Father Playoffs – la rumba di Steph e la zavorra di LeBron

Father Playoffs – la rumba di Steph e la zavorra di LeBron

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Quando Steph ha effettuato l’ultimo sorpasso, con un tiro da tre a 7.35 dalla fine, mettendo definitivamente la freccia sui Cavs, è tornato in difesa con una smorfia che diceva più di mille trattati di psicologia. Come aver passato “il giovane Holden”, “i turbamenti del giovane Torless” e aver chiuso “l’uomo senza qualità” a pagina 20. In quel momento abbiamo visto un uomo e non più un ragazzino.
fonte: USAtoday.com
Non possiamo fargliene una colpa a Delly. Insomma, quando Steph inizia la sua rumba personale è un piacere, hai un bel dire al difensore di marcarlo. Tantopiù quando, preso da illuminazione divina, il suddetto Steph piazza una bomba da distanza che misura solo un GPS. Non perché sia l’ultimo secondo, ma perché per lui è normale. Palleggio di sinistro, poi di destro, poi sotto le gambe, dietro la schiena e ogni movimento dà l’impressione di voler fare il contrario di quello che sta facendo. Come un mazziere che sappiamo tutti che bara, ma non puoi smettere di giocare a Black Jack con lui perché vuoi capire come fa’, da dove gli viene sta cosa. I Cavs, come sempre, hanno fatto più di quel che si pensava. Giocano per tre quarti con LeBron novello Atlante che si porta sulle spalle il mondo, ma alla fine ne ha una zavorra e non riesce a far decollare la squadra. Se non avessimo paura di essere blasfemi, potremmo dire che LeBron è stato uno e trino, quadrino, ha fatto di tutto, forse ha persino chiuso e spento le luci a Cleveland. Ma quando hai una rotazione di 7 scarsa, non hai materialmente la possibilità di giocarla fino alla fine, puoi fare partite di tre quarti, ma non puoi arrivare ai 48 completi. Il peccato, per questi Warriors, è che non hanno trovato un’avversaria degna di questo nome, qualcuno che li possa portare a sette partite in uno showdown storico. Ci possono provare i Cavs, ma una loro vittoria in gara 6 sarebbe la più grande sorpresa negli ultimi dieci anni. Finora hanno avuto solo se stessi come avversari, la loro capacità di credere che ce la possono fare e la necessità di diventare una squadra di uomini, cosciente delle loro possibilità e capace di imporsi con il basket. Non è un caso se Iguodala e Lee gli hanno tolto le castagne dal fuoco diverse volte, mettendo una determinazione da veterani, che significa la volontà di andare avanti, non farsi scoraggiare, voler essere come si è, portando il basket su un confine filosofico e spirituale che è il significato profondo dei playoff. Sì perché se a molti in Italia non piacciono, e abbiamo ancora il nostro sport nazionale che gli è allergico, per noi cestisti i playoff sono il sale di tutto. Un enorme rimescolare di valori senza paura di rimettersi in discussione, fino all’eventuale gara-7 in cui tutto è rimesso nelle mani del Signore dei canestri. È anche la ragione per cui certi caratteri vi si trovano meglio, per esempio i Dellavedova, i Mozgov, Thompson, che riescono a sollevarsi dalla povertà terrena delle loro limitazioni tecniche per combattere, magari per una sera, come gli dei del canestro che tutti veneriamo. Ma solo per una sera, riescono a sfiorare quella grandezza, perché stare a quel livello per sempre richiede un talento cristallino, che non ti faccia preoccupare di cose umane come palleggiare di sinistro, tirare in sottomano, passare a un compagno, che devi fare senza pensare, come se il gioco fosse un’estensione di te, come se tu fossi le tue stesse regole e gli altri dipendessero da quello che sei. E di questo tipo, nelle finali ce ne sono solo due, uno per squadra…

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