Il Pagellone NBA – Speciale Finals

Tutti i voti delle Finali NBA.

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10 – LeBron James

Lo si può amare oppure odiare, ma non si può negare che sia un fenomeno.
Aveva provato per 7 stagioni a vincere il titolo a casa sua, non c’era riuscito ed è dovuto approdare ad altri lidi e con altri compagni per riuscire a vincere, due anni fa era tornato nella sua Cleveland per togliersi questo scoglio dalla scarpa e finalmente ce l’ha fatta: LeBron James è l’eroe di una città, di una comunità intera che da più di 50 anni attendeva un titolo sportivo.
29.7 punti, 11.3 rimbalzi, 8.9 assist, 2.6 rubate, 2.3 stoppate: tutte categorie che ha chiuso al primo posto in queste Finals, per un dominio che si è visto solo a tratti nelle prime 4 uscite, ma che da gara 5 in poi è esploso in tutta la sua incontenibilità.
Il cerchio si è chiuso, la carriera di James è all’ennesima svolta, ma a questo si penserà poi. Ora tutti in piedi per il Re.

 

9 – Kyrie Irving

Oltre 27 punti di media in una serie finale (la sua prima vera e propria in carriera) non rendono comunque l’idea dell’apporto che Kyrie ha dato ai suoi in termini di leadership. Spesso e volentieri la palla finiva nelle sue mani quando scottava più del dovuto, e lui non ha deluso le attese: i 41 di gara 5 e l’incredibile bomba in faccia a Curry nel finale di gara 7 sono pennellate indelebili, senza le quali il quadro da titolo non sarebbe stato completo.
Sarà il trucco che lo trasforma in Uncle Drew a farcelo vedere più vecchio, ma questo qui ha 23 anni…

 

8 – Striker

Le prime 4 gare della serie sono state obiettivamente brutte. L’unico barlume d’intrattenimento per tenerci svegli nelle notti italiani sarebbe stato opera di un anonimo striker, che probabilmente colto anch’egli dalla terribile noia, in gara 4 ha pensato bene di invadere il campo a torso nudo con l’innocente scritta “Trump sucks” impressa sul corpo scolpito (più o meno).

www.sportingnews.com

Peccato però che, mentre il biondino faceva sfoggio degli addominali, l’abile arte censoria dei media americani ci abbia mostrato immagini del time-out in corso, come se null’altro stesse succedendo. Sempre che non steste già dormendo.

 

7 – Draymond Green

Avessero vinto i Warriors, l’MVP sarebbe probabilmente toccato a lui (anche se l’idea di un eventuale LeBron MVP da perdente non sarebbe stata peregrina): 22+9+6 di media con 7/14 da tre nelle prime due uscite, 32+15+9 in gara 7.
Purtroppo per lui e per i suoi, nelle altre quattro gare è stato spesso assente. Soprattutto in gara 5, causa squalifica patita dopo il colpo proibito ai danni dei preziosi gioielli di famiglia James. Con i “se” e con i “ma” non si fa la storia, ma chissà come sarebbe girata la serie se Green fosse stato in campo anche in gara 5… Certo che Draymond è un giocatore sempre al limite e spesso oltre, e il vero termostato dell’energia di Golden State.

 

6 – Shaun Livingston

6 come sesto uomo, di lusso a dir poco. Il tuttofare dei Warriors ha snocciolato una gara 1 strepitosa da 20 punti con 8/10 dal campo, poi chiaramente non è riuscito a mantenere quello standard ma è quasi sempre stato uno dei migliori dei suoi, se non altro per affidabilità e presenza.
Se non siete convinti, chiedete a Richard Jefferson:

 

5 – Splash Brothers

Voto appena sotto alla sufficienza per Klay e Steph, e siamo fin troppo di manica larga. Obiettivamente parlando, gli Splash Brothers sono la delusione di queste Finals: prime tre partite ampiamente sotto al par per entrambi (in gara 1 hanno addirittura fatto registrare il minimo combinato in stagione, 20 punti), che si sono svegliati nella quarta con 63 punti in due; al primo match point ne hanno infilati 62 ma Curry ha sparacchiato a salve (8/21), in gara 6 a grandi linee il copione è stato lo stesso e la settiman è stata ciccata completamente da entrambi.
40% da tre totale nella serie per l’MVP e 35% per il fratellino, per 42.2 punti in coppia di media. Non sarebbero cattive cifre, se non fossero i fenomeni da cui ci si aspettavano ben altre prestazioni.
Della gestione dei possessi finali di gara 7 da parte di Curry non vogliamo parlare, per non impressionare i minori.

 

4 – I soliti ignoti

A ogni finale è lo stesso tormentone, pure quest’anno parte il tormentone: “Giocatori del calibro di Stockton, Malone, Ewing e Barkley non hanno mai vinto un anello, mentre Dellavedova, Shumpert e Mozgov sì.”
Ovviamente non ha il minimo senso comparare le stelle delle rispettive squadre con giocatori di rincalzo, però bisogna anche avere l’onestà intellettuale per ammettere che i Cavs sopracitati non sarebbero proprio in fondo alla panchina, e nella serie finale hanno contribuito con un totale di 44 punti in tre, con percentuali da prefisso telefonico. Consigliamo loro di accendere un paio di ceri ai santi Kyrie e LeBron.
Menzione speciale per Varejao, altro comprimario che dopo una vita a Cleveland se n’è andato ai Warriors per provare a vincere, ha perso ma comunque prenderà l’anello.

 

3 – LeBron e LeManiche

Parli di James, spuntano le maglie con le maniche lunghe.
Torniamo per un secondo a inizio novembre, quando LeBron fece vagamente intendere cosa pensava delle nuove divise:


Ecco, pare che il Re abbia cambiato idea, perché è stato proprio lui a far indossare le stesse maglie per l’importantissima gara 5 e l’ancor più decisiva gara 7. Ma c’era la gabolona: se notate, infatti, le divise sfoggiate in finale lasciano più spazio alle spalle.
Cosa non si fa, per il marketing…

 

thesource.com

 

2 – Riti pregara

Come ben sapete, il più grande sportivo del secolo scorso è morto proprio durante queste NBA Finals. Doveroso l’omaggio di entrambe le compagini, che hanno dedicato ad Ali un minuto di silenzio prima di gara 2 e gara 3. “Minuto” si fa per dire, visto che in entrambe le occasioni è durato non più di 5 secondi.
Piuttosto disastrose le esecuzioni dell’inno nazionale, con i soli John Legend e Santana & signora a tenere alto il livello. A Cleveland addirittura hanno tirato la cinghia e l’hanno fatto cantare al pubblico: troppo comodo così…

 

1 – Iman Shumpert

Più che a lui (che s’è già portato a casa un bel “4”), il voto va al suo parrucchiere: no comment.

theundefeated.com
sbnation.com

 

 

 

 

 

 

 

 

0 – Kevin Love

Non pensate male, il voto dipende dal numero della sua maglia! Anzi come non detto, pensate pure male: serie finale da spettatore non pagante per l’ex Minnesota, che a parte una buona gara 1 da 17+13, è stato utile alla causa più o meno come la bionda che Iguodala ha provato a tacchinarsi durante gara 2:

www.totalprosports.com

A quanto pare “Love is in the air”, ma non Kevin: 8.5 punti col 36.2% dal campo e il 26.3% da tre, 6.8 rimbalzi, 1.3 assist e 1.5 perse in 26.3 minuti di utilizzo. Big Three, ma anche no.
Nonostante tutto siamo vicini al numero 0, fiondato direttamente nell’immortalità da LeBron James con questo high-five negato:

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