Father Playoffs – Da Ossie a Steph, l’impossibile diventa possibile

Father Playoffs – Da Ossie a Steph, l’impossibile diventa possibile

Commenta per primo!

http://imgick.masslive.com
Ossie Schectman, il play dei Knicks del ‘46 che segnò il primo canestro della storia della NBA, disse che quello che gli mancava di più del gioco, era che non poteva far passare la palla sotto le gambe, perché la cucitura esterna sui palloni rendeva il rimbalzo irregolare. Lui era arrivato a vedere primi anni 2000, a Tim Hardaway, e chissà cosa avrebbe detto di uno come Steph Curry, l’ultima incarnazione, la frontiera avanzata del play moderno, uno che la palla la fa passare sotto le gambe, dietro la schiena, certe volte contemporaneamente, davanti dietro sotto fino a far venire un esaurimento al difensore. Uno che fa tutto quel che rende un giocatore qualcosa di straordinario e tutto lo fa a modo suo, come se fosse non una tecnica inculcata da fuori, bensì un fluido, un’essenza che emana da lui, che gli hanno tirato fuori come se fosse già in lui intera all’inizio. Prendete il tiro. Quello di Steph Curry non è un tiro, nel senso in cui tutti lo intendono: posizione del gomito, del palmo, la frustata. Infatti, non piace a certi puristi del gioco. Infatti quello di Curry non è un tiro, è un’estensione di sé stesso. Come certi organismi unicellulari, che si muovono lanciando parti di sé e poi le inglobano di nuovo, la palla esce non solo dalla mano, ma da tutto l’insieme del giocatore. È Curry che è così: un globo di basket che si muove per il campo, una scossa, una stella collassata che manda messaggi di sé. Sarà per questo che, mentre gioca, mostra una gioia e una facilità che non sai come giudicare. L’idea di “facile” e “difficile” non esiste per lui, così come l’idea di assist, che viene tradotta in pratica tracciando linee invisibili sul terreno, trovando il non immaginabile, recapitando la palla in mano a qualcuno che pensava di essere lì per caso, non per un’occulta volontà di segnare un canestro a cui nessuno credeva. Curry non è uno che si impossessa delle cose, non è arrivato ai Warriors per imporre il suo basket. Hanno faticato negli anni a tirargli fuori questo talento, nel senso non solo della genialità del gioco, ma del sapersi assumere la responsabilità di guida di una squadra. Sono sei anni che gioca nell’NBA, Steph, 6 anni, e ti chiedi dove fosse prima di un paio di anni fa. Ha sempre giocato bene. Quel suo viso pulito, gli occhi azzurri da diavoletto, la faccia da angelo perfido, ce lo hanno fatto piacere, ma in fondo trascurare. Uno buono, maledettamente buono, ma non così buono. D’altronde anche Mirza Delibasic ci mise il suo tempo a imporsi, passando per stagioni perdenti fino a raggiungere l’alloro europeo col Bosna, il Real Madrid e mondiale con la Jugo. Tanjevic andò a pescarlo in un campetto di Sarajevo, al fondo di una carriera che si credeva finita. Almeno, una carriera lasciata lì, a metà, con tanto talento, ma non abbastanza volontà da tirarlo fuori. Boscia, ex giocatore di non gran livello ma cervello fino, gli diede le chiavi del Bosna di Sarajevo e si sedette a guardare come lui e Dalipagic smontavano le difese, prima nazionali e poi oltre confine. Era un basket diverso, ma il talento era simile. Mirza esibiva una facilità a giocare, un suo fare cose impossibili di ball handling, passaggio e tiro che lo rendevano unico. I duelli con Moka Slavnic e Dragan Kicanovic entrarono nella storia, così come il loro dominio europeo e mondiale, con la nazionale, fino all’inizio degli anni ‘80.
https://exyukosarka.files.wordpress.com
Delibasic aveva la stessa facilità di Curry, era anche lui un globo di basket che viaggiava per il campo, uno che tirava da Dio, passava ancora meglio e dava grattacapi folli ai suoi avversari. In lui si concentrava tutta la via slava al basket: quella superiorità esibita ma non imposta, la voglia di vincere mascherata da una leggerezza, da quel modo di sbeffeggiare gli avversari, quando era in vantaggio, che rappresentava la perversione di dimostrarti la sua stima. Di Mirza si ricordano tante cose. Per molti il passaggio dietro la schiena nella finale di coppa campioni per il Real a Dalipagic contiene tutto il suo genio, esibito sul palcoscenico più alto. Per altri, il canestro in faccia a Belov alla prima azione d’attacco nella finale dei mondiali del ‘78 a Manila, nei supplementari, in mezzo all’area, è il gestaccio arrogante di chi sapeva di avere quel diritto a farlo, in faccia a tutti i preconcetti di dove potesse andare un playmaker in campo. Di Mirza, Steph non ha l’amore per la bottiglia, per fortuna, e quella vita sregolata, artistica, fuori dal campo, che lo hanno reso un personaggio mitico fino a mangiargli il futuro con un colpo apoplettico, che lo lasciò per vent’anni con una camminata zoppa e una beffarda smorfia sulla bocca. Steph ha ancora tutto davanti, e in questo, in fondo, lo amiamo. In quel suo essere lo spiritello del basket, un Ariel allegro che fischietta avanti e indietro per il campo, imprendibile. E’ anche un giocatore che guarda il suo allenatore cercando conferme al suo gioco, sapendo sì di poter bastare a se stesso, ma di funzionare ancora meglio in una squadra di talento, accesa dal suo fuoco stellare. In questo non è come LeBron, non è come Wilt, ma come un personaggio che è destinato ad accendere le grandi squadre, a essere il giocatore che marchia un’epoca e un’idea di basket, mostrandoci, in modo inconsapevole, cosa sia possibile fare con la palla, cosa sarà possibile domani, a tutti, o quasi. Il piccolo Ossie Schectman, col suo palleggio in quei Knicks del ‘46, non poteva nemmeno immaginare a cosa sarebbe arrivato il basket, il “suo” basket. Forse ci sarebbe riuscito guardando i Globetrotters, e il loro laboratorio del futuro mascherato da circo. Non poteva pensare che il basket avrebbe dato vita ai Delibasic, ai Curry, a Baron Davis, per dirne un altro; si sarebbe trovato a disagio, come nella scena di un film di fantascienza in cui tutto l’impossibile diventa possibile e quello che veniva bollato come sbagliato, “freak”, strano, è mainstream, mantenendo il gioco in uno stato di giovinezza eterna, da cui invece, prima o poi, tutti noi Ossie Schechtman del mondo, dobbiamo uscire.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy