Father Playoffs – le gare 4 degli sconfitti

Father Playoffs – le gare 4 degli sconfitti

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Torna il nostro Father Playoff, che non dorme mai. I discepoli lo tengono sveglio, forse vogliono anche loro vedersi le due importantissime gare di stanotte. genius.com Allora, Steph… quel paradenti Conley te l’ha fatto andare giù per la gola ancora una volta? O sei riuscito a tornare quello che eri? La strada per diventare adulti ha una sola direzione, non puoi cambiare strada, pensare di farne una più lunga. Passa per di lì: prosegue oltre le gambe di Conley, la sua maschera che lo fa somigliare alla versione carina di Jason di Venerdì 13, le sue braccia che arrivano dappertutto. E Klay? Klay con la K mica con la C, come Cassius. Klay con la K come una Katiusha qualsiasi, come una Samantha, una Deborah. Come un messaggino su WhatsApp. Klay, ti decidi a provarci? A inquadrare quel maledetto canestro al di là delle mani protese di Tony Allen? Sono lunghe quelle braccia, maledettamente lunghe. E quando ruba il pallone è come finire contro un muro. Come se, andando in bicicletta, finissi dritto contro un palo. Lui ti passa sopra e non controlla nemmeno che tu ti sia fatto male. E voi due là sotto? Bogut e Green? Quei due manzi lenti e grassi ve le stanno suonando di santa ragione. Possibile che non abbiate neanche un po’ di orgoglio? Dove sono finite tutte le cazzate sulla squadra rivelazione, sugli schemi, la profondità della panchina? Non serve a niente, e sono gentile, la profondità della panchina. Chi è in panca resta in panca, qui sei tu Andrew che devi sbracciarti. Sei tu che devi trovare il modo di piazzarti davanti a quell’armadione con la faccia tranquilla. E tu, Draymond, non vedi quando è lento Zach? Possibile che tu non riesca a marcarlo? Cos’ha che non riesci a tenerlo? C’è qualcosa in quei due, nel loro essere diversi, enormi, non fatti per stare insieme, che invece li tiene insieme e li fa’ combattere, qualcosa che è la consapevolezza di quello che sono. Non saranno un granchè, ma lo sono sempre, non hanno alti e bassi, hanno il loro piano e a meno che voi non li seppelliate sotto una grandinata di triple fino all’ultimo minuto, beh, questi non molleranno.

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Perché, vedi, Steph, la questione non è che le cose ti vengano da sole, no. Non è che un talento naturale ti tiene in piedi. Nemmeno. O meglio, tu sei un talento. Ma c’è un bivio nella vita di tutti noi, in cui non è questione di quanto sei bravo, ma di quanto VUOI qualcosa. Se non sei abituato a volere quello che c’è oltre Conley, la stessa cosa che lui vede dietro di te, se lui la vuole più di te, quella Finale di Conference, non c’è verso. È una questione di quanto la vuoi, questa cosa. Tu non hai mai avuto la fame di altri. E non è nemmeno una questione di fame, il padre di Conley era un olimpionico di salto in lungo, uno che faceva otto metri, e non si fanno otto metri in aria se non si vogliono fare, lo sai Steph? Allora, tu, quel tiro da tre, lo devi volere. Devi volere quel canestro dentro di te. Devi pensare, per una volta, che una cosa non ti è “facile”, ma “Difficile”, e devi trovare le risorse dentro di te per arrivare fin lassù. Quando l’avrai fatto, perché lo farai, lo so, allora tutto ti sarà più naturale. Anche stare a quel livello, anche giocare quelle partite, ti sarà più “facile”. Essere MVP della Regular Season è uno scherzo al confronto con questo. Ma tutto parte da te, sappilo, da nessun altro, e se tu fallirai, tutti falliranno. È il destino dei più forti, avere la colpa delle sconfitte e i meriti della vittorie. Ma è un destino che accettano, come LeBron in gara 4 e Rose in gara 3. Se ne sarai capace, è il tuo destino.
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Allora, ragazzi. Dove eravamo rimasti? Non ce la fate proprio, eh? Un gruppo di gregari non riesce a farsi andare giù questi benedetti playoff. Sembrate una massa di fango. Non avete fantasia, non avete forza. Di là, senza un All Star, uno vero, una stella con tutte e cinque le punte ben temperate e appuntite, vi tengono testa. Con quel vecchio di Pierce? Pazzesco! E tutto con un brigata scombinata con dentro Gortat, Gortat Marcin vi rendete conto? E con un nero dei sobborghi che si chiama come il sergente delle sturmtruppen: Otto? Beh, ragazzi, è meglio che vi diate da fare, certi treni non ripassano. Jeff Teague, cerca di tornare a fare il giocatore e non la stella isterica. Millsap fatti passare l’influenza. E tu, Horford, salta, lotta, prendi dei rimbalzi… Perché, vedete, la storia è sempre quella, ragazzi, intensità, volerlo, non “cercare”, ma “trovare”, non “provare”, ma “riuscire”. Tutte quelle balle che vi raccontano, che nella vita esiste un piano B, beh, sono cazzate. Non c’è un piano B. Quando comincia la partita non potete andare al bagno. Non potete dire che non avete trovato parcheggio. So che guardate a questa partita con paura, con inquietudine. C’è qualcosa che vi rimesta dentro, una paura, un senso di impotenza. Tutto quello che vi riusciva nelle 82 partite normali, qui non riesce. Eppure sono le stesse mani, gli stessi occhi. Fino a un paio di settimane fa fenomeni, ora idioti? Beh ragazzi, occorre che vi diate una svegliata. Datevi da fare perché il tempo passa e quegli altri entreranno in campo con il coltello tra i denti, come se niente fosse, pronti a lottare su ogni pallone per andare avanti. È che c’è una differenza tra essere una stella e trovarsi a quel livello. Le stelle bruciano e quel fuoco, se trattano con distrazione, fa male. Vi brucia i polpastrelli delle mani, non vi fa più saltare. Coach Bud non può che rimestare le carte in continuazione,sperando di trovare qualcuno che abbia voglia di mettersi a giocare sul serio. Ma alla fine le riserve sono riserve. Statisticamente aiutano, ma non sono loro che vincono le partite. È Pierce che la vince. È lui che fa il tiro decisivo, che grida di continuare, che ha la mentalità di chi è lì da sempre, di chi ci è abituato. I suoi allievi imparano, ma se voi non avete un maestro, uno che vi dica come si vive a quel livello, mi spiace, dovete aggiustarvi da soli. Non basta il coraggio in questi casi, occorre anche immaginazione, il destino non è una cosa che tiri fuori dal terreno rivoltandolo come un aratro, è un’opera d’arte a cui dai forma con le tue capacità. Le sconfitte che avete subito, aiutano. Vi fanno capire che quello che siete ora non è ancora abbastanza, ma la materia umana, se ben addestrata, è potenzialmente infinita. Tocca a voi creare la fusione nucleare da cui attingere la forza per farlo.

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