Il Pagellone NBA – Finali di Conference

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10 – LeBron James Quinta finale consecutiva per il Prescelto, sesta in carriera. Contro Atlanta ha dovuto ancora una volta sobbarcarsi sulle spalle il peso di un’intera squadra o quasi, e i paragoni con il primo Jordan (fortissimo, ma solitario e perdente) si sono subito sprecati. James però ha dovuto fare di necessità virtù, e volente o nolente è stato obbligato a prendere il proscenio: 30.2 punti, 11 rimbalzi e 9.8 assist a partita nella serie, con solo un povero 25% da oltre l’arco a sporcare il foglio. In gara 3 è partito con 0/10 al tiro (peggior inizio di sempre in carriera), per poi infilare gli ultimi 5 punti dell’overtime e stoppare il tentativo finale di Teague: Se LBJ è questo, saranno guai per Green e Iguodala. 9 – Splash Cousins A proposito di gregari, onore a quelli di Golden State. Se gli Splash Brothers sono spesso gli unici a guadagnarsi gli onori della cronaca, diamo spazio in questa modesta sede ai loro compagni di squadra: Bogut playmaker aggiunto, Barnes presente sia in attacco che in difesa, Livingston ottima riserva di Steph (16 punti nel primo tempo di gara 1 per lui, record personale in carriera), Ezeli miglioratissimo, Barbosa esplosivo, e gli stessi Iguodala e Green; quest’ultimo poi ha giocato delle Finali di Conference spaziali, mettendo a referto 14.4 punti, 12.2 rimbalzi, 5.6 assist e 1.8 stoppate (5 nella sola gara 4), e se si aggiungono i Tweet della mamma, il limite è il cielo.


8 – Pausa Otto, come i giorni di stallo tra l’ultima gara di Finali di Conference e la prima delle Finals. Forse un po’ troppi per dei giocatori abituati a scendere in campo almeno una volta ogni 3/4 giorni, e sicuramente troppi per noi appassionati. Coach Van Gundy aveva addirittura proposto alle due squadre di incontrarsi a Miami per un’amichevole, giusto per restare in tiro. Non crediamo si dovesse arrivare a questi livelli, ma l’attesa è ormai spasmodica e si spera che Warriors e Cavs non abbiano perso il ritmo delle ultime uscite. 7 – James Harden Baluardo se ce n’è uno, il Barba ha dato tutto sé stesso, nel bene e nel male, per cercare di tornare ad assaporare il gusto di Finals; purtroppo per lui 28.4 punti, 7.8 rimbalzi e 6.4 assist a partita sono bastati solo a evitare lo sweep (stoico Harden proprio in gara 4 sull’orlo dell’eliminazione, con 45 punti e 7/11 da 3). Non solo rose però, nelle sue gare: la spina delle 13 perse in gara 5 (record di sempre nei playoff) punge ancora lui e i suoi Rockets, che forse avrebbero meritato almeno di giocarne un’altra. 6 – J.R.’s shots Se si parla di croce e delizia, la mente va per forza di cose a J.R. Smith. Per la fortuna sua e dei suoi Cavs, contro Atlanta sono state più le note positive di quelle stonate: 18 di media con 16/34 da 3 in 4 gare (sempre timido, il giovanotto), con 7.5 rimbalzi a condire il tutto. Se però poi ti fai un selfie ignorante durante la conferenza stampa del post gara 4, per forza di cose il voto sprofonda. 5 – Dwight Howard Numeri alla mano, sarebbe stata una serie più che sufficiente per Dwight: ciccata la prima gara (7 punti e 5 perse in soli 26 minuti), si è rifatto nelle successive quattro chiudendo con 14 punti abbondanti e 14 rimbalzi di media a partita, oltre a quasi 2 stoppate; ma come spesso accade i numeri non dicono tutto, e probabilmente ci si aspettava (soprattutto tra i compagni?) che il lungo ex Lakers incidesse ancora di più. I talloni d’Achille sono due, sempre gli stessi: i tiri liberi e l’attitudine. Per i primi si conta una serie al 41% spaccato dalla linea, cifre che il Barba migliorerebbe tirando di destro; per il resto, basti citare la dichiarazione di Superman appena dopo la sconfitta: “Continuerò a spingermi fino al mio limite e ricordate che, a prescindere da come finisce la stagione, io sono sempre un campione. E non lascerò che mi si dica il contrario.” Dire qualcosa del genere negli Stati Uniti, senza aver mai vinto un titolo, è un mezzo suicidio mediatico. 4 – PR Warriors Golden State è la squadra dell’anno, su questo c’è poco da obiettare. Possono piacere o meno, resta il fatto che la banda di coach Kerr sta conducendo una cavalcata che ispira naturale simpatia alla maggior parte dei tifosi: squadra giovane con un gioco veloce e spregiudicato, difesa tosta e obiettivi ben fissi in mente. Altrettanto non si può dire dei responsabili delle comunicazioni dei Warriors, che dopo il +35 di gara 3 hanno fatto girare, tra gli addetti ai lavori dei Rockets, degli opuscoli più o meno ufficiali riguardanti il ritorno di Curry & co. a casa dopo il 4-0 nella serie che si sarebbe dovuto verificare di lì a un paio di giorni. Diciamo solo che Harden (coi 45 sopradetti) e Josh Smith (20ello con 8 tiri dal campo) non hanno particolarmente gradito la previsione.  

