Father Playoffs – gara 6: stars and unsung heroes

Father Playoffs – gara 6: stars and unsung heroes

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Allora, ragazzi? Le squadre sembrano degli eserciti ammaccati. Gli allenatori cercano di ravvivare le truppe, quelle rimaste, dando un po’ di grinta, trovando nei muscoli e nelle giunture un ultimo residuo di energia. Pensare che ci siano ancora due serie di sette partite, oltre a questa, è pazzesco, il traguardo è talmente lontano, ancora, che si sarebbe tentati di suggerire un ritorno a serie di 5 partite per il primo turno, almeno. Poi, pensi che quella a cinque tra Spurs e Clippers l’hanno vinta gli Spurs, e capisci che la serie a sette partite è un’altra cosa, uno sport diverso, un misto di crudeltà e triathlon cestistico, un gioco delle illusioni in cui il passaggio del turno, come un miraggio, appare e scompare, ma non si fa mai prendere da nessuno, fino all’ultimo. Era dal 2004 che tutte le serie di Semifinale di Conference non arrivavano alle sei partite. Altri anni, come nel 2006, ce ne furono ben tre alle sette, e forse gli Heat si avvantaggiarono di riposare due partite in più rispetto ai Mavs, che persero proprio sulla distanza. Ora, tutti sono almeno a cinque partite, uno sforzo gigantesco, parliamo di 20 partite combattutissime, in cui anche i grandi vantaggi sono stati acquisiti senza mai davvero fermarsi.
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A Est la situazione infortuni è molto difficile. Tre squadre su quattro soffrono di assenze decisive o presenze in campo fortemente limitate. Giocatori come androidi con appendici plastiche, un basket antropomorfo che sconfina nell’umanoide e in alcuni casi, come LeBron, ha abbondantemente sforato il limite. A Ovest, si pensava che almeno i Warriors avessero vita facile, ma i Grizzlies si sono attaccati alla loro coda e non li hanno ancora lasciati andare, almeno nelle prime tre partite. Lo stesso per i Clips dopo gara 3 e 4, quando i Rockets sembravano ormai eliminati. Ma questi hanno avuto uno scatto d’orgoglio, hanno deciso di somigliare a una squadra e sono riusciti a ribaltare un verdetto che sembrava deciso. Lo stato di queste gare 6 è molto diverso, ogni squadra ci arriva con un tema dominante e un coro di unsung heroes che stanno tenendo su la baracca in aiuto alle stelle del caso. Tirare fuori un grammo di energia può essere decisivo. Ormai ogni pallone, ogni tiro, sono decisivi. Non puoi permetterti di buttare via nulla.
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L’unsung hero combatte se è cosciente che vale la pena farlo per la sua stella. Non tutti sono prescelti, gli altri devono guadagnare il rispetto dei compagni e alcuni lo devono fare controvoglia, facendo violenza a una natura che li porterebbe a restare nell’ombra. In quei casi, deve essere una voce dentro di loro che li porta a fare quel salto, a cambiare, diventare quello che il potenziale fisico e tecnico suggeriscono. Ma è un passo non facile, che avviene all’improvviso, senza indizi. È che ogni partita ti fiacca fisicamente ma ti rinforza mentalmente. Ti fa crescere, fa mettere su muscoli all’anima e alla mente. Arrivare a giocarsi una gara 6, una gara 7, è un viaggio interiore verso ostacoli che non avrai più nella vita, trascende l’aspetto tecnico per sconfinare nell’esercizio di training autogeno, in cui l’avversario si sfigura in un riflesso malfatto della tua persona. Sarebbe interessante stare nelle stanze in cui gli staff decidono la strategia. Si riguardano i video mille volte per trovare un varco in difesa, cambiare un gioco in attacco, distribuire le pedine sul campo in un modo impossibile da contrastare, come se ci fosse davvero un angolo non esplorato, un’idea non applicata tre volte in modi diversi. Ci si chiede se in fondo alla panca non ci sia qualcuno che può dare il cambio ai titolari, garantire tre minuti ormai vitali per arrivare a fine partita. E in tutto questo, l’intensità non deve calare, occorre reggere, non farsi asfaltare, perché un grammo di forza in meno può causare l’affondamento, e per alcuni non c’è ritorno a galla, dopo gara 6. Cleveland Cavs @ Chicago Bulls
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Cleveland Cavaliers: Ogni volta che si pensa che LeBron abbia raggiunto il suo limite, il suo gioco cambia un po’. Tira male da lontano, e meno male, vien da dire, tirasse come Korver dall’arco allora potremmo far giocare i Cavs in tre. Ma in questa serie si sta sottoponendo ad un tour de force incredibile. Irving quasi non cammina, Love fuori, e lui non sembra preoccuparsene. Mozgov, l’unsung hero dei Cavs, sta tenendo in piedi la difesa come un All Star. Non entrano nelle statistiche, ma i tiri che i Bulls devono alzare per passare sopra le sue mani tese, le spinte inutili per tagliarlo fuori, i blocchi granitici, sono decisivi in queste partite. Tira i liberi decentemente e non butta via i palloni. Dellavedova fa tutto quello che è possibile in un uomo per essere utile e questo a LeBron e a Blatt piace. Smith e Shumpert, col russo, non potevano andare bene a Knicks che non facevano i play-off, ma funzionano in semifinale di conference. Non sarà che la trade di Carmelo manderà echi in giro per l’NBA per anni ancora? Stasera sono ancora i favoriti.
