Inside NBA Stories: Chicago Bulls 72-10

Inside NBA Stories: Chicago Bulls 72-10

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“I’m Back!”… sono bastate queste 6 lettere per far esplodere nuovamente la festa a Chicago. Dopo 2 anni di assenza, Michael Jordan torna ai Bulls. Il suo ruolo lo aveva ricoperto Scottie Pippen, ma senza i risultati sperati e nonostante la squadra fosse sostanzialmente la stessa, senza Michael si avvertiva chiaramente che qualcosa non funzionava come previsto.
La fine ingloriosa dei Bulls, contro i Magic nei playoffs del 1995, nonostante Jordan in campo, è quello che ci vuole alla dirigenza per riflettere approfonditamente sul da farsi.
Si decide dunque, di rafforzare le posizioni sotto i tabelloni e dopo un rapido sguardo al mercato, i Bulls propongono una trattativa a San Antonio per mettere le mani su Dennis Rodman, sacrificando Will Perdue.
Durante l’estate del 1995, Michael Jordan gira Space Jam e arriva alla preseason carico probabilmente come mai prima di allora.
Pippen ha ripreso il ruolo a lui più congeniale di secondo violino della squadra e mentre i Bulls cercano di integrare Rodman (o di fare in modo che Lui integri Loro), la stagione regolare comincia.
Le prime vittime sono gli Charlotte Hornets di Larry Johnson e Glen Rice, in una serata in cui Michael ne scrive 42 senza troppi complimenti. Il fatto che nel 3° quarto Jordan ne segni 19 e l’intera squadra avversaria 18, è emblematico di come sarà per lui quella stagione.
Si arriva a tirare il bilancio del primo mese e spicci di campionato e il record di Chicago è 27 vinte e 3 perse… subito i media cominciano a parlare del traguardo delle 70 vittorie in una regular season, raggiunto dai Lakers di Jerry West e Wilt Chamberlain nel 1972, quando finirono 69-13. Chicago è già sopravvissuta a queste voci, quando nel 1992 si pensava potessero infrangere il suddetto record. Il risultato fu pessimo, in quanto la squadra perse la concentrazione e subì qualche sconfitta inattesa, attraversando un periodo difficile che si risolse solo quando realizzarono che le 70 vittorie non erano certo un traguardo da inseguire con così tanto fervore.
Stavolta i Bulls non hanno intenzione di “cadere nel tranello” dei media per accumulare pressione e continuano a giocare con grande incisività; Toni Kukoc diventa sesto uomo di lusso, riuscendo a inanellare prestazioni ottime e diventando un vero e proprio fattore a sorpresa per Phil Jackson. Steve Kerr, sempre dalla panchina, riesce a ritagliarsi il ruolo di sorvegliato a vista dalle squadre avversarie, per la sua capacità di tirare da distanze siderali, grazie a Jordan e Pippen che gli creano innumerevoli possibilità di tiro. Rodman fa le bizze ogni tanto, ma la sua presenza in squadra è di notevole aiuto… certamente ci sono anche Wennington, Buetchler e Randy Brown, a diventare pedine fondamentali in chiave di riposo per i titolari Longley e Harper, il primo, massiccio centro australiano con ottimi movimenti sotto canestro, il secondo, guardia negli anni letale in attacco con Cavs e Clippers, ma ora diventato uomo di punta in difesa per Phil Jackson.
Con il passare del tempo, i Bulls sono una macchina apparentemente inarrestabile, nonostante alcune sconfitte contro squadre non proprio irresistibili, come i neonati Toronto Raptors e i Denver Nuggets di Mutombo e Abdul-Rauf, sconfitte che fanno sfumare la conquista del record per la striscia vincente più lunga della storia (33 dei Lakers 1972).
Chicago è sulla strada per battere un altro record, quello delle vittorie casalinghe, appartenente ai Boston Celtics di Larry Bird del 1986, con 1 sola sconfitta subìta. Anche in quest’occasione, il record non arriva, viene comunque eguagliato, a causa degli Charlotte Hornets di Del Curry (padre di Steph) che rovinarono la festa allo United Center, vincendo di 1 punto.
La fine della stagione si avvicina, i Bulls sono a quota 69 vittorie e stanno per affrontare una trasferta a Milwaukee. Tifosi di Chicago, giornalisti e quant’altro, seguono la squadra in viaggio, facendo sembrare i giocatori come delle vere e proprie rock stars.
La partita non si mette subito sui binari giusti, ma quando Michael e Scottie decidono di vincerla, i Bucks non possono fare molto per ribellarsi, nonostante un’ottima partita.
Sono 70, il record è conquistato e viene migliorato a un bilancio di 72 vinte e 10 sole perse. Lo spogliatoio è euforico, festeggiando non solo il primato, ma anche la sconfitta di quei fantasmi del passato che qualche anno prima avevano riportato i Bulls sul pianeta Terra.
A dire la cosa più significativa è Ron Harper, che quasi spegnendo l’entusiasmo dei suoi, dichiara:

