Father Playoffs – I dolori dei giovani Warriors

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LeBron visto nelle prime due partite di queste finali trascende qualsiasi concetto di giocatore NBA. Come Chamberlain, domina fisicamente, come Michael, domina tecnicamente, più dei Bulls con MJ, la sua squadra è costruita scientemente intorno a lui, senza altre pedine, come Love, che non accetterebbero di buon grado un ruolo subalterno. La semplificazione del gioco, palla a Lui, giova quando in campo ne hai altri quattro che non possono fare la differenza. È la vecchia diatriba tra l’avere una squadra lunga e complessa, come piace agli appassionati, e concentrare tutto su una stella, o super stella. Ce ne sono altri che vorrebbero essere LeBron, vedi alla voce Carmelo, ma se pensiamo a cosa fosse JR ai Knicks e cosa sia ai Cavs, fatta la tara a un carattere che non puoi certo sradicare a questa età, ti rendi conto di cosa sia la leadership che James esprime, il controllo, la forza, che forse non si sono mai viste con questa magnitudo su un campo da basket.
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Poi potremo discutere del super rendimento di Dellavedova, della difesa e rimbalzi di Mozgov (a proposito, se ne parla pochissimo, ma forse è proprio lui quello che ha permesso a LeBron di dormire sonni tranquilli vicino al ferro e non fare straordinari in difesa…) e di tutto il resto, ma la prova di LeBron in questa serie è qualcosa che si avvicina al sovrannaturale. E allo stesso tempo è quello che mette a nudo i difetti dei Warriors, difetti che hanno a che fare con il cuore, con la forza, la rabbia agonistica. Curry forse per la prima volta capisce che non basta più che le cose “vengano” da sole, occorre volere, e questo non è facile per un giocatore che poteva prendere dal ramo più basso il frutto del suo straordinario talento. Ora il ramo si è alzato, per la vittoria bisogna allungarsi, trovare le risorse interiori, quelle che Lebron ha in tutto e per tutto, espandere e fortificare la propria anima.
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È che quando Steph ha un colpo di tosse ai Warriors viene la polmonite. Quando il loro leader, ma questo capita in qualunque squadra, ha dubbi su di sé e non trova più le soluzioni di gioco, la squadra sbanda e non sa bene come fare. LBJ queste cose le ha passate e ha imparato a respirare a queste altezze. Sa che in certi momenti deve sbraitare nelle orecchie dei compagni, fargli uscire lo spirito combattivo dovesse andare a cercarlo fino in fondo alla gola, e non gli importa di essere solo, più di altre volte, perché in questa sfida risiede l’essenza di essere LeBron James: un costante, strenuo puntare verso l’alto, pensando che non ci siano confini cestistici a quello che può fare.
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I Warriors, dal canto loro, dovranno imparare a salire senza ossigeno e senza guardare sotto. Dovranno diventare grandi definitivamente, superare l’adolescenza, l’età dei ragazzi dal bel gioco, imparare a strappare le partite dal fondo del secchio, quando non hanno più energie, e andare oltre quel che pensavano fosse il loro limite. James, da questo punto di vista, farà loro bene, e forse ognuno di noi avrebbe bisogno di un po’ di LeBron nella sua vita, qualcuno che ti costringa a continuare comunque, senza pensare a chi manca ma solo guardando avanti, qualcuno che sappia condurre la squadra condividendo le responsabilità, riuscendo persino a passarla, qualcuno che ti giochi contro e ti insegni che hai ancora un sacco da dare, quando pensavi di non averne più, qualcuno che ti costringa a fronteggiare i mostri che ti perseguitano fin da bambino, per diventare finalmente adulto…

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