L’NBA prima dell’NBA, parte I – Alle radici del basket professionistico

L’NBA prima dell’NBA, parte I – Alle radici del basket professionistico

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Nel dicembre del 1939 gli SPHAS andarono in tour nel midwest, una corvèe che comprendeva una partita al giorno per dieci giorni. Stipati nella macchina di Eddie Gottlieb viaggiarono tra Illinois e Wisconsin incontrando alcune delle migliori squadre di allora, tra cui gli Oshkosh All-Stars reduci dalla finale del World Basketball Tournament di quell’anno. Ralph Kaplowitz, uno dei giocatori, chiese a Eddie come mai facessero quel viaggio quando non ce n’era bisogno, per i semplici soldi. Eddie si volse e lo guardò per un attimo mentre guidava e disse: “Noi non siamo in viaggio per i soldi, noi siamo in missione per il futuro del basket professionistico.”

C’è un esercito di giocatori silenziosi di cui non si ricorda nessuno. Un esercito dimenticato che una volta dominava il mondo del basket. Le loro maglie non sono appese da nessuna parte, le loro squadre sono state cancellate. È un tempo del basket prima del basket, prima che diventasse lo spettacolo sportivo di oggi, ma già allora popolato di professionisti che vivevano di quel gioco.
Il basket ha una storia più recente di altri sport. Mentre il football americano e il baseball avevano le loro leghe già a partire dal 1870, il basket nasce quasi in laboratorio all’inizio degli anni ’90 dell’800. E come un virus da laboratorio, sfugge al suo creatore per diventare una malattia di massa le cui caratteristiche, dopo molto tempo, solo lontanamente ricordano quelle del virus iniziale.
I primi giocatori professionisti di basket compaiono nel primo decennio del ‘900, così come le prime squadre, emanazione di un nord-est degli Stati Uniti che ha visto la nascita del gioco. Ci sono diversi aspetti che aiutano la diffusione del basket.
Primo: il basket occupa poco spazio. Dieci ragazzoni possono sfogare i propri istinti appendendo un canestro a dieci piedi e tirandoci dentro una palla. Non è una cosa da poco. Le città americane stanno esplodendo. Una industrializzazione vertiginosa sta facendo aumentare la popolazione, i grattacieli, l capannoni, le case di periferia, si riempiono di gente e non c’è, letteralmente, lo spazio per campi da football e da baseball, se non improvvisando partite in mezzo alla strada.
Secondo: il basket è, più di altri, lo sport delle nuove minoranze. Inglesi e tedeschi, nordici e altre etnie si erano “presi” il football. I nuovi arrivati si trovarono in città in cui il basket si stava diffondendo. Le varie organizzazioni su base di nazionalità, religione, lingua, avevano loro campi e palestre. La YMCA (young Man Catholic association), mostrò agli altri la strada e impostò le prime organizzazioni sportive. Seguirono altri, in particolare la YMHA (la corrispondente organizzazione ebrea), che crearono campi di gioco, squadre, diedero orari e tempi di allenamento.
Terzo: il basket creò una “strana” alleanza con casino, sale da  ballo e altre forme di intrattenimento. Lo spazio relativo in cui si poteva giocare, permetteva di trasformare il basket in una forma di spettacolo che attraeva gli spettatori. Diverse squadre ebbero, come campo da gioco, non palestre o palazzetti, ma veri e propri teatri, in cui le partite erano mescolate a gioco d’azzardo, musica e ritrovi di ogni tipo.
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Il basket professionistico segue una traiettoria diversa da quella del basket universitario. In particolar modo nella parte nord-est degli Stati Uniti, le squadre si formano quasi subito e danno vita a leghe semi-amatoriali che aprono e chiudono con frequenza altissima. Non c’è una vera e propria stabilità di regole, gioco, schemi, tutto è un divenire in cui il gioco, ai nostri occhi, sembrerebbe un misto tra danza e wrestling, con partite durissime e falli fischiati raramente.