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3 – Jason Terry 37 sono gli anni suonati per Terry, così come le sue percentuali dal campo nella Finale di Conference (37.8%, a essere precisi). Nelle bombe purtroppo la quota cala ulteriormente, stabilizzandosi sul 29.6%. Non siamo ancora a livello di mayday, ma sembra che il JET stia quantomeno cominciando a intraprendere le manovre di atterraggio. Gli auguriamo un buon soggiorno, e grazie per averci fatto volare con JET Airlines. 2 – Kendrick Perkins Da un season high di 17 punti alla terza stagionale in maglia OKC, all’ovazione della panca per il suo primo canestro nella serie contro Atlanta (nonché secondo di tutti i playoff), giunto nel garbage time di gara 4. Non si può dire che prima volasse tra le stelle, ma al momento Perk si trova parcheggiato in una comoda stalla. 1 – Dellavedova Matthew Dellavedova (con rigoroso accento sulla terzultima sillaba, con buona pace del mitico Flavio Tranquillo), ovvero: come essere decisivo in una Finale di Conference con 9.5 punti, 2.5 assist e spiccioli vari. È molto semplice: basta precipitare (casualmente, s’intende) prima sulla caviglia del miglior tiratore avversario rompendogliela, e nella partita successiva provare a fare lo stesso col ginocchio del centro titolare; mal che vada, quello giustamente reagirà e verrà espulso. Vi risparmiamo prove video delle malefatte dell’australiano, se proprio volete conoscere i peggiori trucchi del mestiere potete cercare su Youtube, oppure andare a vedere una partita di Seconda Divisione. 0 – Esperienza Vi ricordate gli Utah Jazz della stagione 1996/97? Ebbene, quella è stata l’ultima squadra a raggiungere le Finali senza avere nemmeno un minuto di esperienza a quel livello nel proprio roster. Ultima prima di quest’anno, dato che anche l’intera rosa dei Warriors non ha ancora mai calcato un parquet portante il mitico adesivo “NBA Finals”. L’ultima squadra a vincere un campionato in queste condizioni furono i mitici Bulls del ’91, chissà se l’emozione farà un brutto colpo a Golden State, o se sapranno riscrivere ancora un capitolo di storia…     Fuori concorso strappalacrime: – Charles Barkley si è offerto di pagare i funerali di tre ragazzini di Philadelphia rispettivamente di 15, 10 e 7 anni che sono stati investiti da un’auto mentre stavano vendendo frutta per raccogliere soldi da dare in beneficienza. Chapeau, Sir Charles. – Mark Jackson, ex coach di Golden State e al momento commentatore televisivo per la ESPN, non ha dimenticato i bei tempi passati nella Baia. Chi lo conosce sa che è difficile, quasi impossibile, lasciarlo senza parole. Questi Warriors ce l’hanno fatta.  

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