Father Playoffs: Fly like a butterfly, sting like a bee – La lezione di Mohammed Ali, il basket come un ring pieno di pugili

“La boxe è un sacco di bianchi che stanno a guardare due neri che si riempiono di botte.” (Muhammad Ali)

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Tyronn Lue è simpatico. Oddio, agli europei non tanto dato che è riuscito a installarsi sul seggio di allenatore dei Cavs sfrattando uno degli allenatori preferiti nel Vecchio Continente. Tuttavia non può non fare tenerezza quando guarda il campo con quell’espressione tipo: “Adesso capisco cosa succede, adesso capisco cosa succede”, in attesa che LBJ gli dica cosa fare.

I Cavs hanno attraversato i Playoff a Est tranquilli come una schiacciasassi. Hanno sofferto il giusto a Toronto e ora si trovano a fronteggiare dei Warriors, che arrivano da una tremenda serie alle sette partite contro OKC, e da due turni precedenti in cui a vario titolo hanno sofferto dei piccoli o medi infortuni, dovendo superare problemi che i Cavs nemmeno si sono sognati.

Il che ci pone di fronte a due strade: o i Warriors dovrebbero essere appesantiti e i Cavs riposati, o i Cavs non sono allenati ai confronti duri e questo lo subiranno.

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Gara-1, illusoria e mistificante come tutte le gare-1, ci ha consegnato dei Warriors leggeri come piume che hanno tramortito dei Cavs pesanti, goffi, imbolsiti. I giocatori di Cleveland sembrano più preoccupati di dare la palla a LeBron quando vuole lui, che a costruire un’azione d’attacco. In un momento del secondo quarto Kevin Love, che su un raddoppio aveva servito LeBron oltre la scadenza dei 24”, ha guardato LBJ come a dire: “Beh, te l’ho data, no?”, mentre James tornava indietro scuotendo la testa.

E dato che i Cavs si sono precipitati a coprire la linea del tiro da tre, ecco Golden State tramortire Cleveland con una serie di tiri dalla media distanza, prendendosi gli spazi lasciati dagli avversari.

I Golden State Warriors ci stanno fornendo la versione cestistica di Muhammad Ali, forse il più grande pugile di tutti i tempi. Morto due giorni fa, Ali è stato il più grande peso massimo di sempre e un personaggio controverso, impegnato politicamente e uno dei primi a convertirsi all’islam. Ma, soprattutto, un grandissimo pugile, noto perché continuava a colpire anche indietreggiando.

La sua straordinaria tecnica pugilistica, unita a un’agilità eccezionale, gli permetteva di spostarsi sul ring inseguito dai pugni lenti e dalle gambe granitiche di Sonny Liston, Floyd Patterson, Joe Frazier e Leon Spinks. Occupando gli angoli del ring costringeva avversari abituati a tenerne il centro a inseguirlo fino a stancarsi e a perdere concentrazione.

Così avvenne con Foreman nel famoso match di Kinshasa, dove, dopo aver subito per 6 round tremendi, Ali si riprese al settimo con un destro d’incrocio che stordì Foreman e in seguito lo finì con una gragnuola di colpi che lo mandò KO.

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I Warriors stanno facendo la stessa cosa con i Cavs. Cleveland è una squadra pesante, mediamente più lenta dei Warriors. In termini di velocità pura, Irving e Smith possono stare al livello delle guardie avversarie, James è veloce ma manca dello scatto nel breve di Barnes e Iguodala, mentre Love è nettamente più lento di Green e Thompson forse si può salvare contro Bogut. Delly, in panchina, non può tenere Livingston e Barbosa sulla velocità, e così via.

Vola come una farfalla, diceva Ali sul ring mentre si allenava. E farfallescamente i Warriors volano occupando gli spazi, e se si trovano il tiro da tre impedito, ecco un Livingston che attacca dentro l’area e si porta delle guardie più basse vicino a canestro o in post basso, per il suo affidabilissimo jumper dai 4 metri. Pungi come un’ape, vale a dire colpisci il gigante lento e bolso con la fastidiosa puntura dell’ape, che ha l’abilità di non farsi vedere dal più grande che cerca di schiaffeggiarla ma, alla fine, colpisce sé stesso.

