Father Playoffs – La disfida di Cleveland

Father Playoffs – La disfida di Cleveland

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Domani mattina ci sveglieremo con l’esito di gara 4. Un gruppo di volenterosi sonnambuli avrà sacrificato un po’ della propria lucidità, già non abbondante, per raccontarci quel che è successo. Ci aspettiamo di esserci persi qualcosa di grande, di unico, uno spettacolo devastante, in cui le due squadre abbiano gettato nel campo ogni riserva di energia. La trama della finale è inattesa, gli eroi stanno dando il loro meglio, il coro intorno a loro getta nell’agone dei militi valorosi che lottano con la mentalità delle trincee. Non è uno spettacolo da cuori deboli, e allora ecco una decina di pensieri scomodi con cui tutti, vincitori e vinti, devono venire a patti.
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1. Se i Warriors sono quelli dell’ultimo quarto, per i Cavs si fa difficile. In realtà “se i Warriors sono quelli dei primi 5 minuti dell’ultimo quarto…”. Dopo, la partita è stata in equilibrio. Vero che Steph ha sparato da par suo e non da gemello sfigato delle prime tre partite e tre quarti, ma non è bastato ancora. Dal +1 i Cavs sono andati a +5. Per scambiare quelle cifre, i Warriors devono dominare sotto canestro e non ci stanno riuscendo. 2. I numeri: I numeri dicono che dopo gara-1, vinta dai Warriors ai supplementari, gara 2, vinta dai Cavs ai supplementari ancora dopo averla buttata via, gara-3 è stata condotta nettamente dai Cavs. Poi, combattuta, certo, alla fine, ma solo per le distrazioni dei Cavaliers stessi. Le prime tre gare hanno dato una traiettoria favorevole a quelli dell’Ohio e i californiani dovranno ribaltare il loro modo di giocare per rientrare in partita. Meglio non si illudano che il quarto quarto di gara-3 dimostri qualcosa, lo sport è pieno di gente di talento che comincia a giocare quando è inutile. 3. i Rim Protector dei Cavs. Mozgov non avrà grandi numeri, ma se ci fosse una statistica per le volte in cui gli avversari sono costretti a tirare sopra le mani tese del più lungo avversario, lui sarebbe primo di diverse lunghezze. Dall’altra parte i giocatori poco ortodossi dei Warriors non sono riusciti ad arginare Tristan Thompson e Mozgov. Se Bogut, Green e Lee non riusciranno a limitare i secondi tiri e a farsi sentire in area, sarà comunque dura. Con tutto il parlare di squadre piccole e veloci, in queste serie avere il lungo più lungo e grosso è servito eccome ai Cavs…
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4. David Lee: dopo un’annata in naftalina, Kerr, ormai disperato, ha provato perfino l’ex Knicks e si è trovato in campo quella dose di fosforo, che è in grado di moltiplicare la mancanza di centimetri con passaggi e movimento senza palla. Lee si trova al momento giusto nel posto giusto: questo mette in difficoltà le asimmetriche movenze dei lunghi avversari, in particolare quel Thompson che contro Green e compagnia ha dimostrato di trovarsi piuttosto bene. Lee ha una buona conoscenza del basket e si vede che questa sua mentalità lo fa stare agevolmente a questo livello. 5. Matthew Dellavedova: non si può fare a meno di citarlo. Delly è il coniglio nel cappello, la carta che i Cavs improvvisamente hanno tirato fuori, dimostrando che uno limitato tecnicamente e fisicamente, ma motivato e forte dentro, può fare cose impossibili all’apparenza. 