Father Playoffs – “Warriors, come out and play”

Father Playoffs – “Warriors, come out and play”

Il ritorno del nostro affezionato Father Playoffs, per una disamina dell’inizio dei Playoffs NBA.

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I Playoffs 2016 sono iniziati senza grandi squilli di tromba.
I Warriors hanno stracciato tutti i record e Kobe è finalmente uscito dal viale del tramonto per immettersi in quello della sua personale leggenda, e tutte le menate con cui ci hanno ammorbato nell’anno sono state immediatamente dimenticate.

Sono i Playoffs, bellezza. Tutto riparte da zero. Non conta quello che hai fatto in RS, se perdi la tua serie esci. I Playoffs sono una parte del campionato in cui non conta la “media”. Quella conta durante la stagione regolare. Le medie migliori ti fanno vincere le partite, una delle 82, ma nei Playoffs contano i picchi. Conta chi è più forte nel momento decisivo, il che si riduce a un certo numero di momenti durante le partite e addirittura durante le serie. Sono favorite le squadre con giocatori che hanno il “fattore X”, e non tutte ce l’hanno, o hanno dimostrato di averlo. In alcuni casi non servirà nemmeno, alcune serie mettono di fronte squadre desolatamente sprovviste di giocatori con “quel” talento.

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Prendiamo Atlanta contro Boston. Gli Hawks sono una squadra “squadra”, un collettivo come piace agli appassionati. Difesa, gioco d’insieme, tiro, ma personalità zero. Come i Celtics che, ancora peggio di loro, hanno perso le prime due partite della serie subendo parziali terribili nei primi quarti. Nella serie tra Indiana e Toronto, l’unico giocatore di quel tipo è Paul George. Toronto soffre quel tipo di giocatori, anche se sembra che DeMarre Carroll possa provare a mettergli la museruola, almeno in gara tre. Ma DeMar e Lowry non hanno dimostrato di sapersela cavare fuori dalle steppe controllate della RS e già lo scorso anno hanno clamorosamente fallito la serie contro i Wizards, che avevano Wall e Pierce. D’altronde, anche Wade sta facendo scendere la bilancia dal lato di Miami, come succede a un giocatore imprescindibile del basket moderno, che col tempo ha affinato le sue doti in un modo sottilissimo. James, sta cercando di fare il Wade, ma gli manca la sottile astuzia, la suprema intelligenza negoziale, della guardia di Miami.

LeBron è impegnato in una guerra contro sé stesso e il mondo per portare a Cleveland un titolo che nel basket manca dal 1930, fuori NBA, nei Cleveland Rosemblums formati principalmente da transfughi degli Original Celtics. Si vede che a LeBron brucia quella sua umanità estrema, quella necessità di strafare che discende dai muscoli e delle capacità straordinarie. Imprescindibile LeBron, e pronto a una sfida suprema, in cui incarna per intero il suo concetto di basket, che emana da lui e si ferma a lui, tanto da prendere un allenatore, Lue, che è in fondo il suo assistente e aspetta pazientemente che LBJ capisca cosa fare per decidere.

A Ovest, le prime quattro della classe fanno corsa a sé.
Warriors, Spurs, Thunder e Clippers sono ben forniti di fattori X, Y e Z. sono squadre costruite bene, con una logica precisa. Le quattro dietro appaiono più deboli. Portland, Mavs, Grizzlies e Rockets sono squadre altalenanti con stelle in discesa, anche se lunga (Nowitzki, Randolph), o al loro massimo, che non sarà comunque più di quel che è ora (Harden), o invece promettenti di luccicare di più in squadre costruite meglio (Lillard). Le prime quattro qui dovrebbero affrontarsi con più chiarezza al secondo turno. Per ora, solo la caviglia di Steph dà un po’ di apprensione.

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I Warriors hanno perso gara-3, ma tirando così male che i Rockets sperano non si sveglino, almeno per non essere sotterrati sotto un diluvio di triple alla prossima. I Mavs hanno vinto gara 2 di puro orgoglio, ma non hanno molto più di quello da mettere in campo. Al momento, non ci sono vere speranze che il secondo turno sia diverso da quello che si immaginava. Lì cominceranno i veri Playoffs, almeno a Ovest.
A Est, i Cavs potrebbero macinare tutti fino alle finali, contando almeno sulla completezza. Completezza che non li ha aiutati a vincere oltre le 4 partite in più nella Regular Season rispetto all’anno scorso, di cui una contro i Warriors. In linea di massima, nessuno mette in discussione i Cavs a Est, mentre molti danno per non sicura la finale per i Warriors. Il che è strano, a guardare i record. Ma a Est i Cavs hanno un sovrappiù di fattore X che agli altri manca, e questo piace a chi scommetta. Ma, a essere sinceri, non ci sono ragioni cestistiche per non definire i Warriors come favoriti. Le tre squadre con i migliori record hanno sempre vinto il campionato e, al completo, i Warriors hanno dominato.

L’onestà intellettuale deve farci dire, al completo, Warriors. I pareri contrari hanno senso, non su basi cestistiche, bensì perché c’è un certo snobismo intellettuale nell’ammettere la superiorità Warriors, che è, in tutto e per tutto, cestistica e non modaiola o di mercato. L’impressione è che la vera finale si giocherà a Ovest, con i guerrieri dello stato d’oro nettamente favoriti.
Warriors, come out and play.

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