Father Playoffs – Gara 5, quasi una finale

Father Playoffs – Gara 5, quasi una finale

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Sei stanco, LeBron? Ne hai abbastanza? Sei pronto a caricarti di nuovo la squadra sulle spalle? A giocare tu contro tutti? Sai cosa devi fare, vero? La gente non capisce, non sa. Dicono che giochi sempre tu, che sbagli venti tiri, che sei un “fossato di spreco” del basket. Dicono di tutto ma non capiscono. Prendono in giro Blatt perché l’altra sera hai detto che non ti andava lo schema sul tiro decisivo. Ma tu, cosa dovresti fare? Lo sapevi che quello schema non andava bene, non era quello che serviva alla squadra. L’unico schema fattibile eri tu che prendevi palla e tiravi, mentre Jimmy Butler pensava che sarebbe stato forse il sesto o settimo errore di fila. Povero Jimmy, non ha ancora capito che la gente come te, nel momento decisivo, è come se si ricompattasse. Il mirino ridiventa nitido, il canestro ritorna visibile. I frammenti in cui ti hanno spezzato con una difesa durissima si sono rimessi a posto e la mano ha guidato la palla dentro, matematico. Se tu lo sapessi, LeBron, cosa disse Danilovic in quel time-out prima del tiro da quattro punti nella finale in Italia, anni fa… Si capì solo “date a me quella cazzo di palla”… perché la gente come voi in quel momento vuole la palla, la esige, e non c’è bisogno di scervellarsi su come farla arrivare, sei tu che te la prendi. E pensare che Jimmy è uno dei candidati a ricoprire un ruolo simile nei Bulls… Ora, prima della finale in piccolo, la quinta partita di un 2-2, sei nello spogliatoio. Ad altri peserebbe, questa responsabilità. Tu non sapresti come fare senza. È da quando eri un ragazzino troppo cresciuto alle medie che ti danno questo ruolo. Per questo, forse, hai saltato l’università: non potevi rinchiuderti in un labirinto di regole, fare il basket di gente atleticamente limitata, allenatori bianchi con l’idea di gioco di un’ora di ginnastica. Il tuo corpo, la tua mente, erano già roba da NBA, da professionisti. Non hai dovuto crescere in fretta, sei cresciuto con i tuoi tempi, e i tuoi tempi non sono quelli degli altri.
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Come Wilt, in te c’è lo spirito di Wilt. Entrambi siete dei prodigi fisici. Entrambi avete tecnica. Entrambi siete così forti che non avete una squadra all’altezza. Anche Wilt ci mise anni a vincere il suo titolo, e ne vinse due in carriera. Non credo che ci pensi, queste sono cose nostre, da gente che vede il basket come un gioco in 4 dimensioni, di cui una, il tempo, quella che dà profondità e senso a tutti gli eventi. Come Wilt, alla fine, incompreso. La squadra te l’hanno smembrata gli infortuni. Per fortuna quel bestione di Mozgov non riescono a spostarlo, Dellavedova lotta come un pazzo e JR, al netto della follia, nei momenti caldi si fa sentire. Un buon gruppo. Non grandi giocatori, ma se sono al tuo servizio forse ce la potete fare. Sarà che dall’altra parte ci sono i Bulls, e le loro fragilità le vedi appena entrano in campo. Se il basket fosse una scienza esatta, ti avrebbero già maciullato. Derrick è un bravo ragazzo e un grande giocatore, ma non ha mai avuto quello spirito guerriero che accende la gente. Jimmy arriva da una storia così nera che forse non ne è mai uscito, anche se pure lui è un gran giocatore. Noah, quel bastardo, ti insulta e ti mena ogni volta che entri in area e Pau, beh, Pau non c’è stasera, un problema in meno.
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Certo, non guardi mai gli altri. Tu sei il limite, a te stesso pensi. Coach Blatt ti parla prima della partita, condivide con te un piano ma sa che, in una squadra in cui c’è LeBron, LeBron è l’interlocutore. E non dipende da Blatt. La bravura di un coach sta anche nel sapere che la sua fortuna passa per il suo giocatore migliore. Spoelstra a Miami faceva lo stesso. Altri grandi allenatori non hanno paura di far parlare il loro giocatore più importante. Se preso nel modo giusto, aiuta la squadra. Bisogna non prendersela, non illudersi che la gente venga a vedere il tuo schema geniale, la gente viene a vedere LeBron, e anche se si lamenta perché sbaglia i tiri, è lui che vogliono veder lottare. Il tunnel. Le luci. La gente che grida. Quell’odore di corpi ammassati, di birra e patatine, l’aria condizionata che scende sul campo come una nebbia sottile. Derrick, Jimmy, Joakim, gli altri di là ti guardano. Tu non hai paura di questo, non tentenni. Puoi