Ma anche Ali soffrì le sue sconfitte. La più importante avvenne contro Joe Frazier. Ali e Frazier combatterono tre volte negli anni ’70 con due vittorie di Ali dopo l’iniziale sconfitta. Frazier era un incassatore tremendo, continuava a colpire anche quando il suo avversario lo copriva di pugni, e non andava mai al tappeto.

Se qualcosa si può imparare dalla vittoria di Frazier, al Madison nel ’71, è proprio questo non indietreggiare mai, continuare il proprio piano partita con rabbia e prendere un vantaggio, anche piccolo, da mantenere per tutta la gara.

Negli altri due match, al Madison nel ’74 e a Manila nel ’78, le sconfitte di Frazier arrivarono dopo furiosi corpo a corpo che lasciarono i pugili tramortiti per giorni. Frazier non si arrese mai e fu il suo manager che non lo fece rialzare al quindicesimo round a Manila dicendogli: “Non ti rimando laggiù a farti ammazzare”.

Quindi a LeBron e ai Cavs non resta che continuare a camminare, andare avanti senza mai fermarsi. Intorno l’alveare Warriors cercherà di fermarli come sa fare: con la velocità, il tiro, allargando i confini, e LeBron dovrà prendersi il centro del ring senza temere, perché quella è la sua natura. Dovrà anche rallentare, perché quel ritmo non lo tiene, e attaccare JR al muro per spiegargli che è in finale e non vuole la replica dell’anno scorso.

Il che è un paradosso, perché se c’è un Ali oggi quello è proprio LeBron. Ambasciatore dell’afroamericanità, LeBron è come Ali il dominatore della sua categoria, l’espressione di un modo di essere che il Curry dagli occhi azzurri, piccolo principe calato dall’alto, non è in grado di rappresentare e forse nemmeno vuole. Come Ali, LeBron è fuori dimensione: grande, alto, muscoloso, e al tempo stesso agile e leggero. Una combinazione che su un campo da basket, con quella tecnica, non si era mai vista.

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E se Curry somiglia a qualche pugile quello è sicuramente Sugar Ray Leonard, il folletto che a partire dalla fine degli anni ’70 fu la maledizione di almeno cinque categorie pugilistiche, facendo impazzire gli avversari che cercavano il KO, come Duran e Hagler, ma non riuscivano nemmeno a sfiorarlo. Ecco, Curry è un Leonard moderno, un pugile inserito nella società che non fu mai, come Ali, l’ambasciatore di un’afroamericanità che cercasse il riscatto sociale anche per gli altri.

Per alcuni un grandissimo tecnico, per altri un insopportabile fighetto, Leonard seppe ribaltare le leggi del pugilato cedendo soltanto una volta alla retorica del “pugno pesante”, in quel primo match con Roberto “Mano di pietra” Duran, il grande pugile panamense, con cui cercò un match basato sulla forza, e perse. La rivincita, sei mesi dopo, vide un Leonard più che mai deciso a boxare come voleva lui, girando intorno all’avversario e colpendolo come fa un insetto. Tanto che alla decima ripresa, stufo di non riuscire a colpire l’avversario, Duran si volse verso il suo angolo dicendo un: “No mas”, basta, che fece la storia del pugilato.

In sé, quella tra Warriors e Cavs è l’ennesima lotta tra yin e yang, vuoto e pieno, fuoco e acqua, terra e aria. Una lotta che non avrà mai fine perché gli opposti si combattono ma hanno bisogno dell’altro per restare in equilibrio. In gara-1 ha vinto la leggerezza dei Warriors contro la pesantezza dei Cavs, in gara-2 i Cavs avranno recuperato un briciolo di ritmo partita e avranno analizzato l’analizzabile.

Ma la vera analisi che dovranno fare è dentro di loro. Seduti al loro angolo tra un round e l’altro devono trovare dentro di loro le forse per rialzarsi e finalmente essere una squadra, non una semplice appendice di LeBron. Un altro allenatore aiuterebbe, un altro posto aiuterebbe, un altro mondo aiuterebbe, ma loro sono qui, adesso, in questo momento e, tranne che buttare l’asciugamano, non ci sono altre strade che non fare quello scomodo corridoio della Oracle Arena e scendere in campo.

Fuori i secondi.

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