“72 vittorie non sono nulla senza il Titolo”

I Playoffs sembrano voler essere solo l’ultimo corridoio da percorrere verso il titolo. Chicago travolge Miami, New York e arriva alle Finali di Conference contro Orlando. A questo punto Jordan, che si ricorda bene di quello che successe l’anno precedente, decide di fare un po’ di pretattica. Dichiara quindi che i Magic erano apparsi più forti senza Shaq (fuori per infortunio a inizio stagione) e con Penny Hardaway nel ruolo di leader. Questo getta completamente nel buio lo spogliatoio di Orlando e i Bulls passeggiano letteralmente verso le Finali in 4 partite sostanzialmente senza storia. C’è giusto il tempo per nominare Phil Jackson allenatore dell’anno e Michael Jordan MVP e vincitore della classifica marcatori e si può cominciare con le Finals.
All’atto conclusivo se la devono vedere con i Seattle Supersonics, reduci da una serie furibonda con gli Utah Jazz di Karl Malone e John Stockton.
La squadra della città del Grunge sa di giocarsi un’impresa disperata. Le prime 2 gare sono ben equilibrate, ma nei finali di partita Toni Kukoc fa sentire il peso del suo talento che gli è valso il premio di Miglior Sesto Uomo dell’anno. A Seattle le cose si pensa che possano cambiare, ma Chicago non perde tempo per portarsi a sorpresa sul 3-0 con 22 punti di scarto nella terza partita. In gara 4 i Bulls commettono però l’errore di pensare che la serie sia già conclusa e a causa di una performace disastrosa, i Sonics si portano sul 3-1 e un paio di sere dopo, sul 3-2 nel finale di una gara 5 meravigliosa, con Shawn Kemp scatenato e un Gary Payton più che mai determinante, fresco di nomina di Difensore dell’Anno.
Con gara 6 si torna nella Città del Vento e dopo un primo momento di equilibrio, i Bulls decidono che il Titolo non possono certo farselo sfuggire. Quando la sirena suona, Chicago è in festa, Jordan si avvinghia al pallone senza più lasciarlo e mentre i suoi compagni si abbracciano e cominciano a versare le prime lacrime di gioia, lui se ne va in spogliatoio e comincia a far sgorgare le sue. Sono lacrime di gioia, miste ad amarezza, miste a dolore… gara 6 è stata giocata il giorno della Festa del Papà e quello di Michael non c’è più da qualche anno, assassinato brutalmente da alcuni banditi.
Jordan, che non ha mai nascosto di essere molto legato al padre, torna in campo più tardi, per la consegna del trofeo, per abbracciare moglie e figli e i compagni di squadra. Con il volto ancora rigato dalle lacrime, cominciano i festeggiamenti per lui e per i Bulls, per quel titolo conquistato dopo una stagione incredibile.
Chi ha avuto la fortuna di vedere QUEI Chicago Bulls non ha dubbi sul fatto che sia stata la Miglior Squadra di tutti i tempi.

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