sbagliare, ma nell’errore ti ci butti come in una vasca di acqua gelata. Basta fare un punto in più di loro. E dopo, sarà solo un’altra partita. nextimpulsesports.com Coach Rivers può essere contento. I Clips sono sul 3-1 e se riescono si possono prendere un paio di partite di riposo rispetto ai Warriors, o ai Grizzlies, che come minimo ne giocheranno 6. La sua squadra ha demolito gli avversari in gara 3 e 4 con il gioco che piace a lui. Perfino con suo figlio che gioca bene. Chissà perché proprio Austin. Nel mondo NBA non si parla di nepotismo, ma dopo averlo visto in campo al posto di Paul, può esserne orgoglioso. Non che gli piaccia stare seduto in attesa della prossima partita. Pensa, guarda i replay, si chiede cosa metterà in campo McHale per batterlo, per risalire davvero dagli inferi in cui la sua squadra è finita. Perché Kevin lo sa, che è così. Non si prendono due volte di fila trenta punti se non c’è una differenza abissale. I Clippers hanno perfino vinto una gara senza Paul, non è poco. Cosa mettere in campo? In quanto a ego, i Rockets stracciano i Clippers. Harden da solo ne vale tre. Poi c’è Howard. Guai a dirgli che ormai non regge più fisicamente uno come DeAndre Jordan. Terry ha anche lui la sua età e Ariza e Jones, come 3 e 4, non reggono il confronto con i pari degli avversari. In panca, Smith lo usa eccome, poi c’è poco di altro. La formula? Quale può essere la formula? Ci si mettono di buzzo buono con gli assistenti, ma non si trova davvero il modo di far crollare quel fortino. Griffin… Chi si aspettava un Griffin così? E fare falli su Jordan? Quanti ne fai? 20? Sono tre giocatori fuori dal campo. Gli verrebbe voglia di buttare la lavagnetta. Ma sa che deve studiare questo maledetto campo, trovare il modo di fermare i Clippers. Sono tre partite da vincere, una in fila all’altra. Hai un bel parlare d’intensità quando gli altri ti sovrastano. Non ci sono molte tattiche contro una squadra tecnicamente e fisicamente più forte di te. Lotti, sì, ma non devi farli segnare e se il tuo miglior giocatore è anche un buon colabrodo in difesa…
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Fa tenerezza Kevin. Non la faceva quando giocava, ma non importa. Questo è un duello tra vecchie pellacce della lega, due giocatori che conoscono ogni anfratto della vita dei playoff. Il duello sembra ormai finito e in dirittura d’arrivo per uno dei due, ma non si sa mai cosa Kevin possa suscitare, trovare, immaginare, da mettere in campo. Ci scenderebbe lui, se fosse possibile. Ma non lo è. Questo è l’aspetto più difficile di allenare dopo aver giocato ad alto livello: trascendere da quello che avrebbe fatto Kevin McHale, per entrare nell’ordine di idee di quello che farebbero Howard, Smith, Jones. Cancellare l’ego del giocatore per entrare nella ragnatela di passaggi, nel 2D che un allenatore vede sul campo. È che si sarebbe tentati di dire che non c’è più niente da fare. Quello che poteva dire questa serie forse l’ha detto: che i Rockets sono fragili e i Clippers, dopo la sessione di training autogeno della serie con gli Spurs, hanno messo su spalle larghe. Fragili da Semifinali di Conference, s’intende, che in assoluto vuol dire tra le 8 migliori e tra le 4 della combattutissima Conference a Ovest. Ma le tante vittorie di Regular Season non si traducono ugualmente in vittorie di playoff, quando conta, quando il livello sale. Perché qui la combinazione tra squadra e stella diventa un qualcosa di insondabile, perché l’unica stella che può farcela da solo, o quasi, è LeBron, e nemmeno in finale. Allora, forse, conviene affondare con tutta la truppa e portare all’estremo la tattica, conviene dare in pieno il controllo al Barba e concentrare gli altri sulla difesa. Non c’è domani dopo questa partita, lo sa Kevin, tanto vale giocarsela come deve giocare la squadra, nelle mani di Harden, dei suoi tiri senza un perché, delle sue penetrazione che, non si sa come, entrano, a sparigliare le carte, a cambiare la geometria a due dimensioni nell’universo caotico di una particella impazzita. E poco importa se uno che si credeva Superman sbuffa, c’è da provare il tutto per tutto per tre volte, e una simile traversata qualcuno l’ha già fatta; se riuscissero solo una volta, allora potrebbero guardare a domani, tentare ancora una vittoria, ma solo se tutti vanno nella stessa direzione, solo se l’ego dominante è uno solo e tutti gli altri accettano di essere parte di un branco…

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