Father playoffs: Cleveland Cavs – Players Republic

Father playoffs: Cleveland Cavs – Players Republic

Il licenziamento di Blatt ha creato una repubblica dei giocatori a Cleveland, in cerca di libertà credendo di aver visto la luce. Ma la libertà espressiva si raggiunge solo con la rigida applicazione di principi condivisi, non nell’anarchia di uno contro tutti.

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“Clearco, tutti hanno detto la loro, ora dicci la tua”

Senofonte – Anabasi

L’idea di una repubblica perfetta, in cui ogni decisione è presa comunemente, rappresenta un optimum forse mai raggiunto, se non in quelle utopie di repubbliche perfette in cui la libertà non si è mai verificata. E men che mai si è raggiunta nei Cleveland Cavs.

La decisione di liberarsi di David Blatt per dare il potere a Tyronn Lue, è significato dare potere a LeBron per costruirsi l’idea di basket che meglio si adeguasse ai suoi desiderata. Idea che basta e avanza per arrivare in finale a partire dalla parte Est, ma non per giocarsela realmente in finale. I Cavs faticherebbero a fare le prime quattro all’Ovest, in una serie sgobberebbero contro San Antonio e OKC, ma per la debolezza dell’Est sono in finale, quindi dobbiamo sperare che trovino qualcosa per riuscire a prolungare la serie e non darci l’idea che tutto si è già svolto in semi.

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La prima cosa sarebbe avocare un po’ di potere a LeBron e decidere di ridarlo al basket. E per fare che? Beh, forse un paio di cose ci sarebbero.

Primo: i Cavs non sono nati per correre. Se cerchi di correre come i Warriors, perdi. Punto. Non è una questione di velocità di punta, cosa relativamente importante nel basket, quanto di rapidità, che è la misura della velocità con cui un corpo si rimette in movimento. Se devi giocare con Love contro Green, LBJ contro Barnes, Irving e Smith contro Curry e Thompson, se vuoi giocare in velocità, perdi, perché loro partiranno sempre un attimo prima.

Secondo: gli Warriors sono profondi, se vuoi isolare Curry dal gioco, ne troveranno un altro. Se raddoppi Curry per tirarlo fuori, lui troverà Livingston in un’area che usano poco, i 4-5 metri, ma che la natura camaleontica dei Warriors può cogliere.

Terzo: la coperta è corta Cavs, rassegnatevi. Se marcate il tiro da tre, tireranno da sotto, se marcate l’area, tireranno da fuori.

Quindi, serie finita? No.

O meglio, la serie non sarebbe finita con un grande allenatore a Cleveland.

Spiace parlare di Lue in questo modo, ma se ti comporti da Jago, sussurrando all’orecchio di Otello che Desdemona lo tradisce, poi ti devi prendere anche gli oneri.

Un grande allenatore troverebbe un modo almeno di giocarsela.

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Un grande allenatore non resterebbe impietrito sulla linea laterale guardando la sua squadra perderla di 30. Obradovic li farebbe diventare biondi, per quanto gli griderebbe contro.

Un grande allenatore setaccerebbe la panchina, terrebbe la tensione alta, sfiderebbe i giocatori più riottosi, cercherebbe la grinta.

Un grande allenatore rivolterebbe le pagine del pensiero cestistico per tenere la sua squadra in partita.

Certo, per rivoltare le pagine suddette, Lue deve farle girare al contrario, considerando che le uniche due partite delle scorse serie finali le hanno vinte senza Irving e senza Love e con una lineup che per la maggior parte dei minuti comprendeva Mozgov (che pure, bisogna dirlo, nei momenti decisivi era fuori).

Ma il buon Timo aumentava l’efficienza difensiva e occupava spazio, cosa che i Cavs a imitazione dei Warriors non fanno o fanno male.

E qui sta il problema: i Cavs cercano di imitare la circolazione di palla dei Warriors, ma non ne sono capaci. Per loro, la palla si dà fuori quando non riesci a penetrare. Punto. Palleggio, entro, se non va, raddoppiato, la passo fuori, ma non funziona così.