6. I Cavs hanno un quintetto, senza James, troppo debole: vero o falso? Il concetto di forza o debolezza di un quintetto è relativo. Il quintetto è tale perché ce ne sono cinque e il quinto, oltre ai quattro scarsi dei Cavs, è semplicemente il meglio, fisicamente e mentalmente, che ci sia nel basket di oggi. Chiaro che un appassionato vorrebbe completezza tecnica in ogni ruolo, come i Warriors; chiaro che l’idea che i Warriors possano mettere in campo chissà cosa in termini di media giocatori è molto suadente e ci fa pensare che la costruzione, la struttura da manuale dei californiani avrà sempre la meglio sull’Ettore Fieramosca con la sua malmessa orda. Ma posto che sappiamo chi ha vinto la disfida di Barletta, da sfavorito, occorre notare che, ad esempio, i Bulls del ’98 vinsero con la scelta tra Luc Longley, Scott Burrell e Bill Wennington in pivot. Dennis Rodman era un difensore pazzesco e prendeva una marea di rimbalzi in attacco ma non dategli palla. Vero che c’erano Pippen e Kukoc – peraltro il croato in un ruolo non centrale – ma ciò non cambia che non è un quintetto scarso a far vincere o perdere, ma le cose che fa il quintetto. E se i cinque di Golden State non prendono rimbalzi e non riescono a superare Mozgov e Thompson, saranno problemi grossi. 7. I playoff sono senza pietà: è vero soprattutto dal punto di vista di quello che i giocatori hanno dentro. La Regular Season nei Warriors ha messo in evidenza Barnes, Speights, Green – il quale ha giocato al posto di Lee – e Livingston. Ma i Playoff hanno fatto uscire i Dellavedova, Mozgov, Thompson, quelli che hanno meno talento ma si arrabattano a servire a qualcosa, quelli che possiedono uno spirito guerriero. I Warriors, a dispetto del nome, non sono riusciti a tirare fuori lo stesso spirito e si sono fatti spintonare e mettere al muro. Riemergere in queste situazioni è difficile perché si tende a perdere il controllo. 8. L’evento chiave: in una serie di playoff c’è sempre uno o più momenti chiave. Finora sono stati tutti fissati dai Cavs, ma i Warriors devono entrare in campo con la coscienza che sono loro a dover fare qualcosa, a cambiare il corso degli eventi. Occorre un evento chiave, come il fallo di McHale su Rambis nell’84, che, guarda caso, avvenne proprio in una gara 4, e marcò un netto cambio di passo dei Celtics che da quel momento elevarono il livello della loro difesa. Qualcosa che dimostri che i Warriors hanno capito dove si trovano e che sono pronti, finalmente, a giocare con il livello giusto di energia.
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9. Blatt segue le partite in piedi, quasi gettato nel campo. Kerr ha un atteggiamento più distaccato. Ciò corrisponde alle due filosofie in campo e ha portato entrambe le squadre a questo punto. Ma Kerr deve fare quel passo in più, deve salire lo scalino dell’aggressività con i suoi, buttare via gli schemi e metterli di fronte al fatto che questa gara 4 non permette più rinvii. 10. L’investitura: il momento del saluto di LeBron James a Jim Brown testimonia il livello di commitment che il prescelto sente nei confronti della sua città. Brown è stato il più grande running back della NFL, vinse il titolo nel ’64, l’ultimo di un grande sport a Cleveland, in una partita contro i favoritissimi Colts di Johnny Unitas, uno con il braccio di Curry riportato nel football. Jim Brown chiese al coach, il grande Paul Brown, non imparentato con lui, di uscire dallo spogliatoio e di farlo parlare con la squadra.
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Erano gli anni delle lotte per i diritti civili dei neri e Brown, uno dei giocatori neri carismatici della sua epoca, come e forse più di LeBron, disse a tutti che dovevano dimenticarsi di quello che c’era fuori ed essere uniti come una cosa sola. I Browns vinsero contro i Colts 27-0 distruggendo la squadra allora più forte sul campo. Fu l’ultimo ed unico titolo di una franchigia della città di Cleveland tra i quattro maggiori sport professionistici statunitensi. James si sente in un ambiente simile. Per lui c’è tutta la città di Cleveland dietro, una città di cui tutti parlano male, brutta e infelice, ma per lui, il ragazzo di Akron (Ohio), come Steph, guardacaso, la SUA città, e non ha intenzione di lasciarla a nessuno…

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