Father Playoffs – Gara 6 finals: I Big Three mancati e una vera squadra di Jerry West

Father Playoffs – Gara 6 finals: I Big Three mancati e una vera squadra di Jerry West

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Domani mattina potremmo risvegliarci con un campione NBA 2015 o con la prospettiva di una settima partita a Oakland. Le probabilità sono tutte a favore del nuovo campione, ovvio, ma un lumicino di speranza per una gara sette si può sempre lasciare. I Cavs hanno salvato l’onore. Giocando senza due dei loro big three sono arrivati in finale, hanno vinto due partite e le altre le hanno lasciate per una manciata di punti. I loro giocatori con meno talento hanno scavato fino in fondo al pozzo delle loro possibilità, per tirarne fuori una vena d’acqua di talento, ma ormai anche quella si è essiccata. È un po’ come comprare un rolex originale e uno taroccato: da fuori sono sempre uguali, ma il meccanismo taroccato dopo un mese smette di funzionare. Dellavedova è un buon panchinaro, ma uno che deve fare i giochi decisivi in una finale NBA è un’altra cosa. Magari questa sera mi smentisce, e i mondiali di grinta li ha vinti di diverse incollature, ma ciò non toglie che quello che deve fare un vero grande play sia un’altra cosa. I Warriors invece, hanno profondità, varietà, un mix di talento ed esperienza in cui David Lee e Andre Iguodala sono stati fondamentali per ribaltare una serie più difficile del previsto. Nel 2014 e nel 2015 il titolo NBA è andato a squadre costruite in una maniera definibile come “vecchia”: squadre complete, con grandi nomi “annegati” nel talento. Non che i Miami Heat o i Celtics, o i Lakers fossero costruite male, ma le individualità preminenti erano talmente forti rispetto alla media di squadra, che l’architrave era completamente poggiata su di loro. Questi Warriors hanno molto più talento diffuso e sicuramente l’occhio di Jerry West, il mitico giocatore e GM, ha avuto la sua importanza nel mettere insieme questi giocatori. È che la gara 6 è un tunnel che sfocia in una vittoria o nel bivio decisivo di gara-7. Probabilmente non ci arriveremo, il modo in cui i Warriors hanno vinto le ultime due gare toglie speranze ai Cavs. Arrivano al quarto quarto più freschi e con maggiori possibilità: quintetti alti, bassi, tiratori, penetratori, contropiedi. Rimane il rimpianto di non averli visti tirati fino all’ultimo, di non aver visto come reagiscono quando sono sull’orlo del baratro. C’è qualcosa in questa squadra, ancora, di troppo “facile”. In questa serie era come se solo Iguodala e Lee avessero la carica da esprimere, l’esperienza di giocare sottotraccia e di tirare fuori la partita dal fango. Gli altri giochicchiavano, Klay impalpabile per larga parte della serie, i lunghi intimiditi da Thompson e Mozgov, mica Wilt Chamberlain e Shaquille O’Neal, Steph in lotta con se stesso per buttare fuori il suo demone del tiro, che quando si scatena è infallibile. Un avversario più forte avrebbe scavato in queste crepe, le avrebbe allargate a dismisura mettendo dei dubbi nelle fondamenta dei Warriors, ma i Cavs non avevano abbastanza uomini, tutto qui. Potevano bluffare, travestirli da grandi giocatori, ma alla lunga le manchevolezze escono e ti condannano. E con il mancato approdo a gara-7 se ne andranno le speranze di LeBron di diventare MVP. L’unica volta che il premio è andato a un perdente è stato proprio con Jerry West, quello che siede oggi nel board dei Warriors, nel ’69, quando Havlicek, quasi dispiaciuto per l’ennesima sconfitta rifilata a uno che aveva visto in finale più che in qualsiasi altro posto, lo abbracciò dicendogli “ti vogliamo bene, Jerry”. Ma Jerry aveva fatto 40 punti di media, riempito il vuoto del ginocchio di Baylor rotto, fatto il diavolo per sette infinite partite. Qui la superiorità dei Warriors aspettava solo di emergere dall’ intrico di paure e vertigini che solo l’altitudine di una finale conferisce. E sembra proprio che questa sera i Cavs non abbiano speranze. Ma non si sa mai…    

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