La penetrazione con lo scarico sono un concetto da eseguire a puntino. Intanto non penetro per segnare, l’avversario lo deve pensare ma io devo essere cosciente che penetro per far chiudere la difesa e passarla fuori un attimo prima che i difensori si chiudano su di me, o avranno successo loro. I Cavs provano a penetrare uno contro cinque ma la passano solo quando ogni speranza è passata, e ormai è tardi.

In difesa, siamo allo svacco totale. Non si tiene nessuno, l’area è una pastura e Thompson, che l’anno scorso era tanto importante da farsi cucire addosso un rinnovo da 82 (!) milioni, nella speranza di firmare il nuovo Rodman, non riesce a far valere la sua atipicità, in una squadra che non ha nulla di tipico.

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È la realizzazione dell’utopia della squadra di giocatori. Gestita dal più forte, in cerca di una libertà di gioco che negli altri vede come realizzazione di un ideale di gioco, in realtà non capisce che la libertà altrui è un concetto conquistato con duri allenamenti, tanto da far sembrare quella semplicità, come nel caso dei Warriors, una forma di basket elementare, laddove è invece una rigida applicazione di dettami di gioco.

Qualcosa di simile capita ai Thunder, che però un allenatore ce l’hanno. I giocatori cercano di imitare le squadre che giocano meglio, ma senza capirne l’essenza, e in questo modo escono azioni anche belle, che però non sono espressione di un gioco, ma un qualcosa di posticcio, come un cellulare comprato a poco in Cina, in tutto simile al marchio vero, che scatta però foto sfocate.

È che certi concetti non li puoi sovrapporre ai giocatori, non li puoi incollare con uno scotch potentissimo, quei concetti devono venire da dentro di loro, li devi suscitare, li devi far crescere in modo che non sentano che li hanno imparati, ma che sono parte di loro.

Da questo poi discende tutto: le percentuali di Green, gli assist di Curry, i tiri dalla media di Livingston… Da una rigida applicazione di dettami che, una volta assorbiti, sono un esercizio di libertà e non pedissequo ripetere una lezione imparata a memoria ma non capita.

Love e Irving a questo livello spariscono. Love vuole i suoi tiri e i suoi punti, non è uno da playoffs. Irving forse potrebbe esserlo, ma è visibilmente fuori posto.

boniciolliQuindi occorre ritornare alle radici, che vuol dire un allenatore che scalcia le sedie e manda a quel paese i giocatori. Nell’ultima partita della Fortitudo, Boniciolli ha chiamato minuto e la prima cosa che ha detto ai suoi giocatori è stata: “Siamo degli stronzi”. Dopo non c’è bisogno di spiegare molto. Peterson parlava continuamente di “sputare sangue” e le sue squadre lo facevano, non c’era un giocatore che entrasse in campo senza l’idea che si deve lottare fino alla fine delle proprie forze.

I Cavs entrano in campo convinti che basti il compitino. Paradossalmente, nei minuti finali James Jones ha fatto a Curry quel che per tutta la sera non si è visto: su un taglio di Steph una posizione granitica contro cui Steph ha rimbalzato, facendosi passare la voglia di palleggiare in mezzo a tutti. Jones, un veterano, ha mandato un messaggio chiaro, ancorché barbaro: siamo qui per giocarcela.

Un messaggio forse anche a un allenatore che non ha nulla realmente da dire, che non si arrabbia, un allenatore da giocatori ma troppo appiattito sul suo ruolo.

Ma in una sera del genere non sono usciti messaggi positivi. Nessuna sedia rivoltata in panchina, nessun asciugamano negli spogliatoi. Passività, nemmeno rabbia e gridarsi l’un l’altro. Nell’Anabasi i greci, per ritornare attraverso la Persia, in 10000 contro eserciti 10 volte maggiori, fanno infuocate sedute dove, dopo che tutti hanno parlato, si prende una decisione. La repubblica ideale parla, entrano anche i pareri contrari, non è nelle mani di un uomo e non rimane in silenzio per paura di dire la verità.

Ma forse quella dei Cavs non è tanto una repubblica, bensì una forma di tirannia in cui chi comanda è circondato di troppe voci fintamente amiche, che dicono solo quello che lui vuole sentire, e questo è solo l’inizio dei grandi crolli della storia.

Anche dei predestinati.

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