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Chicago Bulls: a Cleveland doveva andare meglio. Con Irving a un terzo e Love fuori, i Cavs avrebbero dovuto ammainare le vele. Invece, al di là di LeBron, tengono testa. Noah sembra il fratello minore di Mozgov e né Gibson né Mirotic sono riusciti a essere un vero pericolo in attacco. Si avvicinano al canestro solo quando Mozgov è fuori, e Rose e Butler non riescono a scavare il divario con gli avversari. Non è solo colpa di Cleveland. Forse abbiamo sopravvalutato Noah, forse Mirotic non riesce ad adattarsi alla durezza di queste partite. E in sé a questa squadra manca una guida in campo, qualcuno che prenda la gente per il bavero e la scuota. Forse, ma solo forse, il cordone ombelicale con coach Thib gli impedisce di uscire allo scoperto, forse servirebbero giochi in attacco più fantasiosi. O forse, ancora, la determinazione di LeBron è davvero un frullatore che sta portando via tutto, e in una squadra che sente di essere ben guidata da lui, che si sacrifica e agisce come uno, questo basta per tenere a bada una promessa eterna, i Bulls, che, nonostante gli anni, non riesce a essere più di un adolescente insoddisfatto. Atlanta Hawks @ Washington Wizards
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Atlanta Hawks: Horford ha vinto gara-5 con un impeto LeBroniano. Si è gettato a rimbalzo in attacco e ha appoggiato a canestro sicuro di sé. Forse Horford e Teague hanno cominciato a capire dove si trovano. Forse hanno cominciato a capire cosa significa vincere non solo una partita di play-off, ma una combattutissima serie. Non basta essere carini, né dei buoni giocatori. Se apro la porta di sicuro trovo qualcuno che può giocare, ma qui, no, qui occorre qualcuno di vero, che non abbia paura del tiro decisivo, che vada avanti a sportellate sapendo che laggiù lo aspetta il premio finale. Ma occorre fare partita dopo partita. Gli Hawks sono, tutti insieme, una squadra di unsung heroes e, se questo piace al cestista che guarda schemi e percentuali, non basta per vincere. Occorre che si trovino un capo e che questo possa cazziarli selvaggiamente. È una cosa che non si impara facilmente. È come imparare a gridare e arrabbiarsi. Far uscire la voce in un primal scream senza che questo ti faccia barcollare. Se Horford ci riuscirà, sobbarcandosi anche il peso personale di reggere la pressione, allora gli Hawks potrebbero avere strada fino alla finale. hoopdistrict.com Washington Wizards: Wall è tornato in versione six million dollar man, ma non è bastato. Ma la dice lunga sulla sua voglia di vincere. Paradossalmente, nella sua sera, la squadra ha sottoperformato, ma in gara-6, tutto è ancora in gioco. Se Porter tornerà quello del primo turno e delle prime partite, se Gortat, l’unsug hero dei Wizards, reggerà sotto canestro, se Pierce sarà Pierce e Beal sarà Beal, insomma, se i Wizards riusciranno a fare il gradino di crescita più velocemente degli Hawks, allora avranno una possibilità. Ma è ben difficile, perché gli avversari sembrano aver preso le misure. Wittman ha limitato l’utilizzo della panchina, le partite chiave si giocano solo con i migliori. Certo, gara-5 è finita punto a punto e gli Hawks avevano sbagliato il tiro decisivo, ma gli dei del basket hanno agito da par loro per dare gloria agli Hawks. La cosa che fa più pensare è il rimbalzo decisivo in attacco di Horford, come vedere un airone che inizia a volare… Houston Rockets @ Los Angeles Clippers
nba.com
