Father Playoffs – Le vite parallele di due Re Leoni

Father Playoffs – Le vite parallele di due Re Leoni

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LeBron non è allenabile. Non che sia un mangiallenatori, sia Brown che Spoelstra hanno retto prima di Blatt, e Blatt è quello che lo ha allenato fino alla finale prossima ventura. Solo che il basket di LeBron non è il basket degli altri.
Ascolta gli schemi e fino a un certo punto li esegue, ma tutto quello che succede intorno non lo riguarda. Se gli arriva la palla e lui vede un varco, se pensa a un passaggio, lui lo fa, non perché sia arrogante o altro, bensì perché lui, solo lui, è così.
All’allenatore, come Blatt, non resta che accettare questa autoreferenzialità. LBJ è un giocatore, un marchio, un ruolo a sé. L’intelligenza dell’allenatore consiste nel capirlo e sapere che deve allenare gli altri quattro.
A Miami le apparenze si potevano salvare perché Wade fungeva da intermediario, l’unico che James potesse paragonare a sé, con cui potesse accettare un confronto. Era andato a Miami incuriosito da questo carisma, quasi a imparare da uno che sentiva come naturale esercitare il comando, per poter poi fare lo stesso in casa sua.

È che a LBJ era mancato il maestro, il Riley, colui che potesse dare una forma a questo talento, che James potesse considerare un suo pari. James, diversamente da Kobe, non ha atteso Jackson per dare forma a se stesso. In modo autocratico, come gli zar, si è incoronato e nessuno, anche in assenza di vittorie, gli ha mai contestato questa supremazia.
C’è solo uno che può essere paragonato a James, uno che ha avuto uno strapotere simile a quello di LeBron su una lega che passava dall’essere un gioco di bianchi all’incorporare gli elementi del gioco nero, fisicamente e tecnicamente: Wilt Chamberlain.

L’irruzione di Wilt nella NBA è simile a quella di un leone in un recinto di agnelli. Giocatore leggendario alla High School, fa due anni di NCAA e poi va a guadagnare i primi soldi con gli Harlem. Gioca anche in Italia, in cui passa come un fenomeno da baraccone, ed è singolare che in tre giorni parliamo due volte dei Globetrotters: nell’occasione della morte di Haynes e dopo la vittoria dei Cavs in quattro partite.
Arrivato nella NBA nei Warriors, prima litiga con Johnston, allenatore appena passato dal campo alla panchina, poi si trova meglio con quel McGuire che lo batté in una famosa finale NCAA. McGuire, come Blatt, sa chi sta allenando e sa che quello che lui crede giusto per gli altri, a The Stilt non si applica.
Wilt riscrive il libro dei record. Fa un anno a 50,4 punti di media, in una storica partita con i Knicks, ne segna 100, in quel di Hershey, luogo fino ad allora noto per la cioccolata. Per tutti gli anni ‘60 il suo arrivo alle finali è precluso dai Boston Celtics, tranne il 1966/67 in cui vince battendo la sua ex-squadra, nel frattempo diventati i San Francisco Warriors.

Wilt ha dovuto creare il suo basket avventurandosi in un terreno inesplorato. Fino ad allora, e forse dopo, non si era visto uno come lui, dentro e fuori dal campo. Wilt è un altro giocatore che ha dato forma a sé stesso, passando dal semplice ruolo di campione relegato in una “prigione” sportivamente dorata, uno alla Bill Russell, per tracimare in quello di eroe popolare, attrazione circense, unicum umano che mostrava la sua straordinarietà sul campo e fuori.
20000 donne, si dice di Wilt (e forse vale per difetto), 33486 punti nella NBA, record fino a Kareem, un sorriso enorme, incommensurabile, la passione per la bella vita con un club a Harlem in cui passava molte vigilie di partite, ma una passione nascosta per i pesi e il lavoro in palestra che lo mantennero sano in una carriera comunque lunga, Wilt dava vita al suo mito oltre la sua stessa grandezza sportiva.
In questo, il contrasto non potrebbe essere più stridente. LeBron ostenta il suo essere buon padre di famiglia, fino a lamentarsi con Noah di essere stato insultato sugli affetti, non possiede club ma cura in modo metodico il suo stile, facendo sempre attenzione a come compare in pubblico e, come Wilt, gioca un suo basket, qualcosa che è al di là delle semplici tredici regole di partenza, qualcosa che è come poter battere la gravità e levarsi sugli altri, trascinandoli da solo in finale.

Quest’ultima impresa di LeBron coniuga la sua forza bruta sul campo con il carisma che si rende conto di possedere, e ci offre un’immagine del suo futuro. Wilt finì la carriera con partite da 18 rimbalzi e 15 assist condite da 1 punto, e LeBron, come supremo atto di superiorità cestistica, sembra deciso a offrirci uno spettacolo simile, dimostrando, con la capacità di elevare le performance di atleti fino ad allora mediocri, di aver superato un altro concetto del basket, un pregiudizio sui più forti che accentrano il gioco e le luci su di sé: diventare il demiurgo della squadra. Oltre il concetto di allenatore, oltre il concetto di star, diventare un’idea di gioco a parte, bastante a sé stessa ma in grado di accendere tutti gli altri. E questo a prescindere da quanti tiri si sono sbagliati, da quanti tentativi si sono portati a buon fine, perché nella terra del suo basket queste idee non esistono; ma occorre ricordarsi che è del “suo” basket, e di nessun altro, tanto che chiunque credesse di poter ardire l’arroganza di imitarlo, sappia che si vedrà maledetto dagli dei del gioco, che quando ne scelgono uno lo proteggono con la propria aura magnifica, riservandogli in cambio una vita piena di gloria e di tribolazioni…
Relative, s’intende…

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