La natura spettacolare del basket nasce in questi anni. Le prime squadre si mantengono in piedi non grazie a campionati organizzati, ma per i tour di squadre chiamate “barnstorming”, che giravano letteralmente gli Stati Uniti di paese in paese, giocando contro chiunque. Erano squadre formate da professionisti, contro cui i paesi in cui andavano mettevano in piedi squadre locali, destinate a essere battute. L’arrivo di una di queste squadre era un evento, annunciato da manifesti e sottolineato da una pubblicità non diversa da quella di un circo.
La folla che si riuniva poteva spendere qualche centesimo per vedere la partita, anche migliaia di persone potevano al massimo mettere insieme duecento o trecento dollari di incasso, che per l’epoca non era male. Ma le squadre, per rimanere in piedi, dovevano seguire tabelle massacranti fatte anche di duecento partite all’anno, con viaggi lunghissimi tra una e l’altra. I giocatori dovevano lavare la divisa e entrare in campo sempre in ordine.
La folla che si riuniva era un universo variopinto, gente che si ammassava per vedere cosa arrivasse dalla città, come giocavano i maghi del basket, e se i loro ragazzi fossero in grado di farcela. Le squadre professionistiche cercavano di non esagerare, far fare bella figura ai ragazzi del posto, ma non sempre tutto andava come doveva.
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Quando l’attività barnstorming era al suo massimo, tra gli anni ’20 e ’30, spesso le squadre erano costruite su base etnica e questo provocava più di un problema per le tensioni razziali. I New York Rens vennero tenuti fuori dalla ABL in quanto squadra di neri e spesso le loro partite erano osteggiate da razzisti. Gli SPHAS, squadra degli ebrei di Philadephia, erano invece l’obiettivo dei simpatizzanti nazisti, oltre che di quella parte di Europa che, dall’altra parte dell’oceano, si era portata dietro, e dentro, l’antisemitismo. Eddie Gottlieb, Moe Goldman, Kaplowitz, dovettero più volte fare a pugni per togliersi da situazioni difficili.
D’altronde, era ancora l’America segregata. La vittoria di una squadra nera non era solo un evento sportivo, ma un colpo ai sostenitori  della supremazia bianca. L’arrivo di una squadra di ebrei dal ghetto un modo in cui una minoranza negletta cercava di imporsi all’attenzione di tutti. Queste motivazioni si intrecciano a quelle sportive a creare un ambiente affascinante in cui, nonostante tutto, il gioco avanza e prende una sua fisionomia. Si cerca la velocità, lo spettacolo, ma ci vorranno anni prima che si arrivi a cose molto semplici, come abolire la palla a due dopo ogni canestro, mettere l’area da tre secondi, per non parlare dell’orologio dei ventiquattro.
Il basket è un qualcosa che nasce dalla pancia dell’America, dai campetti dell’YMCA, da mille esibizioni e dal desiderio ardente di alcuni di rendere il gioco autosufficiente, in grado di pagare stipendi e stare in piedi da solo. Robert Douglas per i Rens, Eddie Gottlieb per gli SPHAS, Jim Durey e Joe Lapchick per i Celtics, non sono solo giocatori o allenatori o impresari, ma personaggi di un romanzo che ha, nella nascita della NBA, un punto di arrivo, una stabilizzazione, che oscura tutto il passato. Hanno dato al basket una possibilità di andare avanti, inventandosi i modi per tenerlo in piedi. Hanno organizzato partite, trovato i giocatori, i campi, venduto i biglietti, stampato i manifesti, per un qualcosa che non gli ha mai ridato quello che ci hanno speso.
Perché lo hanno fatto? Per soldi, alcuni non hanno guadagnato male, hanno vissuto decentemente. Per altri, era l’unica cosa che sapessero fare, specie alcuni giocatori. Ma per gli organizzatori, gli impresari che per mezzo secolo hanno cercato di mettere in piedi uno spettacolo cestistico da vendere alla gente, non si può sottovalutare l’aspetto della passione, del volere che proprio il basket gli desse da vivere. È una missione, come diceva Gottlieb, a cui lui dedicò tutta la vita, che ha restituito molto meno di quello che alcuni vi hanno investito. Ma grazie a loro oggi godiamo di uno spettacolo incomparabile, e non è sbagliato dargli un po’ di attenzione, tirando fuori dagli scaffali del passato i “cool case” delle loro vite complicate, che al centro, giorno dopo giorno, avevano solo un pallone da alzare a due. Una cosa, questa, che se non si parlasse di sport, si potrebbe confondere con l’amore…
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