Jaylen Brown – A Beautiful Mind

Jaylen Brown – A Beautiful Mind

Il rookie scelto da Boston si presenta ai blocchi di partenza con molti dubbi e poche certezze. Ma oltre alla pallacanestro, nella testa di Jaylen Brown c’è molto altro.

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Troppo intelligente per la NBA. Non un appellativo tra i più comuni in un mondo dove JR Smith passa settimane senza maglietta, D’Angelo Russell svela gli altarini del compagno Nick Young tramite il proprio smartphone e, per tornare indietro di qualche anno, quei bravi ragazzi di Gilbert Arenas e Javaris Crittenton allestiscono una mostra di armi da fuoco negli spogliatoi. Eppure, questa è l’etichetta che un alto funzionario di una delle trenta franchigie ha affibbiato a Jaylen Brown, parlando in forma anonima sulle righe di The Undefeated. Le sue potenzialità sul parquet erano ovvie a qualunque scout avesse osservato una sua partita coi California Golden Bears: due metri abbondanti per cento chili spalmati su un fisico da atleta professionista, buoni istinti per il gioco, gambe esplosive, upside difensivo pressoché illimitato. C’è da credere, però, che più di qualcuno si sia fatto intimorire dalla sua personalità ingombrante.

“Non rispecchia il tipico giocatore di pallacanestro” ha rivelato la stessa fonte. “È una persona che si pone domande. Vuole capire perché gli hai chiesto di svolgere un compito, invece di farlo e basta. Non lo fa con malizia ma può apparire come un modo di mettere in discussione l’autorità. I coach della vecchia guardia non vogliono un ragazzo del genere”. Non è un caso che il suo nome, la notte del draft 2016, sia stato chiamato dai Boston Celtics con la scelta numero 3. Chi meglio di Brad Stevens, alfiere della new wave dei coach NBA, per gestirlo e appagarne la curiosità? Il suo approccio al mestiere di allenatore non è cambiato molto dai tempi in cui guidava gli sfavoriti Butler Bulldogs alle Final Four del torneo nazionale NCAA, e ci sono pochi galli nel pollaio che Danny Ainge ha messo a sua disposizione. Se Brown ha bisogno di confrontarsi per apprendere, Stevens sembra l’uomo giusto. “Per me il campo di pallacanestro è come un’aula, e Brad Stevens è il mio professore”, ha detto.

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Di classi universitarie Jaylen se ne intende. Ha scelto Berkeley per la didattica, rifiutando borse di studio da Kentucky, North Carolina e Kansas. L’hanno formato così i genitori; il buon senso insegna a non andare contro i dettami del padre quando quest’ultimo, Marselles, è un pugile di due metri e tredici che a 48 anni suonati conquista ancora cinture. Nel suo primo semestre di college Brown perfezionò lo spagnolo e seguì un corso destinato ai dottorandi. Invece che coi compagni di squadra, fuori dagli allenamenti preferiva vivacchiare in un locale frequentato da docenti e studenti all’ultimo anno, a leggere libri, a parlare di filosofia, meditazione, vegetarianesimo. Ha maturato la convinzione che le armi da fuoco dovrebbero essere illegali – cosa dicevamo a proposito di Arenas e Crittenton?

Difficile immaginare come un animale del genere possa integrarsi in quel campo di prova per maschi alfa che spesso è uno spogliatoio di cestisti professionisti. Uno che si è guadagnato il soprannome di “Old man” dalla sua stessa mamma, perché nel tempo libero suona la chitarra, scrive sul diario, tutto fuorché giocare a quella Xbox che prende polvere in salotto. Era capitano della squadra di scacchi alle scuole superiori, in Georgia. Quando si presentò davanti alla scacchiera a Berkeley, racconta, pensarono che quel marcantonio col flat top avesse sbagliato stanza. Invece, nel consueto tour di New York City che precede il draft, eccolo sfidare il bambino prodigio Nico Chasin al prestigioso Marshall Chess Club.

L’attitudine a imparare dai suoi superiori gli tornerà utile perché il gioco di Jaylen Brown è tutt’altro che raffinato. Il modello di riferimento è quel Jimmy Butler con cui si è allenato questa estate, ma il rookie di Boston deve migliorare sotto molti aspetti per raggiungere la solidità del prodotto di Marquette. Al tiro lo scorso anno ha totalizzato un modesto 43.1% complessivo, con il 29% da dietro l’arco e il 65% ai liberi. Uno con le sue doti atletiche deve concludere a colpo sicuro nei pressi del ferro. La meccanica del jump shot è discreta ma rivedibile, soprattutto dal palleggio. Se i Celtics vogliono impiegarlo da subito come una versione più talentuosa di Jae Crowder dovrà evitare le improvvisazioni che spesso gli costavano turnover a Berkeley – 105 contro i soli 68 assist, gestire meglio la propria posizione in campo, concretizzare la sua esplosività in contropiede.

Intelligenza e umiltà non sempre vanno d’accordo. Jaylen Brown, caso più unico che raro, ha affrontato il draft senza avvalersi di un agente. Sopravvivere con le proprie forze in una vasca di squali è forse puntare troppo in alto, anche per un ragazzo sveglio. Le amicizie importanti a cui si appoggia, poi, rischiano di portarlo sulla cattiva strada. Shareef Abdur-Rahim è il suo mentore; Isiah Thomas l’ha accolto sotto la propria ala, un altro che amava pensare di testa sua a discapito della reputazione fuori dal parquet. Ha stretto amicizia pure con Bill Walton; quando cerchi una figura di riferimento, forse ve ne sono di più affidabili di un hippie impenitente che non si perde un concerto dei Grateful Dead.

“Non sono soltanto un atleta”, affermò una volta Jaylen al coach di Berkeley, Cuonzo Martin. “So di avere una carriera in NBA, ma voglio anche qualcos’altro”. La prima inizierà a fine ottobre con la canottiera verde dei Boston Celtics. In entrambi i casi, sarà un viaggio da seguire.

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