Father Playoffs – NBA Finals 2015: Giù il sipario

Father Playoffs – NBA Finals 2015: Giù il sipario

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Al risveglio di oggi splendeva il sole, una tiepida aria fredda lasciava spazio al caldo del mattino, il caffè sul bancone aspettava che lo bevessi e i Golden State Warriors avevano vinto il campionato. Non era un sogno, tutto era avvenuto come doveva avvenire, senza sorprese, senza sussulti. In una gara 6 chi è avanti entra da favorito, inutile perfino dirlo, ma questa volta la cavalleria leggera di Cleveland sembrava davvero quella mandata alla carica a Balaclava, nella guerra di Crimea, dagli inglesi, per farsi cannoneggiare dai russi impietosi. Solo il titolo di MVP a Iguodala aveva un sapore strano, non sgradevole, un po’ di vaniglia o di cioccolato che gusti nella brioche. Alla fine delle partite gli dei del basket evaporano, tutto sembrava inevitabile e la vittoria di uno ha l’aspetto di un: “vedi, che ti avevo detto?”. Dopo, tutti sanno come sarebbe andata a finire. I Warriors hanno giocato da Warriors, nemmeno troppo bene, a dire la verità. I Cavs hanno messo i loro corpi e poco altro, dato che tecnicamente e di forza ormai non avevano nulla. I reporter avevano un bell’interrogare Blatt sull’uso di Mozgov e Marion alla fine di gara 5, come se non fosse stata la squadra piccola dei Warriors a demolirli, e come se Mozgov, messo in quintetto all’inizio di questa notte, non avesse assistito a un +13 degli avversari più veloci e freschi. Il fatto è che si può essere geni se c’è qualche gemma nascosta in panchina. Se, facciamo il caso, Delly giocasse da riserva e in quei cinque minuti mettesse tutto se stesso e il suo futuro a marcare Curry. Se, ancora il caso, Thompson entrasse a partita in corso e facesse il diavolo a quattro tenendo sotto pressione gli avversari. Se, quindi, il settimo e l’ottavo facessero il settimo e l’ottavo, non il secondo e il terzo, da cui, per forza maggiore, discende la sconfitta. Ma c’è qualcosa di più in questi Warriors. Questa squadra è stata costruita con una sequenza di scelte senza pari. Curry (2009), Thompson (2011), Barnes, Green, Ezeli (tutti nel 2012), e scambi da squadre che oggi sono perdenti di giocatori ben inseriti nel meccanismo: Iguodala da Denver e prima da Phila, Speights da Cleveland, Bogut dai Bucks, Lee dai Knicks e Barbosa dai Raptors, Livingston dai Nets. Si può dire che nessuna squadra negli ultimi venti anni è stata così profonda nei ruoli e così varia nelle soluzioni offensive. Il periodo post-Jordan ha fondato le squadre vincenti sulla cooptazione di un paio di stelle fulgidissime, circondate da comprimari elevati al quintetto, a cui i tre più forti coprivano le lacune. Così i Lakers, così gli Heat, i Celtics, gli Spurs, anche se San Antonio è un caso a parte, meno di loro i Mavs e i Pistons. Occorre anche dire che le squadre costruite intorno a questo core sono riuscite a ripetersi, mentre Mavs e Pistons hanno vinto solo un anno. Qui ci può essere un problema per i Warriors, quando scadranno i contratti dei rookie il tetto salariale imporrà delle scelte, che sia prima o dopo il rinnovo del contratto televisivo, e la politica della NBA di condividere, avere il talento diffuso in tutte le squadre, favorisce il passaggio dei più talentuosi a compagini in cui possano giocare un ruolo più importante e guadagnare di più. È il paradosso di una lega di successo, in cui l’obiettivo non è alimentare la leggenda dei club più grandi, come Real e Barca in Europa, ma costantemente azzerare le differenze, per dare la possibilità a tutti di vincere un titolo. Solo così Cavs eWarriors potevano scontrarsi per la prima volta in finale. L’audience ha premiato la lega tornando a venti milioni di spettatori, dimostrando che il rinnovamento, la capacità di creare stelle e di mettere nuovi ingredienti nel gioco è fondamentale per presentare nuovi stimoli. Così come la voglia di rischiare due allenatori al primo anno ma in progetti solidi e, per i Cavs si spera, di lunga durata. In tutto questo la stabilità è un’illusione, tutto è effimero. Non si sono ancora placate le grida di giubilo che già l’orizzonte si prepara a cambiare. Mentre i Warriors faranno la parata a Oakland, o a Frisco non si sa bene, Kevin Love deciderà se continuare a essere un corpo estraneo a Cleveland o cercare nuovi stimoli a Boston. LeBron si guarderà intorno cercando di attirare qualche nuova stella e rinforzare la squadra, i Warriors stessi dovranno proteggere il cuore ma pensare alle prossime mosse, al rinnovamento. Nulla è più forte ma nulla è più fragile di una squadra vincente. A nessuno è sfuggita l’abulia di Klay Thompson in quasi tutta la serie. Bogut si è dimostrato inutile nelle ultime due gare, ma se Cleveland fosse stata al completo anche il ruolo di Mozgov sarebbe cambiato, con una vera guardia, pericolosa come Irving. Il basket non è un gioco di somme e sottrazioni, aggiungendo uno da venti punti non aggiungi venti punti alla squadra, come togliendoli, anche. L’equilibrio che rende qualcuno vincente è un qualcosa di misterioso che ha una durata definita nel tempo e anche il carattere vincente non si acquista dopo una ma due o tre vittorie. L’anno prossimo gli infortunati di quest’anno saranno in salute, si spera, la lega tornerà operativa e avremo le stelle ai playoff, cosa che è mancata molto, oggettivamente. Pensare che Durant, Wade, Bosh, Anthony, Westbrook e vari altri fossero fuori dal momento chiave fa’ male. Le generazioni non sono infinite e un anno rubato a un giocatore è un anno rubato a tutta la storia del basket. Il che ci fa pensare che anche nel basket ci sia una necessità umana, che il gioco della fortuna e della sopravvivenza siano influenzati dalla volontà, dalla salute, che il campo rifletta davvero tutti i nostri sforzi per essere persone vive e di valore. Che nella loro costante ricerca di perfezione le stelle che ammiriamo siano alla fine bacate dalla loro umanità, dalla storta per essere caduti su un piede, da sciatiche e lombalgie che, per quanto ben curati, lasciano una traccia nel corpo e nell’anima. E ci fa apprezzare anche chi arriva alla fine con costanza, chi sembra non averne mai abbastanza e combatte anno dopo anno con la consapevolezza della sua forza. Chi usa il suo talento cristallino come una bacchetta magica per fare giochi di prestigio al tiro. Chi usa la sola volontà per ovviare ai limiti del talento. Perché di tutto questo è fatto lo spettacolo che più amiamo, oltre la NBA, cioè la vita.

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