Father Playoffs – Dieci scomode verità

Father Playoffs – Dieci scomode verità

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1. Le “tre I”: i Cleveland Cavaliers si basano sulle tre I di Intensità, Intensità, Intensità. Non importa quanti errori faccia un giocatore, né se non è al livello tecnico di stare in una finale. L’unica cosa che conta è con quanta intensità gioca. E’ una questione di pura grinta, di non lasciar andare mai un pallone, di lottare in modo spasmodico, magari non troppo efficiente e con percentuali misere, ma stare davanti a ogni azione, sempre. 2. Allenatori: David Blatt non è un uomo da darsi per vinto. Anche se ha allenato grandi squadre, è partito raramente da favorito. Nonostante le numerose stagioni e vittorie in Eurolega, il suo capolavoro è il trionfo all’Europeo con la Russia domenica 16 settembre 2007, quando, in uno dei maggiori upset combinati della storia, vinse a Madrid in finale sulla Spagna, mentre la nazionale spagnola vinse sui russi un’ancora più inattesa finale europea di pallavolo a Mosca. Nei time-out Blatt è più deciso, la sua personalità sta emergendo in questi play-off e si vede soprattutto negli outsider. Kerr, invece, nei time-out sembra ancora un professore di filosofia, preoccupato di non instillare tensione. Forse gli farebbe bene un po’ di spirito petersoniano: “sputare sangue”.
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3. Stephen Curry: non sono i tiri sbagliati. E’ il linguaggio del corpo, ovvero il supremo scazzo, con cui ha preso palla nel tiro decisivo all’overtime di gara-2. Sono messaggi che uno come lui non può mandare, deve capire che occorre intensità, sguardo di fuoco e cominciare a cazziare Bogut quando si fa mangiare in testa da Mozgov, Green quando perde un altro rimbalzo da Thompson (T) e Thompson (K) quando attacca timoroso. 4. New York Knicks. Ci sono molti Knicks in queste finali, sintomo che non tutte le mosse erano sbagliate al tempo, ma che la politica di base era sbagliata e che Carmelo non è un leader. JR magari fa errori, è vero, ma sono sempre di troppo impegno, non di scazzo o puerili. Shumpert sbaglia forse 8 tiri da tre, ma poi mette quello in overtime: sono cose che contano.
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5. Timofey Mozgov: il povero Timo ce la mette tutta ed è proprio un bel giocatore. Lo è umanamente e anche tecnicamente: bel gancione, discreto tiro libero, non faranno un Hack-a-Timo, ma soprattutto rende tremendamente difficile stare là sotto. Sposta gli avversari perchè è talmente grosso che gli basta muoversi, non deve nemmeno spingere, prende rimbalzi e un suo blocco è come doppiare il capo di Buona Speranza. 6. Gioia: non se ne parla molto, ma LeBron è come se si fosse preso a cuore questi giocatori. Non siamo sentimentali, certo, ma c’è una vibrazione positiva in quella squadra, per cui nessuno si lamenta se uno, che ha sbagliato un tiro, risbaglia, se era logico. LeBron guida e motiva, le prende e le dà e non si lamenta mai se uno ce la mette tutta. Come in tutte le organizzazioni umane è la testa a guidare, e l’intelligenza di Blatt, la conoscenza del suo ruolo, fa in modo che rendano entrambi al massimo. Il pick and roll Dellavedova-Mozgov è commovente, ma anche tremendamente efficace se i due ci credono, e la difesa non riesce a difenderlo.
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7. Angoscia: I Warriors sono più forti, inutile negarlo. Ma certe volte è come se fossero offesi a dover affrontare uno che non si arrende. Non capiscono che è la Finale NBA, non si può aspettare tanto. Kerr e Curry, un gioco di parole, stanno perdendo un duello di leadership contro Blatt e James. Ormai gli schemi li sanno tutti, le caratteristiche dei giocatori pure, devono capire che è questione di quanto si vuole la vittoria. Nessuno aggiudicherà loro il titolo a tavolino, sono loro che dovranno prenderselo, e fino a quando non lo faranno, fino a quando non avranno occhi cattivi e capiranno che si vince volendo vincere, non aspettando che la vittoria venga da te, resteranno indietro. 8. Uomini: LeBron si è circondato di “suoi” uomini: Mike Miller, James Jones in primis, e Dellavedova, Thompson, Mozgov lo sono diventati. Strano tipo di stella LBJ: si prende tanti tiri, spreca, ma crede nella lealtà e nel lavoro di squadra. Si diverte a stare in questo gruppo e non gli dispiace di non avere Kevin Love, che aspettava troppo tempo la palla senza dimostrare di voler davvero fare qualcosa. Gli spiace di più di non avere Irving, ma non è uno da spaventarsi. Piuttosto, della sua ira funesta devono preoccuparsi i Warriors.
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9. Rotazioni: tema lungamente dibattuto. Ovvio che far giocare minuti a più gente riposa i titolari, ma abbassa il potenziale medio. Ovvio, anche, che sei in finale e non ce ne sono molti che ci possano stare. Non solo tecnicamente  ma anche umanamente, di cuore, di voglia. Alcuni rendono meglio quando manca l’ossigeno, oltre il quarantesimo minuto tirano fuori risorse impensate. Per questo credo che sarebbe il caso di far stare Curry dentro nei suoi momenti difficili, non tirarlo fuori per Barbosa o Livingston. La squadra è in finale per lui e lui deve tirarla fuori dalle secche. Se Kerr lo tira fuori in un momento difficile gli fa perdere ritmo così come Thompson. Lo sport è sì di squadra, ma vinci se i migliori danno il meglio. Bisogna costringere i migliori a tirare fuori dalle vene il sangue acido che ci vuole per vincere. Ovvero: più Dan Peterson, meno teoria comportamentale.. 10. Passaggio generazionale: piccolo inciso personale. Mio figlio, 9 anni, tifa per Curry perchè ci si riconosce, lo imita nel palleggio e nel passaggio. Io tifo per Lebron… All’improvviso sento che il tempo è passato…

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