Father Playoffs: LeBron-ball, Obdulio e la squadra d’oro

Father Playoffs: LeBron-ball, Obdulio e la squadra d’oro

LeBron trascina i Cavs alla vittoria, come Obdulio Varela con il grande Uruguay in casa del Brasile nel 1950. Genesi di un grande giocatore vincente.

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“Quando siamo finiti sotto 3-1, ho capito che avremmo vinto.”
LeBron James

“Quando il Brasile segnò il goal del vantaggio, capii che avremmo vinto.”
Obdulio Varela, capitano dell’Uruguay campione del mondo di calcio 1950 al Maracanà

 

Le squadre non vincono grazie a chi segna di più, ma grazie a chi sa spremere dall’anima dei suoi giocatori il massimo. Per farlo, ci devono essere personaggi carismatici, che si incaricano di sopportare il peso della competizione anche per gli altri. Giocatori mistici, dotati di una carica interiore, catalizzatori dell’odio e della stima dei loro avversari, in grado di portare gli altri a un livello superiore.

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Obdulio Varela era un uomo tozzo e forte, soprannominato “il toro”. Capitano del Penarol di Montevideo, era anche il capitano della nazionale uruguagia e la sua fonte di gioco. Nel 1950, nel mondiale di calcio organizzato in Brasile, la nazionale di casa era la vincitrice designata. L’Uruguay schierava con una squadra ricca del talento di Schiaffino e Ghiggia, e un gruppo di onesti faticatori disposti a mettere tutto se stessi in campo, in cui il giocatore chiave, il riferimento e l’anima della squadra era il capitano Obdulio.

Giocare nello stadio Maracanà riempito ben oltre i limiti consentiti una finale mondiale, nel 1950 contro la squadra designata dal destino, non doveva essere molto diverso dal giocarsi una gara7 alla Oracle Arena contro la squadra con tutti i record di attacco della lega. E quel Brasile, che schierava Ademir e Zizinho in attacco e il mitico Djalma Santos come terzino destro, sembrava imbattibile.

L’Uruguay non fece barricate e finì il primo tempo 0-0, ma all’inizio del secondo tempo Friaca segnò portando in vantaggio il Brasile. Obdulio raccolse la palla lentamente dal fondo della rete, mentre i brasiliani cercavano di riprendergliela. Sapeva che se avessero fatto in fretta, i suoi avversari avrebbero preso slancio e li avrebbero sotterrati. Allora percorse la distanza fino alla metà campo nel tripudio dei brasiliani, insultato perché la marea dorata voleva attaccare, subissare, schiacciare. Dopo alcuni, interminabili minuti in cui la frenesia carioca si esaurì, Obdulio mise la palla al centro del campo, e portò l’Uruguay alla vittoria con due goal, uno di Schiaffino e uno di Ghiggia.

Come Obdulio, LeBron viene dai bassifondi. Obdulio vendeva giornali a 8 anni prima di entrare in una scuola calcio e a 15 era già un professionista. LeBron non ha sentito il bisogno di andare all’università perché tutto il basket che gli serviva era già dentro di lui. A 19 anni è entrato nell’NBA e ha subito dominato.

Ma LeBron ha dovuto penare per diventare un vincente come Obdulio. Da sempre gli hanno riconosciuto la forza dovuta al suo straordinario talento, tuttavia, per portare Cleveland sulla vetta ha dovuto incorporare anche quel tipo di leadership che proviene dal carisma del grande giocatore, quello che con le occhiate ti incenerisce, quello che si assume la maggior parte del peso della partita e in definitiva quello per cui si gioca, il capitano coraggioso che guida le sue truppe.

LeBron non è un giocatore egoista di indole. Un ottimo passatore, si è sempre visto come un creatore di gioco e non solo come un finalizzatore. Wade a Miami gli ha impartito le lezioni chiave su come una stella organizza e ha un influsso positivo sulla squadra, ma lui ha dovuto portarle al livello superiore per vincere a Cleveland, diventando anche il manager e l’allenatore ombra.

D’altronde, prima della partita al Maracanà, l’allenatore dell’Uruguay disse ai suoi: “Ragazzi, se vogliamo avere qualche possibilità oggi dobbiamo stare ben chiusi in difesa altrimenti ci schiacceranno”. Quando uscì, Varela raggruppò i suoi e gli disse: “Se facciamo come dice Juan (l’allenatore, ndr), finiremo come la Svezia o la Spagna (sconfitte 5-1 e 6-1)”. E poi, vedendoli intimoriti dalle grida dei 120.000 dello stadio: “Le partite si vincono sul campo, non sugli spalti. Quando entrate in campo, dovete immaginare che tutte quelle persone siano di legno, che non esistano”. Varela uscì per primo guardando il pubblico senza paura e portandosi dietro i compagni di squadra.

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Allo stesso modo, LeBron non era convinto della strategia di Blatt, non la condivideva. Quando Blatt è stato cacciato LeBron è stato attaccato personalmente, ma lui sapeva di aver fatto la cosa giusta. LeBron-ball è una sottospecie del Basket-ball, la specie con cui lui sa di poter vincere. A questa età LBJ ha la saggezza per poter decidere e la profondità di visione per capire come vanno le cose. Sa che vince se gioca il basket che sa lui con gli uomini che vuole lui. E chi lo allena deve sapere che si gioca quel basket, non un altro. Un privilegio che nemmeno MJ ebbe ai Bulls in 6 campionati vinti.

La vittoria dei Cavs dimostra che nella NBA prevale chi ha un’anima possente, in grado di reggere e di gestire correttamente il tour de force di 104-105 partite in un periodo limitato di tempo. Il vincitore non è solo chi gioca meglio, ma chi possiede uno spirito che non si arrende, che anche nei momenti peggiori non si scompone e sa vedere dove altri non vedono. Qualcuno che sa gestire le forze con gli occhi ben piantati sulla finale.

I Warriors, invece, sono stati molto simili alla “squadra d’oro”, l’Ungheria del 1954, che perse inopinatamente nella finale contro la Germania. Gli Ungheresi di Hidegkuti, Puskas, Cocsis, arrivarono alla finale dopo 4 anni da imbattuti e aver battuto la Germania 8-3 nelle partite dei gironi. Ma la Germania fece quadrato intorno al portiere Toni Turek, al capitano Fritzwalter e l’attaccante Rahm, rimontando due goal di svantaggio per vincere 3-2.

Se una lezione si può trarre da queste vittorie, è che lo sport non ti permette di sprecare il tuo talento. Se vuoi vincere devi tirare fuori il massimo al momento giusto e non gettarlo lungo la strada, imponendoti quando non serve. Le squadre che negli anni hanno prevalso da sfavorite hanno tutte avuto questo carattere granitico, infuso da un giocatore che si assumeva, per natura, il ruolo di catalizzatore del gioco e non sprecavano nulla, perché non possedevano il talento per recuperare l’errore, e lo sapevano.

La sera della vittoria a Rio de Janeiro, nel 1950, Obdulio andò in un bar con un suo amico. Potere dell’assenza della televisione, nessuno sapeva chi fosse. Nel silenzio generale un omone visibilmente ubriaco entrò nel locale piangendo. Gridava: “Obdulio ci ha battuti, Obdulio ci ha battuti!” Varela si alzò e gli andò davanti. Gli disse: “Io sono Obdulio.” Quell’uomo lo guardò e, piangendo ancora più forte, lo abbracciò.

Obdulio pensò allora che quella gente aveva preparato il più bel carnevale della storia, e quel carnevale gli era stato rovinato.

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LeBron deve essersi sentito come quell’omone piangente diverse volte nelle sue sconfitte di Cleveland. Ora, diventato anche lui un Obdulio, un Fritzwalter, un Meneghin (Dino), nell’anima, dopo aver percorso una strada complessa piena di polemiche e di alti e bassi, LeBron è finalmente pronto a vedere il più bel carnevale del mondo, courtesy una Cleveland che finalmente può festeggiare qualcosa, proprio nella sua città.

Un rovesciamento di sorti che nessuno forse immaginava, ma che la grandezza di James ha saputo costruire con le sue mani contro tutte le correnti, risalendo come il salmone dall’oceano reale e figurato di Miami fino al lago Erie per trovare il suo destino. Una storia edificante, all’americana, la versione cestistica di un romanzo di Jack London o di Bernard Malamud. Poeticamente, un Beowulf che difende la sua terra dal mostro. Sportivamente, uno con l’anima dei grandi, che per trovare la sua natura ha dovuto metterla alla prova lontano, per tornare dove aveva iniziato.

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