Father Playoffs: il nemico del tuo nemico è tuo amico, ma non sempre

Il percorso accidentato delle finali di Conference dà molti spunti di discussione, per un’idea di basket che non smette di evolvere.

Commenta per primo!

“Non possiamo fare la storia, ma solo sperare che si sviluppi”
Otto von Bismarck

Bismack Biyombo, un nome strano. Doveva essere la contrazione di Bismarck, il mitico cancelliere prussiano che unificò la Germania nell’800 e invase la Francia, vincendo a Sedan nel 1870. Qualche ricordo degli studi storici della famiglia Biyombo, nelle scuole gestite dai belgi a Lubumbashi, la città in cui è nato. Il nome Bismarck, prussiano in quei belgi timorati di Dio che sterminarono migliaia di compaesani di Bismack, congolesi, doveva essere rimasto come una sorta di maledizione e per questo, può darsi, lo chiamarono in quel modo, magari adattando la pronuncia. Il nemico del tuo nemico è tuo amico…

E in quel nome, quel tanto di autoconsapevolezza, di forza fisica, si deve essere trasferito all’anima di questo giocatore a cui non manca la forza, semmai il tatto, e che ha eruttato ben 26 rimbalzi nella gara 3 vinta da Toronto contro Cleveland.

www.newsflow24.com

Toronto è una squadra in cerca d’autore, e a poco a poco la sua scrittura la sta trovando. Nella mediocre Eastern Conference, sono la seconda forza dopo i Cavs e sono arrivati alla finale dopo ben 2 gare 7, un totale di 14 partite che portano, con le 3 della serie giocata contro Cleveland, il totale a 99. Questo significa che sono una squadra difficile da battere, hanno un DNA combattivo come quello del loro allenatore. Perse le prime due della finale di Conference, hanno giocato la prima in casa con coraggio, basando tutto sullo strapotere fisico di un Biyombo che, per una volta, è sembrato perfino mettere in discussione la criniera, alquanto rada, chiaro, di King James.

Bismack si è sobbarcato il ruolo di ruggito della squadra. Memore del suo quasi omonimo prussiano, ha tenuto da solo la difesa in piedi e segnato 3 canestri che non sono il lato importante della sua partita. Sebbene il cancelliere Otto Von non capisca molto di basket da dove si trova ora, e non è garantito che sia lassù, tuttavia questa minima reminiscenza deve fargli piacere,

E lo strapotere fisico sembra essere la caratteristica comune di questa NBA 2016. A Ovest i Thunder stanno strapazzando fisicamente dei Warriors a cui il record di vittorie ogni epoca non pare aver fatto bene. I lunghi dei Thunder sono del tipo 2.0: corrono, saltano, sono dinamici e completano una squadra che proprio non sa cosa sia la lentezza. Golden State è imbolsita, non sa dove siano le energie e ha dei lunghi che visibilmente non sono in forma. Bogut sta lottando con un problema all’adduttore, Ezeli rientrato dall’infortunio non è dinamico abbastanza e Speights non può passare a titolare dopo una vita in panchina. Risultato: i tiri da tre non bastano, se non sei pericoloso sotto la difesa può raddoppiare con dei lunghi molto veloci che rendono difficile, beh, tutto…

È il lato più affascinante dell’NBA, come la narrazione cambia di anno in anno sulla base del talento. Fino a ieri era small ball a tutto andare, adesso tornano di moda dei lunghi che riescono a tenere il ritmo di attacchi forsennati. Non basta infatti essere “lunghi”, bisogna esserlo con la capacità di arrivare dall’altra parte del canestro con un’agilità fuori dal comune. Questo il segreto di OKC, che ha aggiunto questo elemento a una struttura già da fuoriserie.

Se arrivassero in finale contro Cleveland, i Cavs troverebbero molto difficile battagliare fisicamente con OKC, tanto che una squadra costruita per battere i Warriors rischierebbe di trovarsi momentaneamente spuntata, contro un avversario completamente diverso.

www.sbnation.com

Perché, diciamolo, ci si aspetta la rivincita. Come ai tempi di Magic e Larry, il dualismo LeBron – Steph ha riempito i giornali, e l’arrivo di OKC potrebbe rappresentare la classica rottura di uova, laddove il paniere è un marketing NBA da riscrivere del tutto.

Ma siamo certi che non è un problema, lo è più per Cleveland, che forse potrebbe farsi tornare utile Timofey Mozgov, a marcire in fondo alla panchina, per fronteggiare un Adams che non ha pari nel connubio di velocità, dinamismo e forza fisica, le armi con cui Thompson di solito distrugge le difese.

Quel che è certo è che l’insorgere dei Thunder era un evento largamente inaspettato. Da troppo tempo sotto traccia, in apparenza una squadra che il suo picco lo aveva raggiunto, occorre dare merito a Sam Presti di aver saputo vedere lungo e costruire una squadra diversa da quella finalista del 2012, ma ancora più letale. Libera da Harden, dato che di variabile impazzita basta Westbrook, OKC è un interessante mix tra una squadra moderna e una classica, con tiro e presenza sotto canestro, capacità di andare a rimbalzo e muovere palla come nello small-ball.

Ibaka tira da fuori e prende rimbalzi, Adams e Kanter hanno anche mani buone, in quello che sanno fare. In sé una squadra che fa ancora un passo avanti nel basket che King James sta guardando arrivare con qualche dubbio nella testa, sperando che Steph faccia il miracolo e gli porti in finale dei Warriors pronti a essere cucinati da una squadra pensata come il loro antidoto.

Il nemico del tuo nemico, in questo caso, non necessariamente è amico.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy