno dei playoff. Devono sentire dentro di loro di essere ancora dei signori nessuno e sapere che, a questi livelli, non si può mai contare sul fischietto amico, sul fallo sul tiro, perché il significato di cosa sia fallo e di cosa sia difesa si estende, arriva a coprire tutto il campo e, se non lotti, ti asfissierà nell’angolo più lontano dal canestro. Gara 7 è, in definitiva, la partita che dirà qualcosa sulle carriere di alcuni di questi. Sicuramente i Clippers rischiano di più, non possono perdere questa partita, ne va della loro storia di squadra e di singoli giocatori. C’è da sperare che la sconfitta in gara 6 abbia insegnato qualcosa. Gli dei del basket hanno dato la loro lezione, ora se il fato è per i Clips i Rockets non possono fare più niente, se non guardarli avanzare a dispetto della storia fallimentare della società. Ma se è per Houston, la batosta che i Clippers subiranno o li trasformerà in campioni imbattibili, o smembrerà una squadra che non ha avuto abbastanza cuore. E questo, in definitiva, è quello che gli dei del basket non perdonano…

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