Father Playoffs: la squalifica di Draymond Green – l’assenza di un quanto in un sistema cestistico

I Warriors alla prova dell’assenza di Green, l’unico ingrediente necessario finora mai mancato. Sapranno sopperire con un colpo di genio?

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“La differenza tra l’uomo che si limita a tosare un prato e un vero giardiniere sta nel tocco, diceva. Quello che sega il fieno poteva anche non esserci stato, su quel prato; ma il vero giardiniere vi resterà per tutta una vita.”

Ray Bradbury, Fahrenheit 451

La squalifica di Draymond Green deve aver rallegrato Adam Silver. Un atto dovuto, ok, su cui non ci soffermeremo, ma solo l’ennesimo colpo inferto a una squadra a cui hanno provato, di volta in volta, a togliere Curry e Bogut per infortuni, ma mai Klay Thompson o Draymond Green.

Finora i Warriors se la sono cavata più che egregiamente. Hanno passato turni senza il loro MVP e hanno sempre trovato da qualche parte il modo per riequilibrare il confronto. Ma mai, finora, si era sperimentata l’assenza di Green, che del gioco di GS è l’elemento distintivo, persino più di Curry, per la sua capacità di essere uno stretch 4, un 4 classico, un 3 o un 5, alla bisogna.

Ma i Warriors sono un sistema complesso.

La differenza tra un sistema complesso e uno semplice è che un sistema complesso trova sempre il modo di fare a meno di una parte di sé. Internet, ad esempio, nacque come sistema militare per far andare un messaggio da A a B, scindendolo in mille parti e facendo in modo che in B si ricomponesse perdendo anche una piccola parte del suo contenuto.

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In Fahrenheit 451, il capolavoro di Ray Bradbury, il potere ha deciso di bruciare tutti i libri per fare in modo che non inquinino la mente umana. Un gruppo di ribelli si oppone imparando a memoria le pagine di ogni libro bruciato e rende così impossibile fermare del tutto la trasmissione della conoscenza. Ognuno porta una parte del messaggio che è al tempo stesso fondamentale e trascurabile.

Così sono i Golden State Warriors. Perfino Curry, considerato la quintessenza della squadra, si è potuto assentare in più partite per problemi muscolari, sostituito da Thompson, Livingston o persino Barbosa. Non è un caso se Golden State è la squadra più vicina alla Silicon Valley e incarna questa idea di sistema complesso, che funziona come un linguaggio software avanzato, declinato in modo cestistico.

Diverso sarebbe il caso per un infortunio di lungo corso, in cui la struttura della squadra, messa sotto stress, difficilmente reggerebbe assenze prolungate. Ma una partita può essere l’occasione per scavare in fondo alla panchina, raggiungere uno Speights, provare un Varejao come guastatore, usare Iguodala da 4. La mentalità dei giocatori Warriors, il loro DNA cestistico, può affrontare l’assenza di Green come una sfida intellettuale, come la possibilità di andare oltre le proprie capacità.

Più difficile capire come se la giocheranno i Cavs.

L’assenza di Green lascia loro una prateria libera, e fisicamente toglie il miglior oppositore di LeBron (con Iggy), ma resta da capire se cercheranno di sfogare l’elemento area sotto canestro o l’elemento tiro da tre. Ovvero: andranno all-in sotto canestro usando Thompson per il rimbalzo in attacco, o useranno Love da tre senza un grosso oppositore o comunque con uno che Love può affrontare?

I Cavs vorrebbero essere una squadra come i Warriors. LeBron cerca disperatamente la circolazione di palla à la Warriors, ma gli manca l’ingrediente principale, quello tecnico, cestistico, di giocatori in grado di superare il proprio ego o i propri limiti tecnici per giocare in quel modo.

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Prendiamo Love, ad esempio. A questo livello non ci sta proprio. È subissato, non salta abbastanza, non è abbastanza grosso, tira meno bene del solito. Ma la sua difficoltà risiede anche nel fatto che la palla non gli arriva come dovrebbe. Il segreto delle buone percentuali non risiede solo nel tiratore ma forse, soprattutto, nel fargli arrivare la palla al momento giusto e nel posto giusto.

Love cerca il suo gioco ma non l’ha ancora trovato e dopo due anni è inutile pensare che ci riesca. James lo guarda con un misto di rabbia e delusione, come se ogni errore fosse colpa di Love.

È che i Cavs cercano di essere la versione posticcia dei Warriors, ma proprio non ci riescono.  Non riescono ad analizzare i giocatori e far uscire il meglio sulla base delle loro caratteristiche. È il gioco di LeBron, prendere o lasciare, la direzione tecnica impressa da lui è questa ma James non ha azzeccato i giocatori che servono davvero. E l’incomprensione tecnica nuoce a tutta la squadra.

È il giardiniere e l’uomo che tosa il prato. I Warriors sono stati cresciuti e curati da un management accorto che ha un’idea di squadra, laddove i Cavs sono messi insieme da un campione che riesce a vedere la squadra come emanazione di sé stesso, e dopo di lui il diluvio.

A Cleveland è il problema dell’equilibrio panca-scrivania-campo a tenere banco. Se uno di questi tre è più debole, la prevalenza degli altri sbilancia e fa crollare la costruzione. Non che con Blatt sarebbero andati meglio. Vincere l’Est non è un problema, di sicuro, il problema è fronteggiare un Ovest che ha squadre ottime e ben costruite, con allenatori saldi e un rapporto tra stelle e organizzazione sano.

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Comunque, Green non partirà. 36 anni fa, in gara-6 della finale NBA tra i 76ers (sì, ci andavano abbastanza sovente allora) e i Lakers, Magic Johnson giocò in centro al posto dell’infortunato Kareem e i Lakers vinsero il titolo. Questo a dire che si può anche stare senza Kareem, il recordman ogni epoca di punti nella NBA, e vincere lo stesso. Figuriamoci senza un Draymond Green.

I Lakers erano la squadra della nuova epoca, un contropiede continuo con Magic a mostrare un basket innovativo e un filosofo in panchina di nome Paul Westhead, che non resse la pressione e si ritirò un anno dopo per lasciare spazio a Pat Riley. Oggi i Warriors sono la nuova epoca e in panca hanno, se non un filosofo visionario, sicuramente un coach molto capace che, se per ovvi motivi non potrà mettere Curry da 4, troverà sicuramente il modo di sopperire al quantum cestistico incarnato da Draymond Green.

Se questo basterà per vincere, però, non si può ancora sapere.

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