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Los Angeles Clippers: si è persa una gara 5 che si doveva vincere. Ma si è persa nettamente, indice più di un rilassamento della squadra che di una vera e propria superiorità conquistata sul campo. Gara 6 vedrà dei Clips pronti e con il coltello tra i denti. Se tutto funziona, come non ha fatto in gara-5, i Clippers sono favoriti. Quest’anno una sorte strana li segue. Perfino Paul non è ancora del tutto infortunato, e questo la dice lunga. I Clips sono una squadra Riversiana, in cui le gerarchie sono fissate dal coach. Neanche bisogno di dire chi sia l’unsung hero dei Clips: Austin Rivers ha fatto alcune partite pazzesche, dimostrando che, temporaneamente, è in grado di sopperire alle assenze dei titolari. La sua forza è la coesione che sta dimostrando, la capacità di non disunirsi e la settima partita con gli Spurs ha rinforzato mentalmente i Clippers, facendogli acquisire una nuova dimensione, uccidendo, metaforicamente, il demone interiore che li teneva sotto il tallone degli speroni di San Antonio. Houston Rockets: forse non ci credono neanche loro di aver vinto, di aver ancora una possibilità. Questa brigata scombiccherata, in cui Papanikolau appassisce tristemente in panca, è costruita a uso e consumo di James Harden. Basta saperlo, alla fin fine, non illudersi di fare un basket trascendentale ma mettere al servizio del Barba il gruppo più coeso possibile, che sappia come dal suo carattere principale dipenda il successo o l’insuccesso della stagione. Starà al Barba guadagnarsi questo status non solo con l’egoismo dello scorer ma anche con l’indubbia capacità di passatore. Gara 6 non sembra dargli speranza, ma se si rimanesse attaccati fino all’ultimo, chi sa mai? Golden State Warriors @ Memphis Grizzlies slamonline.com Golden State Warriors: I Warriors sono usciti a giocare, parafrasando il finale dei Guerrieri della Notte. E si è visto. Hanno giocato due partite come si dovevano giocare, Curry ha domato il fantasma di Conley, (che gli facesse paura la maschera?), e l’assenza di Allen nell’ultima partita ha aiutato Thompson. Ora in gara 6 i Warriors possono finalmente superare un ostacolo che si è rivelato davvero difficile. Non è male, perdere qualche partita nei playoff, rende umili, fa capire che chiunque ci sia dall’altra parte si è guadagnato questo proscenio e farà di tutto per restarci. Curry è la guida riconosciuta di questa squadra, ma per conquistarsi i galloni che sogna, dovrà vincere il titolo. Ha la fortuna di un allenatore che sa queste cose, che ha imparato da allenatori vincenti, e che ha messo in chiaro com’è costruita la squadra, tanto da tenere a bada gli umori di giocatori che altrove si aspetterebbero di giocare sempre. E non è un merito da poco…
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Memphis Grizzlies: E’ da così tanto tempo che questa squadra viene data per finita, che occorre esitare a considerarla finita anche questa volta. Forse non c’è molto da scoprire dai giocatori, che ormai quelli sono. Allora non resta che estremizzare: aumentare la presenza in area (si può?), andare per i sentieri conosciuti, cercare di portare i Warriors in area, lentamente, prosciugando il gioco offensivo. Gasol, Conley e Randolph coabitano allegramente il ruolo di star e un gruppo di gregari, unsung heroes mai abbastanza considerati, li sostiene al meglio: Jeff Green, Courtney Lee, Tony Allen, Kostas Koufos, Nick Calathes. Non sembra un brutto posto in cui giocare. Sanno che il titolo non arriverà, ma perché non mettercela tutta, allora?

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