Father Playoffs, una voce scorretta che tira fuori l’anima del gioco

Father Playoffs, una voce scorretta che tira fuori l’anima del gioco

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Allora, che succede? Tremano le gambe? Avete paura? Fa freddo qui, vero? Non è come la Regular Season, dove giochi così tanto da stordirti e c’è sempre un domani. Qui no, qui ci siamo tu e io, e il domani non c’è… Hai un abisso dietro i piedi, e anch’io, se cadiamo nessuno riesce a risalire, ma fino a quando l’ultima falange dell’ultimo dito rimane appesa, si può ribaltare tutto. Non bisogna aver paura di fallire. Quando ti chiedono a che servono le stelle quando si hanno buoni giocatori, beh, pensa a questi momenti. Qui i muscoli di alcuni diventano più forti, non sentono la mancanza di ossigeno, qui ci sono le vere stelle, quelle che vincono, quelle che vogliono la palla in mano e la responsabilità. Qui non ci sono ragazzini, solo uomini; ma non temere, dalle sconfitte peggiori sono nati grandi campioni. C’è un altro anno, un altro tempo, ma non questo tempo, purtroppo: questo tempo è solo di chi vince. Avete visto LeBron? Dopo 9/29, si prende QUEL tiro. È la mitologia, in fondo. Il fato ha deciso che gara4 la dovevano vincere i Cavs: ma come ‘lo decidono gli dei del basket’? Così fanno fare a LeBron altro che le dodici fatiche! Lo trascinano qua e là per il campo, gli buttano fuori i compagni, gli mettono addosso il difensore più arcigno che ci sia e a un secondo dalla fine la partita è in parità… invece no. Lui si prende il passaggio sulla rimessa e come se fosse un tiro del secondo quarto sotto di ventuno, segna. Sono gli altri a stupirsi, non lui. Siamo noi a pensare che sia difficile, per lui è la sua vita. Per lui è il sangue dei play-off, che i vampiri come lui a gara 4 sentono ancora scorrere in pieno e addentano la giugulare senza pietà.
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I Rockets, invece? Naufragano. Harden si guarda intorno stranito. Si chiede come mai non ce la fa, da solo, a ribaltare la partita. Sono i Play-off, baby. Howard mostra tutti i suoi limiti di ex-superman, gli altri cinque o sei che hai intorno non sono adatti a restare in campo contro quei Clippers e, mi spiace, la squadra si becca sempre un terzo quarto pazzesco. Hack-a-DeAndre? Ma per favore! È vero, fa 14/34 ai liberi, ma se nemmeno questo basta a tenerti davanti, che vuoi fare? E poi, se gli fai fare 17 falli, mi spieghi chi ti rimane in campo? Le tattiche scopiazzate nei play-off mostrano tutte i loro limiti. Non puoi nascondere le tue debolezze sotto la scrivania, l’avversario ti insegue e ti spolpa proprio lì, dove ti illudevi che non vedesse. Così i lunghi che ti illudevi dominassero, sono messi a tacere e la mancanza di alternative degli esterni ti mettono con le spalle al muro.
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E Pierce in gara-3 di Wizards-Hawks? Anche per lui, business as usual. È che gli Hawks non lo capiscono, non sono abituati a queste altezze, non sanno. Strana storia la loro. Di franchigia mediocre. Sempre buoni giocatori, Play-offs, ma al momento decisivo, un primo turno, un secondo al massimo. È che mancano i giocatori in grado di chiudere. Quelli da Playoff, quelli che all’ultimo, quando gli altri non ci credono più, loro hanno il dovere di crederci. Coach Bud dovrà scalciare un po’ di sederi fino alla partita di stanotte, far passare la squadra attraverso una scossa salutare, per sperare di cavarne fuori qualcosa. Non c’entrano gli schemi, c’entra quello che hai nel petto
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Forse sono gli allenatori… altrimenti, perché un Rivers riesce a tirare fuori da Griffin queste cose, gli assist, i rimbalzi, la crescita a giocatore totale, e altri no? Rivers ha un ascendente sui giocatori, si vedeva anche a Boston, e la sua sapienza cestistica fa in modo che quelli che giocano con lui lo seguano, gli stiano dietro, con la cieca fiducia che si dà a un leader che sa cosa sta facendo e che parla a degli uomini, non a dei bambini. “Puoi essere un padre orgoglioso”, gli ha detto Paul a proposito della partita di Austin, ma solo perché la squadra ha fiducia in lui. Non si sa cosa succeda in allenamento, ma l’impressione è che Doc non sia morbido con suo figlio e che i giocatori ammirino questo suo contegno. È qualcosa che non si impara sui libri, ma nei rapporti con le persone, parlando chiaro e senza giri di parole. Non distante da L.A., invece, Kerr guida una squadra che è un enigma. Joerger gli ha giocato lo scherzo peggiore, mettendogli di fronte una squadra costruita su concetti vecchi e superati, si dice, e vincendo ancora. I Warriors si guardano intorno straniti. Vedono il panorama di Oakland e non gli è mai sembrato così lugubre. “Per questo abbiamo combattuto, per tornare in questo posto?”, dice il capo dei Guerrieri nei “Guerrieri della notte”. Ed è il caso che se lo guardino quel film, i Warriors di oggi, che si prendano un po’ di quello spirito, smettano di fuggire alla gang mascherata da yankees e si girino per combattere, affrontino le loro paure. Se fuggono ancora Conley e compagni li inseguiranno fino oltre la linea da tre e gli tireranno in gola ogni pallone che cercano di scagliare verso il canestro…
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Ma non è che questi concetti – i pivottoni, il 3 e 4 dominanti – tanto vecchi non sono? A Est i pivottoni grandi e grossi e con mani non orride, Mozgov e Gortat, dominano sotto canestro contro gente più alla moda, come Noah e Horford. A Ovest la coppia di Grizzlies, nel senso di orsi, scherza i lunghi mobili dei Warriors, mentre quella dei Clippers, bella salda anche lei, chiude il discorso dei lunghi di Houston, che negli ultimi due quarti di gara-3 fanno 0 punti. E sono tre pivottoni europei tra i dominatori. Uno, Timofey Mozgov, Blatt se lo porta dietro dai tempi della nazionale russa, e non sarà un caso se lo ha voluto con lui. E Blatt stesso, sta gestendo una situazione complicata come mai, ma la squadra, e LeBron, ci sono, sono con lui, e lui è uno da finali e momenti topici, da palazzetti infuocati e dialoghi con gente dall’ego potente. È che per vincere i play-off ti serve gente forte dentro e fuori. Ti servono uomini cresciuti. Servono tutte le risorse che un giocatore può mettere sul tappeto.
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Queste serie ci stanno dando un basket che non è solo tecnico, è un esercizio di sopravvivenza, di gestione delle forze, di sfaldamento fisico. Una lotta contro i fantasmi che ti porti dietro, lo spettro del perdente, le paure del bambino che si rifugia sotto le coperte. Un barlume di coscienza, questo ci vuole, nel momento in cui tutti mollano. Andare avanti un metro dopo che l’altro ha smesso di giocare. Lì, dove Butler lascia che LeBron, che ha sbagliato 9 degli ultimi dieci tiri, si prenda un passaggio da una posizione improbabile. Lì, dove Teague spinge Beal per frustrazione, perché non ragiona più. Lì dove Conley morde le caviglie di Curry e lì dove Austin Rivers, per una volta, batte un complesso di Edipo strisciante, diventa uomo e dimostra al mondo perché gioca tanto anche in una importantissima gara-4 contro i Rockets.

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